AUTORI VARI.
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La vita italiana nel Risorgimento.
Volume 2: dal 1831 al 1846.
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1899. R. Bemporad & figlio Editori, FIRENZE.
Cessionari della libreria editrice Felice Paggi, Via del Proconsolo, 7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber" http://www.liberliber.it/
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STORIA. 
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La politica degli Stati italiani dal 1831 al 1846.
ROMUALDO BONFADINI.
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La vecchia Italia.
GUGLIELMO FERRERO.
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Il brigantaggio meridionale durante il regime borbonico.
FRANCESCO S. NITTI.
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Il Vescovo d'Imola.
ERNESTO MASI.
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1. LA POLITICA DEGLI STATI ITALIANI DAL 1831 AL 1846.
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CONFERENZA DI R. BONFADINI.
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Il Congresso di Vienna aveva dato all'Italia un ordinamento territoriale e politico assai ripugnante alle aspirazioni che la Rivoluzione francese e i regimi napoleonici vi avevano alimentato.
Restituendo la corona delle Due Sicilie a quel re Ferdinando che nel 1799 vi aveva esercitato cos feroci vendette, la Santa Alleanza non gl'impose nessuna riserva, n per gli antichi diritti costituzionali mantenuti costantemente, in maggiore o minore misura, nell'isola di Sicilia, n per le nuove esigenze di civilt amministrativa, sorte nella parte continentale del Regno, durante il governo del re Gioachino Murat.
Cos pure, ricollocando sotto l'autorit del Papa i territor dell'antico Patrimonio, le Legazioni, le Marche e l'Umbria, non si dava a quelle popolazioni  nessuna speranza che il vecchio regime sacerdotale potesse aprirsi a nessun miglioramento di legislazione o di indirizzo politico.
Ritornavano in Toscana i principi di Lorena; ed era forse quella la parte d'Italia meno offesa nei suoi sentimenti, vista l'antica e mite tradizione di governo di quella Casa.
Ma i ducati di Modena, di Parma, di Lucca, stabiliti solo per convenienza di principi e di principesse, rappresentavano la forma pi acre del dispotismo, non temperato da nessuna responsabilit internazionale, da nessuna rispettabilit dei governanti.
Due repubbliche di antichissima origine, Genova e Venezia, invece di essere ricostituite come si ricostituiva quasi ogni cosa nelle condizioni anteriori al 1796, venivano aggregate a due grossi Stati; pi fortunata Genova, che almeno serviva ad arrotondare uno Stato interamente italiano; pi offesa nei suoi sentimenti e nel suo orgoglio Venezia, che diventava provincia di un Impero straniero, a cui si concedeva anche l'ambto riacquisto della Lombardia.
La casa di Savoia, meno l'annessione di Genova, rientrava a un di presso ne' suoi territor antichi; e per verit dalla Santa Alleanza avrebbe meritato  maggiori riguardi, in ragione dell'aspro trattamento subto dal predominio francese e della costante fedelt da essa serbata verso i governi di diritto divino.
Ma il Congresso di Vienna era stato, in ogni sua deliberazione, il trionfo dei forti. E il Piemonte non aveva potuto uscire pi saldo da quelle stipulazioni, soprattutto per l'ostilit dell'Austria, che nutriva contro la casa di Savoia una diffidenza intuitiva, paralizzata ne' suoi effetti maggiori soltanto dalla benevolenza della politica russa.
L'Austria poi s'era assicurata una perfetta dominazione su tutte le cose della penisola italiana, vuoi pel possesso del magnifico territorio lombardo-veneto, cos ricco di prodotti, di abitanti, di strade e di fortezze, vuoi per la stretta parentela della casa d'Habsburg con quasi tutti i principi minori d'Italia, vuoi per l'immensa superiorit delle sue forze militari, accresciuta da speciali trattati, che ponevano interamente a sua disposizione la politica, le armi e le polizie dei principati rifatti lungo la valle del Po.
In complesso, pu dirsi che questo ordinamento rappresentava soltanto interessi di principi e di Case regnanti. Nessun interesse di popolo v'era stato consultato o contemplato. Fiera de' suoi successi militari contro il colosso napoleonico, la Santa Alleanza s'era illusa che il mondo dovesse, d'allora in poi, essere governato dalla sola forza, e che questa sola meritasse d'avere organismi e guarentigie.
Non tard a comprendere di essersi ingannata; ma intanto il suo inganno serv per molti anni a far persistere il governo austriaco, suo rappresentante in Italia, nell'uso, anzi nell'abuso della forza: e cos sorse, quasi immediatamente nella penisola, il sentimento della resistenza contro gli ordinamenti politici e territoriali, imposti all'Italia dai trattati del 1815.
Com' naturale, non avendo mezzi di esprimersi n colla stampa, n con forme di rappresentanza, gelosamente vietate dai regimi ristabiliti, il malcontento pubblico s'avvi verso i metodi della cospirazione. Trovatosi ad un tratto come chiuso in una camicia di forza, dopo avere passato parecchi anni sotto governi inspirati a princip pi o meno tumultuosi di libert, il popolo italiano non seppe acquetarsi a cos improvviso e cos duro mutamento d'istituzioni; molto pi avendo la coscienza di essere stato anche prima piuttosto vittima che complice degli avvenimenti. Non potendo manifestarsi alla luce del sole, senza pericolo di prigione o di  capestro, cerc le vie sotterranee. E ne avvenne ci che avviene di quelle terribili sostanze aeriformi, che, trovandosi chiuso il passaggio per le viscere della terra, prorompono e diventano terremoti.
Di l quel carattere speciale di monotonia, che impronta di s la politica degli Stati italiani, dal 1830, anzi addirittura dal 1815 fino al 1846.
Ad eccezione di uno solo, in tutti quegli organismi governativi non parve penetrare durante tutti quegli anni verun pensiero. Parve anzi che l'unica ed accanita preoccupazione di quei regimi fosse la guerra al pensiero, sotto qualunque forma e da qualunque compagine uscisse. Mentre tante novit sorgevano e si discutevano in Europa, dalla ricostituzione della Grecia a quella del Belgio, dalle insurrezioni iberiche all'insurrezione polacca; mentre tante questioni nuove di amministrazione e di governo balzavano lucidamente dalla virile eloquenza dei Parlamenti di Francia e d'Inghilterra, in Italia una sola attivit prendeva il posto di tutte, un'attivit di spionaggio e di polizia. Ricostituiti sull'unica base di un interesse dinastico, quegli Stati non ebbero dunque altro proposito che di mantenere la base. Purch la casa del Principe fosse tranquilla e ben provveduta, l'interesse pubblico non esigeva di pi. Se di questa situazione qualche Principe abusava per uscire dal proprio diritto e violare, a danno dei sudditi, i doveri della moralit e dell'onest, l'unica conseguenza era la necessit di una maggiore oculatezza, talvolta di una maggiore ferocia negli stromenti di polizia, per reprimere sdegni legittimi propositi di resistenza. Al postutto, le solidariet nel male erano assicurate dall'interesse comune, e su tutte stendeva la sua indulgenza irresponsabile e sistematica la politica protettrice del principe di Metternich.
Nulla dunque distraeva quei ministri di Stato dall'esclusiva cura di perfezionare i metodi della polizia. E i dispacci di tutti quegli ambasciatori, quei consoli, quei diplomatici, diretti dalla suprema saviezza dei Canosa, dei Riccini, dei Lambruschini, arieggiano rapporti di questura, piuttosto che avvedimenti di uomini politici. Ora si tratta d'impedire un colloquio sospetto fra la marchesa Camerata e il prigioniero Duca di Reichstadt, ora di indagare le relazioni personali dei membri della famiglia Bonaparte in Roma, ora di vigilare perch Achille Murat non si muova da Londra per lidi ignoti. V' perfino un progetto di deportare tutti i liberali al di l dei mari europei; progetto che si ruppe unicamente contro la ripugnanza manifestata dai governi di Torino e di Firenze.

Centro di tutta questa reazione appassionata ed imprevidente fu soprattutto il seggio pontificio, sul quale, al principio del 1831, era venuto ad assidersi, per intrighi austriaci e spagnoli, un monaco d'illibati costumi, di mente corta e di pregiudizi fanatici, Mauro Cappellari della Colomba.
Rappresentato, ne' suoi rapporti di governo, da due personaggi, egualmente fanatici, il cardinale Bernetti e il cardinale Lambruschini, tutta la sua vita politica fu una lotta fiera e sanguinosa contro i suoi sudditi; sui quali fece pesare replicatamente l'onta dell'occupazione austriaca, richiesta ad ogni stormir di foglia e accordata anche pi volonterosamente che non si chiedesse.
Di questa politica tutta a base di persecuzioni, di repressioni e di supplizi, si mostrava fiero censore un forte uomo politico italiano, Pellegrino Rossi; il quale scriveva al ministro degli affari esteri di Francia: "Se voi sapeste come tornerebbe agevole soddisfare i voti di queste popolazioni, senza nulla riversare, nulla snaturare! Tutta la parte sana non domanda che un poco d'ordine e di buon senso nell'amministrazione. Che s'impianti un governo assennato, e issofatto i demagoghi si troveranno isolati e impotenti."
Ma questi consigli della ragione, dei quali parecchi  governi italiani, e prima e poi, avrebbero dovuto sentire l'opportunit, non tornavano a grado del governo austriaco, gran consigliere e gran protettore di Gregorio sedicesimo; poich il cardine fondamentale della politica metternicchiana in Italia fu sempre d'impedire che i principi indigeni accettassero progressi di legislazione; allo scopo di poter dimostrare che le provincie amministrate meglio erano quelle governate dalla Casa d'Austria, e trarne cos, agli occhi dell'Europa, titolo a rendere sempre pi durevole e pi esclusiva l'influenza austriaca nelle cose della penisola.
Sicch i metodi del Bernetti e del Lambruschini continuavano a trionfare contro tutti gli sforzi dei cospiratori interni e contro le timide rimostranze della diplomazia europea. Continuava lo scandalo delle dilapidazioni e dei favoriti, continuava la preminenza nelle cose dello Stato ora del barbiere Moroni, ora del colonnello Freddi, ora dell'agente austriaco Sebregondi, ora del prete Abbo, spergiuro e infanticida. In questa vergogna di cose s'andava rapidamente spegnendo ogni prestigio della sovranit temporale esercitata dal Sommo Pontefice; tanto che, fin dal 1837, l'inviato sardo a Roma, marchese Crosa, non si peritava di scrivere al conte Solaro della Margherita: " qui comune idea fra le persone che spingono lo sguardo nel lontano avvenire, il pensare che qualora prosegua in questo paese l'attuale ordinamento di cose, debba col tempo aver luogo qualche crisi essenziale; e la ipotesi la pi plausibile sarebbe quella di vedere la gran Roma ridotta alla mera supremazia ecclesiastica, non conservando che l'ombra del temporale...." Il sagace diplomatico piemontese intravedeva gi, fra gli errori e fra gli orrori del tempo, la soluzione soddisfacente, e, senza confessarlo a se stesso, tradiva il pensiero che, dalla tribuna parlamentare, avrebbe proclamato, ventiquattr'anni dopo, Camillo di Cavour!
Per allora, nulla si mutava e nulla si voleva mutare nello Stato Pontificio, a cui soltanto avrebbe dato una scossa, di proporzioni impreviste, il Papa futuro del 1846. Alle potenze europee, preoccupate di questa perpetua alternativa fra rivoluzioni e reazioni, la curia romana prometteva riforme, col preciso proposito di non attuarle; e i diplomatici d'allora si rassegnavano ad essere ingannati, come si rassegna sempre la diplomazia ad ogni inganno che serva alla pace d'un quarto d'ora.
L'Austria entrava ed usciva dai territor papali come da casa sua; la Francia occupava Ancona, con gran fracasso di frasi, poi rimpiattava la sua sterile  iniziativa dietro le pi umilianti dichiarazioni imposte dal cardinale Bernetti. Nel tutto assieme, trionfo di prepotenza, di reazione e d'ipocrisia, da cui la provvidenza storica si preparava a trarre i germi del fatto nuovo.
Poco al di sopra o poco al disotto della politica pontificia stava quella del duca di Modena, Francesco IV; al quale per rifare Cesare Borgia manc l'audacia e per rifare Filippo II manc l'intelligenza.
Dell'uno e dell'altro per ebbe l'istinto dispotico, le morbose ambizioni, l'animo freddamente feroce. Regnava da alcuni anni, quando scoppi in Francia la rivoluzione del 1830. Una grande illusione s'era da quel rivolgimento diffusa nell'animo degli Italiani, specialmente del centro; l'illusione che da Parigi uscisse energico aiuto alle rivendicazioni liberali d'Italia. Il generale Pepe aveva capitanato queste illusioni, destreggiandosi presso il generale Lafayette, perch accordasse alcuni soccorsi di fucili e di denaro.
Speranze simili erano penetrate anche in un uomo d'alto animo e di larghi concetti, Ciro Menotti, modenese e commerciante di professione. Poco fiducioso in moti popolari di carattere repubblicano, egli non aveva avuto difficolt ad aprirsi politicamente col suo principe, il duca Francesco IV, di cui conosceva la cupa indole, ma di cui aveva indovinato la segreta ambizione.
Sfiduciato di ottenere il trono di Sardegna, al quale per tanti anni aveva rivolto sguardi ed intrighi, Francesco IV suppose che la rivoluzione di Francia, riaprendo l'ra dei mutamenti italiani, gli avrebbe forse permesso di ricomporsi un trono pi ampio, sui domin dei principati vicini. Anche il titolo di re d'Italia pare sia balenato al suo pensiero. Sicch, dimentico per un istante de' suoi fanatismi legittimisti, non respinse i discorsi di Ciro Menotti, che sembrava poter essere chiamato da prossimi avvenimenti a notevoli influenze politiche.
Per il prepotente atteggiarsi dell'Austria e il vacillante programma dei nuovi governanti francesi, la cui fierezza svampava nella rettorica parlamentare del generale Sebastiani, fecero accorto l'ambizioso duca della vanit de' suoi sogni. Sicch, ritraendosi da' primi affidamenti, pass, come accade, a feroci vigilanze intorno al Menotti, di cui aveva sorpreso alcuni andamenti. Il Menotti s'era ingannato di vent'anni, supponendo maturo un popolo a concetti unitar e fedele un principe ad impegni di libert. Vistosi a un tratto circondato di diffidenze, dopo le prime larghezze lasciate al suo disegno,  non fu pi in tempo a rompere le tese fila, e dovette anzi, per necessit di salvezza, precipitare lo scoppio. Il 3 febbraio 1831 l'avviso era dato, e una trentina di congiurati s'erano raccolti in casa Menotti. Ma l'avviso era giunto contemporaneamente anche a cognizione del Duca, il quale invi soldati e cannoni, fece assalire la casa, uccidere alcuni complici e tradurre incatenato alle sue carceri Ciro Menotti.  del giorno successivo quel terribile dispaccio di Francesco IV al governatore di Reggio: "Questa notte  scoppiata una formidabile rivolta contro di me. I cospiratori sono nelle mie mani. Mandatemi il boja."
Erano questi i pregiati autografi dei principi d'allora.
Del resto, il trionfo momentaneo delle insurrezioni romagnole e modenesi non riusc a togliere una vittima alle vendette del duca di Modena. Il quale, fuggendo sul territorio austriaco e ritornando dopo la bufera, ne' suoi domin, aveva trascinato seco in catene l'infelice Menotti. Il processo aperto da un tribunale statario contro di lui ebbe l'esito che non era difficile prevedere. La mattina del 26 maggio 1832 fu appiccato per ordine dell'implacabile Duca, a cui quell'uomo vivo rappresentava il rimorso d'una politica equivoca.

E questa politica fu anche l'unica, fu l'ultima che desse un qualche rilievo al Ducato di Modena. Il quale era poi cercato con affettata ignoranza sulla sua carta geografica dal re Luigi Filippo, un po' indispettito perch il principe modenese si fosse impuntato a non riconoscere la sua sovranit. Tempi curiosi, nei quali i principi a cui una rivoluzione riusciva pretendevano essere accettati da sovrani legittimi; mentre poi i principi che in un tentativo di rivoluzione s'erano tuffati credevano disonorarsi riconoscendo principi a cui il tentativo aveva giovato.
Meno feroci, anzi punto feroci, perch l'ambiente non consentiva ferocia, erano le pressioni esercitate dal gabinetto austriaco sulla famiglia toscana.
Nella casa di Lorena non era minore che in tutte le altre d'Italia la preoccupazione dinastica; ma poich le miti tradizioni popolari non incoraggiavano tentativi settar, quel governo cercava mantenersi con politica blanda, addormentando piuttosto che urtando, corrompendo piuttosto che offendendo, cercando di deviare verso istituti di benessere materiale quelle forze intellettuali bramose d'ideali, che nel paese sovrabbondavano.
Era, scrive il Tabarrini "la mediocrit in ogni cosa". Sicch Gino Capponi patva "le fiere malinconie  dell'ingegno inerte e costretto". "Il principato lorenese", afferma Giuseppe Montanelli "faceva degenerare il popolo toscano".
Il che non pareva sufficiente alla politica del principe di Metternich, il quale avrebbe certamente creato delle stte dove non esistevano, per darsi la gioia di perseguitarle. Contro il granduca Leopoldo attizzava la diffidenza fra i potentati europei. Il non vedere erette forche in quell'angolo d'Italia gli pareva una debolezza, fomite di prossime rivoluzioni. Quando, nel 1835, il governo granducale mitig la pena del carcere ad alcuni condannati per causa politica, l'ambasciatore d'Austria a Firenze consegn un dispaccio ufficiale, in cui era detto che "il Sovrano della Toscana, cos operando, incoraggiava il delitto".
Per una sommossa di studenti nell'Universit di Pisa, il gabinetto austriaco consigliava riformare gli statuti della pubblica istruzione, sostituendo nella scelta dei professori al criterio della scienza quello della fedelt politica. Chiese, e pur troppo ottenne, la facolt d'istituire per suo conto un gabinetto nero per l'apertura delle corrispondenze private. Chiese, e pur troppo ottenne, che si sopprimesse l'Antologia e si sbandisse da Firenze Niccol Tommaso. Chiese, e pur troppo ottenne, crescendo colle rassegnazioni le esigenze, che fossero arrestati il Guerrazzi, il Bini, il Salvagnoli, il Contrucci e parecchi altri, processandoli per aderenze settarie, che non furono mai potute provare. Perfino il Congresso dei Dotti, tenutosi in Pisa nel 1844, fu argomento di fieri rabbuffi alla debolezza del principe che lo aveva concesso. E quel filosofo del maresciallo Radetzki, scrivendo all'ambasciatore austriaco in Firenze, considerava il Congresso di Pisa come "un'istituzione destinata a travagliar gli animi in segreto per gettare le fondamenta dell'opera infernale della rigenerazione italiana".
Sicch non  meraviglia se la politica austriaca avesse anche immaginato, circa la Toscana, ipotesi pi ardite e pi avide, quando pareva che al granduca Leopoldo mancasse la prole. Le manifestava senza ambagi l'imperatore Francesco al Granduca, dicendogli: "Mi spiace dirvelo, ma non avvi rimedio; la Toscana diverr provincia austriaca". Fortunatamente - guardate di che avverbi deve talvolta servirsi la storia! - fortunatamente la granduchessa Marianna Carolina mor, e da un successivo matrimonio Leopoldo ebbe prole maschile. La "provincia" agognata dall'imperatore d'Austria era destinata a tutt'altra sovranit.
Di questa politica toscana, tutta a spinte e controspinte,  ebbe per moltissimi anni la responsabilit principale Vittorio Fossombroni, spirito arguto, scienziato eminente, uomo di Stato profondamente scettico, i cui ideali di governo non oltrepassavano i limiti d'un dispotismo bonario, e che, finite le ore d'ufficio, respingeva ogni affare, dicendo: "Il desinare brucia, lo Stato no".
Pure, cos scettico com'era, si devono a lui quelle poche resistenze che oppose la Toscana cos alle pretese austriache come alle esigenze chiesastiche. Sapeva di rispondere ad una vecchia tradizione di governo locale, equilibrandosi contro Vienna e Roma. Spento lui, prevalsero sulla fiacca indole del principe lorenese influenze tortuose e schiettamente retrive. Il suo confessore Balocchi gli negava l'assoluzione se resisteva alle domande della Corte di Roma; il suo ministro degli esteri, Hombourg, gli faceva firmare tutto ci che piaceva al Gabinetto di Vienna.
Era con siffatte disposizioni che la dinastia lorenese si affacciava ai nuovi tempi. Erano queste le forze che preparava per resistere all'onda mossa dietro di lei da quella pleiade illustre di liberali colti ed energici, che dai Galeotti, dai Salvagnoli, da Ferdinando Andreucci giungeva a Gino Capponi, a Ubaldino Peruzzi, a Bottino Ricasoli.

Ci allontaniamo parecchio da questi nomi scendendo gi per l'Italia fino a Napoli, dove troviamo quelli di Ferdinando II, del marchese Del Carretto, di monsignor Cocle, confessore del Re.
Qui ritorniamo all'antitesi nella sua pi cruda espressione; la prosperit dinastica fondata sulla pubblica umiliazione; i supplizi correttivi delle cospirazioni; la polizia e lo spionaggio, elementi dominatori dello Stato.
La polizia muta, pur rimanendo identica. Vuol dire, cio, che nel sogno d'un despotismo pi intenso, si cerca perfino di allontanare l'influenza austriaca, contrapponendovi ora influenze francesi, ora influenze sarde, purch aiutino il programma d'una indipendenza del principato, unicamente volta a intera libert di oppressione.
Questo parve essere infatti il pensiero direttivo del nuovo Sovrano, che saliva al trono l'8 novembre 1830. Ferdinando II, come fu pi tardi giudicato da scrittori senza passione, non era uomo cattivo, ma sopraffatto da un'indole rozza e volgare. Apparteneva ad una stirpe regia, per la quale il giurare una Costituzione era fenomeno altrettanto consueto quanto il ritoglierla. Governava un'amministrazione, la cui corruttela formava il disgusto di tutti i diplomatici accreditati presso la Corte di  Napoli. Non voleva lasciar far nulla a nessuno ed era poi cos inerte e svogliato, che non riusciva a far nulla da s. Si stemperava in motti di spirito, in lazzi osceni o brutali. Ora toglieva la sedia di sotto alla regina, per farla sconciamente cadere a rovescio, ora frustava le gambe al cavaliere Caracciolo di Castelluccio, per vederlo saltare, gridare e piangere. Quando gli parlavano di modificare le uniformi dei soldati, rispondeva: "Vestili come vuoi, fuggiranno sempre". Quando gli additavano qualche ufficiale pubblico, arricchitosi scandalosamente colle concussioni, diceva: "Preferisco i ladri ingrassati ai ladri da ingrassare".
Al di sopra poi di tutto questo scetticismo e di tutta questa brutalit, appariva un furore quasi morboso di comando dispotico. Del principe di Metternich amava i princip di governo, se non accettava sempre volentieri i consigli. Al re Luigi Filippo, che lo aveva timidamente invitato ad allentare un po' le redini della tirannia, rispondeva senza ipocrisie: "Il mio popolo ubbidisce alla forza e si curva; ma la libert  fatale alla famiglia dei Borboni, ed io sono deciso ad evitare ad ogni costo la sorte di Luigi sedicesimo e di Carlo decimo". Non l'ha evitata al suo immediato successore. Dio ha permesso che gli giungesse all'orecchio,  prima di morire, il rombo dei cannoni di Montebello.
Con siffatto re e siffatta politica, i destini delle popolazioni meridionali apparivano chiari; oscillare fra le agitazioni e le repressioni.
Sbollite infatti le prime illusioni del nuovo regno, cominciarono i fenomeni del pubblico malcontento.
Nel marzo 1831, cospirazione in Abruzzo, due cospirazioni a Napoli nel 1832, cospirazione a Capua e a Salerno nel 1833, insurrezioni nel 1837, cos nell'isola di Sicilia come sul continente. Poi, altra cospirazione nel 1838, pronunciamento costituzionale in Aquila nel 1841, moto insurrezionale nelle Calabrie durante il 1843, e finalmente spedizione dei fratelli Bandiera nel 1844.
Da tutti questi movimenti uscivano processi, combattimenti, fucilazioni, esilii; e si disperdevano pel mondo giovani divenuti poi stromenti vigorosi d'italianit nei successivi periodi, come Pier Silvestro Leopardi, Carlo Poerio, Giuseppe Massari, Benedetto Musolino, Giuseppe Ricciardi, Luigi Settembrini, Saverio Baldacchini, Francesco Paolo Bozzelli. La politica di Ferdinando II, come quella di tutti i governi persecutori del pensiero, preparava cos a s stessa gli elementi della sconfitta. Nessuno  sa dire che forze d'ingegno e che virt di propaganda scompaiano pei supplizi politici; ma le carceri e gli esilii politici ingrandiscono sempre uomini, che forse, meno perseguitati, avrebbero avuto minori spinte all'azione e minori opportunit di rinomanza. Certo, l'eco mondiale dei dolori di Silvio Pellico, del Confalonieri, del Maroncelli ebbe per l'Austria, come diceva il Sismondi, peggiori conseguenze che una battaglia perduta. E la falange di esuli creata dalle persecuzioni politiche di Ferdinando II rese popolari nell'Europa, che prima non li conosceva, quei nomi e quegli uomini, da cui trasse Guglielmo Gladstone la coscienza di quella terribile invettiva, sotto la quale cadde prostrato il governo dei Borboni di Napoli.
 una delle leggi storiche pi consolanti, una di quelle che pi si ripetono e confermano nel tempo. E se il dispregiarla  carattere proprio dei regimi dispotici, che alle forze morali non credono e l'avvenire non curano, sarebbe fatale pei regimi liberali l'obliarne l'efficacia e la logica.
Del resto, - ed ora pu dirsi - sarebbe stato un grande ostacolo per lo svolgimento normale del sistema italiano se Ferdinando II avesse ubbidito a consigli politici di altra natura. Questa tentazione era passata, nei primi tempi, per l'animo  suo: ed anche su lui, come sul duca Francesco IV, aveva tentato qualche pressione quel manipolo di liberali che in ogni regione italiana stava all'agguato per indovinare un principe.... diverso dagli altri. Il pericolo sarebbe stato grave se, cedendo alle influenze di Luigi Filippo, il re di Napoli avesse camminato per quella via delle riforme che lo aveva sedotto nei primi mesi del suo governo. Una iniziativa liberale partita dal mezzogiorno, negli anni fra il 1830 e il 1840, avrebbe potuto impacciare l'iniziativa liberale del settentrione e creato fra i patriotti italiani un dualismo forse esiziale per l'ideale politico.
Se le cospirazioni furono la ragione o il pretesto per cui la dinastia borbonica respinse ogni tentazione di liberalismo e si rifugi paurosa nell'abbraccio austriaco, bisogna dire che queste cospirazioni hanno raggiunto il loro scopo. Le ultime soprattutto, perch in queste spuntava nuovo e seducente il concetto unitario, a cui Giuseppe Mazzini, colla sua grande facolt d'iniziativa, aveva ormai coordinate tutte le fila del movimento settario, staccandolo dalle antiche tradizioni di vendette locali.
Certo, non s'era mai visto prima che un drappello di giovani veneti chiamasse a rivolta popolazioni napoletane; si sarebbe visto non molto dopo  un generale napoletano chiamato a comandare rivolte venete. Erano i primi sintomi di quella felice fusione di sentimenti, che avrebbe dato alle popolazioni italiane un solo vessillo ed un solo programma.
La generazione contemporanea pu discutere liberamente il fenomeno delle cospirazioni italiane, che sar argomento di studio, non sempre facile, per le generazioni venture. Quando un paese, dopo mezzo secolo d'esercizio, s' tanto inoculato il vaccino della libert da credere piuttosto al diritto di abusarne che alla possibilit di scemarla, pu essere anche impunemente ingiusto verso quei precursori, o efficaci o semplicemente ingenui, che a metodi diversi hanno dovuto ricorrere. Il collocarsi col pensiero negli ambienti giuridici, morali e politici del passato  uno sforzo che non sempre riesce neanche a storici pacati e desiderosi d'imparzialit.  proprio dell'indole umana giudicare altri da s come esaminare i tempi alla stregua dei criteri contemporanei.
Sugli innumerevoli tentativi di movimento che hanno agitata l'Italia dal 1815 al 1848 si possono portare giudizi diversi, secondo gli scopi, secondo gli effetti, secondo gli uomini. Per il tentativo dei fratelli Bandiera ha ed  giusto che abbia un  posto a parte. La povert dei mezzi coi quali fu condotto potr sempre meritare, nell'opinione dei pensatori austeri, rimprovero di spensieratezza; ma le splendide idealit a cui s'inspir quell'impresa, cominciata con tanto amore e finita con tanta piet, hanno innalzato il sacrificio all'altezza di programma politico, ed hanno gettato su tutto il successivo movimento italiano quel profumo di giovinezza e di poesia, che, anche quando rimane leggenda, aiuta a render grandi le cose nobili e a mantenere nobili le cose grandi.
Ho detto, sul principio di questo discorso, che, ad eccezione di uno solo, tutti gli organismi governativi italiani respingevano volontariamente da s ogni velleit di pensiero.
L'eccezione, voi l'avete indovinato, deve cercarsi nello Stato Sardo; che venne pigliando, attraverso molte contraddizioni, il suo preciso indirizzo, soprattutto dopoch, morto Carlo Felice, senza discendenti diretti, saliva al trono, il 27 aprile 1831, un uomo, contro il quale s' per lunghi anni sbizzarrita un'aspra e ingenerosa polemica, Carlo Alberto, principe di Carignano.
 un nome che non pu uscire dalla penna o dalle labbra, senza richiamare ogni animo gentile a profonde meditazioni. Fu nella vostra citt, in  Firenze, ch'egli venne a cercare conforto de' suoi primi dolori; fu il vostro gran cittadino, Gino Capponi, che ne ottenne le prime confidenze di uomo e di principe. Chi lo ha chiamato Amleto, non ha riassunto che ima parte dell'anima sua; poich Amleto ha ucciso di spada per vendicare la patria, Carlo Alberto s' ucciso di dolore per liberarla; Amleto  morto nel dubbio, Carlo Alberto  morto nella fede, - in quella fede che sul campo di Novara gli aveva fatto indovinare Vittorio Emanuele II.
Pi nel vero  il marchese Costa de Beauregard che lo chiama le plus grand des mconnus.  infatti questa l'amarezza che gli avvelena la vita: essere sempre giudicato a rovescio, - essere accusato di accarezzare sentimenti in diretta opposizione coi suoi. Ha il desiderio di allargare a' suoi sudditi le funzioni del governo, e lo chiamano reazionario; dirige tutta la sua politica allo scopo di render possibile una guerra d'indipendenza, e lo chiamano austriacante; abdica e muore per rimanere fedele alla sua missione, e lo chiamano traditore.
Sono le grandi ingiustizie dei contemporanei che la storia  sovente chiamata a rintuzzare. E dopo cinquant'anni sono ormai gi tanto rintuzzati, che  ognuna delle pubblicazioni relative a Carlo Alberto aggiunge una giustificazione od un elogio per lui, nessuna riesce ad aggiungergli un biasimo od una colpa.
Il pensiero politico ch'egli porta al trono e con cui dirige lo Stato  il pensiero dell'indipendenza italiana. N, malgrado le difficolt dei tempi, lo teneva talmente celato che non si avvertisse dai ministri suoi, pi invecchiati nel sentimento dinastico e nella tradizione diplomatica del diritto divino. Quando infatti, sollecito di non tradir l'avvenire, nominava a suo ministro degli affari esteri un uomo innamorato delle vecchie forme, il conte Solaro Della Margherita, questi lasciava scritto fin dal 1835: "Non ebbi d'uopo di grande scaltrezza per iscoprire, che oltre al giusto desiderio d'essere indipendente da ogni influenza straniera, egli era fin nel profondo dell'animo avverso all'Austria e pieno d'illusioni sulla possibilit di liberare l'Italia dalla sua dipendenza. Non pronunzi la parola di scacciare i barbari, ma ogni suo discorso palesava il suo segreto".
Che a questo concetto dell'indipendenza della patria si associasse l'altro di ingrandire lo Stato, secondo le secolari tradizioni della casa di Savoia, non  difficile supporlo e non gli procurerebbe nessun  rimprovero dalla storia. Ma dal cauto suo labbro usc pure una frase, la quale dimostra che non egoista e non angusta era in lui la previsione dell'avvenire; poich all'inviato suo, conte Ricci, che gli poneva alcune obbiezioni di carattere dinastico, non esit a rispondere fin dal 1845: "Conte, la forma dei governi non  eterna; cammineremo coi tempi".
Il 1821 e il 1833 furono le due epoche formidabili, che servirono a tante penne, alcune oneste, per dilaniare la memoria di Carlo Alberto. Nel 1821, fu detto, trad i suoi amici, ai quali aveva promesso di aiutarli nel movimento. Nel 1833 perseguit i liberali, condannandoli all'esilio od alla morte.
Ebbene, a settant'anni di distanza possiamo avere l'animo abbastanza calmo per esaminare queste due accuse.
Nessuno ha mai saputo dimostrare che cosa Carlo Alberto avesse promesso ai cospiratori del 1821 e in che modo quindi li avesse traditi.
Bisogna essere bene inesperti di congiure e di rivoluzioni per ignorare quanto sia facile a cospiratori illudersi sopra una parola o sopra un gesto, e come sia prepotente, negli uomini che si sono posti, anche per una causa nobile, fuori della legge,  il bisogno di aggrapparsi a qualunque filo che sembri legarli ad altri e maggiori cooperatori del loro proposito.
Gli uomini che s'erano illusi di poter dare nel 1821 istituzioni costituzionali al Piemonte, erano tutti amici commensali del principe di Carignano. Se dunque o il Lisio o il Balbo o il Santarosa o il Collegno, tutti insieme, come pare, disvelarono a Carlo Alberto i loro vincoli colle societ segrete, chiedendogli appoggio per ottenere promesse liberali dal Re, doveva essere in loro fortissima la speranza che l'adesione di un personaggio cos vicino al trono avrebbe nel tempo stesso dato guarentigie maggiori al successo della loro impresa e sopra tutto giustificata in loro un'attitudine, che, da parte di ufficiali e di funzionari pubblici, poteva sembrare passabilmente arrischiata.
Quale fu la risposta di Carlo Alberto? Una conferma dei sentimenti liberali manifestati nell'intimit di antecedenti colloqui; un serio ammonimento circa l'impossibilit che in quel momento l'impresa riuscisse; la pi esplicita dichiarazione che in nessun caso egli avrebbe aiutata una soluzione, a cui il Re legittimo fosse contrario. Si sono potute ammucchiare contro Carlo Alberto centinaia di pagine; non s' mai potuto accertare  che altre da queste siano state le sue dichiarazioni.
Ora, sia che i congiurati abbiano afferrata a volo la prima frase, dimenticando le altre; sia, com' pi probabile, che il moto li abbia trascinati, al solito, pi in l delle loro previsioni, non avevano essi il diritto di affermare la complicit di Carlo Alberto in una impresa, uscita affatto dai limiti, nei quali egli avrebbe potuto accettarla.
E se, malgrado gli ammonimenti suoi, la congiura, prorompendo a rivoluzione, lo poneva nel bivio di diventare un ribelle o di restare un principe di casa Savoia, chi oserebbe, specialmente oggi, fargli una colpa d'aver voluto rimaner tale?
Non egli dunque trad i congiurati; ma la congiura trad lui e tutti, portando la situazione a conseguenze non prevedute, a scopi non proporzionati ai mezzi militari, finanziari e politici, di cui la congiura poteva disporre. E, del resto, questo compresero cos bene, dopo le prime amarezze, i congiurati stessi, che poi ad uno ad uno si raccostarono al principe calunniato, e ridivennero prima ancora del 1848, i pi fedeli suoi consiglieri, i suoi amici pi cari. N a quel gran sofferente venne mai meno la generosit dell'oblio. Poich, quando gli accadde, verso il 1846, d'aver bisogno d'un  segretario, offr il posto e lo stipendio a quel poeta Giovanni Berchet, che lo aveva, pei fatti del 1821, flagellato di versi cos crudeli. E il Berchet, declinando con animo commosso l'offerta, diceva all'amico suo Carlo d'Adda, oggi senatore del Regno: "Darei dieci anni della mia vita per non avere scritto quei versi".
E veniamo al 1833. In quell'anno, come  noto, un'altra congiura politica, a cui non erano pure estranei alcuni ufficiali, era stata ordita in Piemonte sotto le prime influenze della propaganda mazziniana, disciplinata nella Giovane Italia. Pioveva, come suol dirsi, sul bagnato; poich soltanto due anni prima, all'epoca della proclamazione di Carlo Alberto, una setta repubblicana aveva reclutato tra le stesse guardie del Corpo alcuni proseliti disposti ad assassinare il Re. Scoperta la prima cospirazione, il Re fu clemente e si limit a chiudere in Fenestrelle il capo della congiura(1). Scoperta la seconda, l'atteggiamento divent severissimo e il Re defer i colpevoli al giudizio dei consigli di guerra. Questi procedettero, secondo l'indole loro, inesorabili e le condanne a morte furono  pi d'una. Nessuno afferm che con quelle condanne si fossero violate le disposizioni della legge stataria vigente, ma tutti deplorarono che Carlo Alberto non avesse usato pi largamente del suo diritto di grazia.
E lo deploro anch'io. Per non si pu non pensare che questo diritto di grazia costituirebbe nei nostri codici una bugia, se i Principi se lo vedessero sotto mano tramutato in dovere; se a loro non fosse mai lasciata nessuna libert di considerare i tempi, le circostanze, le difficolt dello Stato. Si possono desiderare i Principi sempre magnanimi; non si possono vituperare i Principi anche severi, se la giustizia non  offesa dagli atti loro.
Carlo Alberto si trovava ne' suoi primi mesi di regno. La sua condotta era gelosamente investigata dagli altri monarchi europei, nei quali non si poteva dissipare la nube di sospetti, addensata, pei casi del 1821, intorno a lui. Ebbe egli il sentimento che la severit legale fosse in quella occasione l'unico modo di uccidere quei sospetti per sempre e di lasciargli intera l'indipendenza de' suoi movimenti per l'avvenire? o fu veramente dominato dal pericolo che quei tentativi settar, specialmente rivolti contro l'esercito, si riprendessero e scuotessero nella sua compagine la monarchia, di  cui divisava fare pi tardi una macchina per l'indipendenza italiana?
Certo  che i procedimenti susseguiti a quelle agitazioni parvero eccedere ogni misura di colpa, e ne rest sulla condotta di Carlo Alberto lungo rimprovero di liberali. Ci vollero gli eroismi e le sventure del biennio 1848-49 perch quelle impressioni rimanessero interamente dimenticate.
Del resto, non erano tempi facili, n pei popoli, n pei principi; difficili specialmente per quel principe, che voleva e diede pi tardi al suo popolo istituzioni a cui nessun principe italiano contemporaneo si rassegnava di buona fede. Al duca d'Aumale, venuto alcuni anni dopo a visitarlo, Carlo Alberto diceva: "Je suis entre le poignard des Carbonari et le chocolat des Jsuites". Non  dunque storicamente giusto il biasimo inflitto dagli scrittori intransigenti alla contraddizione quasi tragica nella quale oscill Carlo Alberto, prima della sua ultima e grande evoluzione politica. Quella contraddizione poteva essere in parte attribuita all'indole del tempo. Fra il Metternich, che minacciava di detronizzare Carlo Alberto a beneficio del duca di Modena, e il Mazzini che s'agitava per detronizzarlo a beneficio della Repubblica, la via sempre diritta non si vedeva chiara.

I sovrani hanno, anche pi degli altri uomini, il diritto d'essere giudicati sopra l'insieme della loro vita, non sopra episodi passeggieri, di cui ordinariamente non si scoprono e non si misurano che assai tardi le varie responsabilit.
Nel 1821, un principe d'impulsi subitanei, ma di scarsa previdenza, avrebbe forse potuto strappare ai pubblicisti del tempo un grido d'ammirazione, rinunciando ai suoi diritti dinastici per combattere una battaglia disperata in nome della libert. Ebbene? quale ne sarebbe stato l'effetto? ch'esso avrebbe dovuto, dopo la sconfitta, o andare a morire in Grecia, come Santorre di Santarosa, o trascinare per tutte le capitali europee l'antipatica figura di un principe spodestato. Il Berchet non avrebbe scritta la sua fiera apostrofe, ma sul trono sabaudo si sarebbe assiso il carnefice di Ciro Menotti, e forse l'Italia starebbe ancora meditando, per secoli, il problema della sua esistenza.
Carlo Alberto fu assai meglio inspirato. Affront, con mesto animo, ma con grande energia morale l'ingiustizia de' suoi contemporanei. Scelse Iddio e la storia a giudici suoi. E la storia certamente gli perdoner qualche menda de' suoi primi anni, ricordando la grandezza degli ultimi; nei quali la sua lealt non pu essere pareggiata che dal suo ardimento, e la semplicit del sacrificio  in perfetta armonia colla nobilt della causa per cui lo fece.
In questa differenza tra il pensiero politico di Carlo Alberto e il pensiero, o meglio il metodo politico degli altri principi della penisola, sta il segreto dell'avviamento che prese la storia d'Italia dopo il 1846.
E poich in una legge storica consolante gi ci siamo imbattuti durante questa passeggiata italiana, vediamo di non isfuggirne un'altra, che pure al nostro pensiero si afferma.
 assioma di pubblicisti volgari e di menti isterilite da scetticismo, essere la politica fondata sulla furberia piuttosto che sulla lealt, e doversi respingere dall'arte di governare i popoli ogni miscela di sentimento o di cuore. Tutto ci risponde ai dettami di quell'egoismo, sul quale una falsa scienza sedicente positiva vorrebbe impernare le novit del mondo.
Ebbene, la politica dei vari principi italiani dal 1815 al 1848, fu essenzialmente egoista; una sola, quella di Carlo Alberto, ebbe virt di espansione, carattere di altruismo. Questa rimase, trionf e trionfa ne' suoi successori; dell'altra non restano pi che ricordi, rattristati dalle catastrofi e illanguiditi dal tempo. In quegli anni di dolori e di speranze,  un solo principe butt agli eventi la sua corona per capitanare due guerre d'indipendenza; uno solo giur la Costituzione, senza ritoglierla. Che meraviglia se a quel solo l'Italia s'avvinse, indovinando dalla fede del primo la lealt non mai smentita dei successori?
Non  dunque vero che la modernit debba uccidere gl'ideali per far vivere gl'interessi. La contraddizione fra gli uni e gli altri  l'ipotesi d'una dialettica artificiosa, non la formola uscita dalla logica degli eventi.
La morale pubblica non pu essere, non  diversa dalla morale privata. Attingono entrambe la loro autorit dal sentimento del dovere, che non  mai in contrasto coi dettami della virt.
Vi riuscirebbe difficile dedurre da qualche deplorabile eccezione che nella vita privata la disonest produca dei felici. Potete affermare, senza tema di smentite, che, nella vita pubblica, la prosperit degli Stati  in ragione diretta dell'onest dei Governi.



LA VECCHIA ITALIA.
 
CONFERENZA DI GUGLIELMO FERRERO.


Mezzo secolo addietro la vecchia Europa sent a un tratto tremarsi sotto la terra. In un impeto di audacia, che anche oggi, dopo tanti anni, sembra a noi miracoloso, gli uomini insorsero quasi dovunque contro l'ordine che si diceva costituito per volere di Dio; e, in pochi mesi, i governi pi antichi rispettati e temuti parvero distrutti per sempre o vicinissimi all'estrema rovina.
Questa rivoluzione del grande anno, unica in apparenza, fu in realt molteplice; perch ogni popolo merit un premio suo, con le proprie audacie rivoluzionarie. In Italia i rivolgimenti del 1848 parvero mirare specialmente alla liberazione nostra dalla signoria straniera; ma chi fruga un poco addentro nella storia della societ italiana, dal 1830 al 1848, vien fatto di accorgersi presto che, sotto  la guerra tra austriaci e italiani, si nascose allora, come dopo, il conflitto tra una societ che esisteva e l'idea, il disegno, il proposito di una societ nuova. Non  possibile comprendere la storia italiana di questo ultimo mezzo secolo, se non si comprende il carattere sociale della rivoluzione del 1848; ma la natura di questo terribile rivolgimento si pu a sua volta capire solo studiando la societ della vecchia Italia dal 1830 al 1848; nella quale matur la discordia, che doveva scoppiar poi nella aperta guerra durata dal 1848 al 1870.
La vecchia Italia era uno degli ultimi avanzi, e dei meglio conservati, della vecchia Europa aristocratica e teocratica, nemica di quel complesso di cose materiali e morali, che noi chiamiamo la civilt moderna. I diversi governi ricostituiti in Italia dopo la caduta di Napoleone si affaticarono intorno a una impresa di conservazione, empia e stolta secondo le idee nostre, ma alla quale non manc una certa avvedutezza e coerenza, derivatale dall'aver quei governi capito quale sia il primo principio dell'arte di conservare gli Stati; che cio le istituzioni non durano a lungo, se le idee degli uomini non restano eguali; e che gli uomini mutano tanto pi facilmente di idee, quanto pi sono mutevoli le condizioni della loro esistenza. L'instabilit delle idee e delle istituzioni, e l'instabilit dei destini individuali e delle fortune si accompagnano sempre, come gli effetti alle cause; sono ambedue i segni esteriori della interna elaborazione vitale delle societ che si rinnovano; onde la vera politica conservatrice deve cercare di distruggere questa plasticit vitale della societ, quasi direi pietrificandola in tutti i suoi organi. L'opera a cui attesero principalmente i governi italiani dal 1830 al 1848 fu quasi di pietrificare tutti gli organi della societ italiana, per modo che questa non fosse pi un animale vivente, capace di malattie e di guarigioni, di crescite e di invecchiamenti; fu di mummificarla per sempre in una forma morta, tenendola lungamente immobile entro un bagno di ignoranza, di bigottismo, di pregiudizi e anche di virt modeste e di ragionevoli saviezze.
Le virt modeste, le ragionevoli saviezze che dovevano essere tra i primi elementi di conservazione della vecchia Italia, furono la semplicit e parsimonia del vivere, universale in Italia sino al 1848; in una societ nella quale i bisogni erano meno numerosi e le spese di apparenza minori che nella nuova. Le citt, salvo qualche monumento di lusso pubblico, qualche teatro, qualche chiesa, qualche palazzo gentilizio, erano costruite dimessamente; strette le vie; pochi e miseri i giardini; trascurata la pulizia e ogni altra cosa nelle strade; scarsa la luce di notte. Gli uomini erano contenti di vivere in case pi piccole, pi buie, nelle quali parevano lussi molte cose che ormai sono diventate bisogni volgari. Tutto era solido e durevole: le mura delle case, granitiche e secolari; la mobilia robustissima, costosa ma capace di servire a molte generazioni; i vestiti, tagliati in stoffe solidissime, che passavano di padre in figlio e facevano parte dell'asse ereditario. La spesa per il mantello ricorreva una o due volte nel corso di una esistenza; n era ancor noto il moderno divenire continuo della moda. Il commercio non conosceva ancora quelle teatralit goffe, quelle grandiosit posticcie, quella prodigalit burlesca di ori e marmi falsi, quel barocco da poco prezzo che hanno ridotte le vie delle nostre citt grandi a orribili imposture della bellezza, grandezza e ricchezza. I caff e le botteghe erano in stanze piccole e basse, come se ne vedono ancora a Venezia e a Mosca, i caff soprattutto non arieggiavano a falsi fri romani, ad Alambre di cartapesta.
Anche i bisogni erano molto meno numerosi. Pochissimi i giornali; pochi i libri e letti solo da un piccol numero; rari i viaggi. N ferrovie n tranvai.  I signori avevano le ville per l'estate nei pressi della citt stessa dove abitavano. Le alpi non erano state ancora inventate; pochi i luoghi di bagnature celebri, poche le acque e famose per una reputazione di secoli. Non esistevano ancora le macchine da cucire, le biciclette, il gaz illuminante, il petrolio; non si conoscevano ancora gli innumerevoli prodotti chimici, quei surrogati e quelle falsificazioni, che hanno poi tanto complicata e popolata di insidie la nostra esistenza. Un uomo si faceva fare il ritratto, forse una sola volta durante tutta la sua vita. Il vivere insomma era pi semplice e rozzo, ma anche pi schietto; i divertimenti erano pochi di numero, lo sport ancora in fasce; le abitudini dei figli ripetevano quelle dei padri, che a lor volta avevano ereditate quelle dei nonni. Una generazione passava, prima che un nuovo bisogno si fissasse nelle abitudini di tutti; lo spirito della tradizione reggeva la famiglia e la vita privata, come il governo dello Stato.
Non crediate che, riferendosi a cose cos umili, queste considerazioni siano futili. Esse hanno invece una importanza capitale: perch la differenza essenziale tra la vecchia Europa e la nuova, tra la vecchia e la nuova Italia, il mutamento essenziale da cui derivarono gli altri fu proprio questo: che  nella vecchia Europa ed in Italia vigeva un tenor di vita semplice, con bisogni sempre eguali o lentamente crescenti; nella nuova, un tenor di vita con bisogni crescenti indefinitamente e rapidamente. Un governo unitario ha potuto alla fine costituirsi in Italia, perch trov un sostegno in questa nuova maniera di vivere, divenuta comune nel popolo dopo il 1860; mentre gli antichi governi avevano capito che non avrebbero potuto reggersi a lungo, se le antiche forme del vivere, semplici e parsimoniose, sparivano; e avevano in vari modi cercato di salvare i loro popoli dalla seduzione della nuova civilt, che prosperava in Inghilterra e in Francia.
Molti furono i mezzi; primo tra tutti, la oppressione della classe che sola poteva farsi veicolo della nuova civilt forestiera, la borghesia istruita; oppressione esercitata per mezzo di una curiosa alleanza della aristocrazia e del popolino. I re si fecero i tutori della canaglia; l'aristocrazia, che rappresentava la ricchezza fondata sulla propriet della terra, la devozione alla Chiesa e alla monarchia assoluta, l'orgoglio gentilizio che vuol sovrastare alle capacit personali, prese a proteggere l'infimo popolino, a mantenerlo grasso e ignorante. Madre per la plebe, la monarchia aristocratica era invece matrigna per il ceto medio; che essa cercava di  umiliare in ogni modo, impedendogli di crescere, di imparare, di arricchire; consentendogli appena di vivacchiare oscuramente, con l'elemosina di magri impiegucci o con l'esercizio di professioni, ma a condizione di andare a messa e di esser fedele al re: permettendogli al pi di darsi a studi punto malsani e pericolosi, come decifrare iscrizioni latine o annotare vecchi testi di lingua. A elaborare questo disegno bizzarro di una societ aristocratica e plebea, fanaticamente conservatrice in ogni cosa, pi che ad altro, hanno faticato, nei diciotto anni che precedettero il 1848, gli Stati italiani, dall'Austria a quel Ferdinando secondo, tipo curioso di re ingegnoso e ignorante, abile e ingenuo, che ha impersonato forse meglio di ogni altro sovrano questa idea dello stato monarchico lazzaronesco.
Quei 18 anni furono infatti il momento della suprema fatica, per i governi della vecchia Italia. Correvano i tempi in cui cominciavano a fiorire in Inghilterra e in Francia i nuovi commerci e la nuova industria meccanica, che hanno contribuito tanto a convertire l'antico tenor di vita modesto e tradizionale, nel nuovo, sibaritico e con bisogni sempre pi numerosi; che hanno mutato l'antico assetto delle fortune, rese labili tutte le ricchezze, ridotta l'essenza della societ moderna a un divenire continuo.  Per queste ragioni gli antichi governi, soprattutto l'impero d'Austria e il regno delle Due Sicilie, si adoperarono a strozzare in culla le nuove industrie e i nuovi commerci. Non era lecito aprire un opificio senza permesso speciale del governo; ma le formalit erano tante, tante le condizioni, le restrizioni, i rinvii, le diffidenze e le cautele delle amministrazioni, che introdurre una industria nuova era quasi cos difficile come costituire una societ segreta. Inoltre, come sempre succede, la legislazione improntava di s il sentimento pubblico, il quale era portato a riguardare con diffidenza ogni impresa industriale. Cos in Lombardia si notano, sino al 1848, solamente progressi agricoli, nella coltivazione del gelso, ad esempio; ma nessun progresso industriale(2). Ancor pi ostinata fu la resistenza del governo borbonico, che dur sino all'ultimo; onde le concessioni industriali di quegli anni si possono contare tanto sono poche; e qualche volta sono motivate con ragioni bizzarre, che mostrano l'intima natura di quel governo; come quel permesso dato al marchese Patrizi, nel 1858, di costruire due molini sul Sebeto, ma a condizione di far dire un certo numero di messe in suffragio delle anime dei terrazzani. E la concessione era data, dice espressamente il decreto, "avuto riguardo ai vantaggi spirituali degli abitanti di quella pianura"(3).
Dallo stesso ordine di idee nasceva la politica doganale della vecchia Italia, anche essa uno dei tanti processi di pietrificazione applicati alla societ italiana. A differenza dell'Italia contemporanea, gli Stati italiani di prima del 1848 fecero libera la importazione del grano; o la tassarono di diritti minimi, imposti per fini fiscali, non per favorire come si fece dopo un "ordine privilegiato dalla fame pubblica." Cos la Toscana, che nel 1842 aveva stabilito un leggero dazio sul grano, sopravvenuta la carestia nel 1846 lo abol senza tanto cavillare e tergiversare, come fece, cinquant'anni dopo, un altro governo; perch il popolino doveva vivere ben pasciuto; le derrate dovevano vendersi a prezzi vilissimi; i pericoli delle carestie esser ridotti a meno che si potesse da saggie misure di previdenza pubblica. Il Duca di Modena accumulava nei granai pubblici, durante gli anni di abbondanza, per sovvenire  al popolo negli anni magri, e salvarlo dagli usurai e dalla fame. Pane in piazza, era il primo principio di quell'arte antica di Stato.
Ma al liberismo agrario corrispondeva un fiero protezionismo industriale, soprattutto negli Stati austriaci, nel regno delle Due Sicilie e nello Stato pontificio. Nel 1846 un cardinale dichiarava in Roma allo Zobi che la libert di commercio e il giansenismo erano due forme di errore sorelle; tanto  vero che il solo Stato che inclinasse un poco alla libert di commercio, la Toscana, era quello che aveva dato motivo di maggior scandalo, con le inclinazioni di alcuni suoi prelati agii errori del giansenismo(4). La libert di commercio era considerata come una teoria funesta allo Stato; ci che ci spiega facilmente come mai l'Italia rivoluzionaria sia stata tenuta al fonte battesimale del libero scambio; fede dalla quale essa doveva fare cos presto apostasia.
Sennonch il protezionismo industriale della vecchia Italia era ben diverso dal protezionismo industriale dell'Italia contemporanea. Questo  la  conclusione di una politica nello stesso tempo oligarchica e rivoluzionaria, plutocratica e sovvertitrice; che aggrava la disuguaglianza delle fortune; che affretta la formazione di una oligarchia di milionari e di un proletariato industriale ammucchiato e turbolento al nord dell'Italia; che porta con s l'aumento dei bisogni, la crescente costosit della vita, la universale avidit del denaro, l'idolatria delle apparenze, la dissoluzione morale delle classi medie, la miseria delle plebi rurali, la fermentazione di tutti gli spiriti di progresso e di rivoluzione, di tutte le audacie buone e cattive, l'instabilit sociale, la contradizione tra i desiderii e la realt, lo sforzo violento della invidia che tenta colmare l'abisso tra gli uni e l'altra.... Il protezionismo della vecchia Italia era invece un procedimento di mummificazione della societ; mirava a salvare l'antico artigianato dalla concorrenza delle grandi manifatture inglesi e francesi, l'antica semplicit del vivere dalle seduzioni alla nuova variet e molteplicit dei consumi. L'industria era allora in Italia esercitata da un ceto di artigiani, lavoranti in casa o in piccoli laboratori; e il commercio dei manufatti era quasi un privilegio ereditario di poche famiglie di mercanti. Un ceto operaio ignorantissimo, che si serviva di un macchinario rozzo, che  applicava ostinatamente una tecnica tradizionale; nemico, per stupidit e misoneismo, di qualunque ragionevole novit industriale; quasi dovunque violento e facile al sangue, tale era la popolazione urbana nella vecchia Italia. Questi artigiani fabbricavano cose di qualit buona ma costosissime, perch la rozzezza della tecnica era causa di un grande spreco di lavoro; in compenso per essi stessi erano un popolo di grandi fanciulli, violenti, imprevidenti, ignoranti, fanaticamente conservatori, pronti al coltello, che potevano facilmente esser governati da un regime di beneficenza e di terrore alternati. Difatti, proprio in mezzo a questo popolino, che odiava ogni cosa nuova, la vecchia Italia trov quei settari che, specialmente negli Stati della Chiesa, pugnalavano i campioni delle idee liberali. I vecchi governi italiani erano dunque portati dalla forza stessa delle cose a proteggere questo ceto di pretoriani del vecchio regime; onde, quando la industria forestiera cominci, tra il 1831 e il 1848, a voler portare in Italia, contro la solidit tradizionale e costosa dei lavori dell'artigianato, la brillante caducit a buon mercato delle cose sue, studiando di comunicare al pubblico quella volubilit di gusti divenuta ora universale, i governi corsero subito al riparo, inasprendo il protezionismo.

Di questa politica che rendeva difficili le rivoluzioni industriali e commerciali, era ad un tempo conseguenza e parte integrante tutta l'opera sociale e morale di quei governi, intesa a mortificare una delle passioni, cresciuta poi a dismisura nella nuova Italia, come nella nuova Europa: la cupidigia dei subiti guadagni. Il self-made-man non era punto l'eroe di quella societ, nella quale lo Smiles, il Plutarco dell'ra borghese, sarebbe stato giudicato autore di libri malsani, atti a corrompere l'immaginazione e il cuore dei giovani. La societ della vecchia Italia era come una chiesa antica e venerabilissima, nella quale tutto  stato santificato dalla piet dei fedeli; le lampade vecchie di secoli, le pietre del pavimento sconnesse e logorate da milioni di piedi, dove nulla si pu toccare senza commettere sacrilegio; onde la virt vera consisteva a quei tempi in rassegnarsi al grado di fortuna toccato in sorte nascendo, in saper rimpiccolire in ogni modo il proprio essere. Lo spirito di avventura, la ambizione di ingrandire s e la propria fortuna, l'energia personale che vince gli impedimenti della nascita oscura; tutte queste che poi furono considerate come le prime virt dell'uomo sembravano allora tentazioni del diavolo, perch contenevano un principio di rivolta contro l'ordine delle cose vigente.

Cos si capisce perch la vecchia Italia si sia mostrata tanto diffidente contro le nuove banche che si fondavano in Inghilterra e in Francia; e si sia contentata di conservare gli storici banchi del medio evo, istituzioni mirabili e prettamente italiane, ma che potevano soltanto bastare alla conservazione di traffici tradizionali, non al crescere di un nuovo commercio.  curioso a questo proposito che il trapasso alle istituzioni bancarie moderne sia segnato in Italia dal cambiamento di sesso della parola che le indica, che da banco, come era nel vecchio italiano, diventa banca, alla francese. Basti dire che non ci fu mai modo di persuadere Ferdinando secondo a fondare una sola succursale del Banco di Napoli fuori di Napoli, salvo due casse istituite nel 1843 a Messina e a Palermo, neanche quando il Banco aveva nel suo tesoro pi di 120 milioni(5). Cos successe che tra il 1830 e il 1848 l'Italia god di una inutile abbondanza di capitale, che giaceva ozioso, nascosto in fondo alle calzette, sotto i materassi e sepolto nei forzieri. La popolazione era pi scarsa; la terra rendeva discretamente; i governi sprecavano poco; il vivere era meno caro perch pi povero di bisogni: l'Italia poteva cos risparmiare: ma gli impieghi industriali  e finanziari essendo pochi, il capitale ristagnava. Erano intatti gli anni in cui a Torino si dovevano puntellare le vlte della tesoreria, perch i sacchi di marenghi non le sfondassero; i tempi in cui in Lombardia i proprietari di terre mutuavano facilmente al 4% senza ipoteca, onde prima del 1848 si poterono dissodare molte terre e diffonder per la Lombardia la coltura del gelso e l'allevamento dei bozzoli(6); erano i tempi in cui, intorno al 1840, Leopoldo secondo si risolveva a intraprendere la bonifica della maremma, specialmente in considerazione di una grossa somma di denaro che dormiva nelle casse del tesoro, e che parve giusto di impiegare in qualche modo(7).
Insomma nessuno aveva ancora gridato all'Italia la frase del Guizot, la parola della nuova alla vecchia Europa: Enrichissez-vous. Gli incantesimi spesso pericolosi con cui la borghesia degli affari  riescita a svegliare dal lungo sonno e a far prorompere di sottoterra le fontane della ricchezza, erano ancora ignoti o detestati. I grossi mercanti di prima del 1848, la prosperit delle cui case era spesso opera  di molte generazioni, consideravano le cambiali un poco come i ponti che il diavolo delle leggende costruisce sopra gli abissi; che da lontano paiono solidi, ma quando il peccatore orgoglioso ci monta sopra, il ponte sparisce in niente e il peccatore precipita. Firmare una cambiale era per essi quasi un disonore. Eguale prudenza, e, diciamolo pure, prudenza onesta ben maggiore di quella che la nuova Italia ha mostrato, usavano i governi di allora nel trattar la moneta pubblica; in modo che essa non fu mai falsificata e adulterata da nessuno di quei disonesti artificii, che divennero dopo cos comuni. La vecchia Italia us sempre moneta d'argento e d'oro; e nel regno delle Due Sicilie le fedi di credito del Banco di Napoli, come allora si chiamavano i biglietti, valevano pi dell'oro, come succede ora ai biglietti della banca imperiale germanica, ma come non  mai successo ai biglietti di banca della nuova Italia(8).
Questo differente stato morale della vecchia Italia si manifesta mirabilmente nella corruzione amministrativa di allora, cos diversa da quella presente. Gli alti funzionari di allora erano quasi tutti nobili e ricchi, che amministravano per onore e che per  un senso di probit e fierezza gentilizio non rubavano, ma lasciavano invece per buon cuore rubacchiare i piccini, che non potevano fare gran danno e che cos si ingegnavano a viver meglio; mentre nella amministrazione borghese successa dopo, pi colta ma formata da una classe in cui erano stimolate tutte le ambizioni e tutte le cupidigie, i piccoli doverono rispettare i centesimini, ma i grandi rubarono i milioni.... In questo consiste tutta la filosofia della storia del Banco di Napoli. Sotto il governo borbonico i piccoli impiegatucci del Banco si ingegnavano per spillar qualche quattrino dai clienti rendendo quei piccoli servigi che un impiegato pu rendere ai clienti di una grande amministrazione; spesso anche trascuravano il loro ufficio per altri lavori. Ma l'amministrazione del patrimonio, affidata a grandi personaggi, era cos rigorosa, le regole per gli sconti cos severe, e cos osservate, che dal 1818 al 1861 sopra una media annua di 69 milioni di sconti e prestiti su pegno, le perdite furono in media di 65,000 lire l'anno(9). Dopo il 1860 gli uscieri e gli scribi poterono ingegnarsi meno; ma si ingegnarono troppo intorno al Banco altri amministratori, ben pi avidi e malefici.

 facile capire come questa corruzione spicciola contribuisse a conservare lo Stato, perch giovava agli umili e non metteva a repentaglio la prosperit pubblica. Cotesta era una corruzione conservatrice; mentre quella che successe poi fu una corruzione rivoluzionaria, che generando la miseria di molti, mettendo in mezzo alla societ lo scandalo di poche grandi fortune fatte col furto, dissest la fortuna pubblica e turb il senso morale del popolo e fu uno stimolo a desiderare forme pi perfette di Stato.
Se dunque anche la corruzione amministrativa contribuiva alla politica della stabilit eterna, che fu propria della vecchia Italia, la politica intellettuale le port il compimento. Che la vecchia Italia fosse poco amica della istruzione popolare  notissimo, e lunghe dimostrazioni sarebbero inutili, se anche nella Toscana, che pure tra il 1830 e il 1848 fu il pi civile degli Stati italiani, si trovavano dei borghi di 10,000 abitanti senza scuole(10). Sennonch questa politica intellettuale, fatta di semplice astensione, era possibile rispetto al popolino, che poteva restare illetterato e ignorantissimo; ma non rispetto alla classe media e all'aristocrazia,  che qualche cosa dovevano pure studiare, per la necessit stessa della loro funzione sociale. Che cosa poteva dunque esser dato a studiare a costoro, tra il 1830 e il 1848, senza che gli studi fossero veicolo di idee empie, stimolo di ambizioni malsane? I vecchi governi avevano stabilito censure pi o meno rigorose; ma tutti sanno che il contrabbando delle idee  il pi facile di tutti. Perci quei governi apprestarono un'altra difesa, pi potente: l'istruzione classica, con carattere specialmente letterario. Nelle scuole frequentate dalla classe media e dalla aristocrazia (collegi, il maggior numero, e sempre con ecclesiastici per insegnanti) si insegnavano soprattutto il latino e l'italiano: si insegnavano bene, ma non si insegnava altra cosa. I nostri nonni imparavano davvero a leggere il latino e a scrivere l'italiano, l'italiano pretto dei classici, la pura lingua letteraria, la cui tradizione era conservata con molto zelo nelle scuole dei vecchi governi, anche di quelli stranieri, come l'austriaco. Fedeli in tutto alla tradizione, i vecchi governi erano in filologia puristi: cosicch sino al 1848 tutte le scritture degli uomini colti furono scritte in pretto italiano, dalla requisitoria del poliziotto austriaco che voleva mandare sul patibolo il Confalonieri, ai libri dei medici,  degli scienziati, degli eruditi. La rivoluzione nazionale imbarbar poi la lingua in quel gergo bastardo in cui oggi si scrive ogni cosa: le leggi, i giornali, il maggior numero dei libri, e dal quale bisogner trar fuori una nuova lingua letteraria, nostra e bella, viva e limpida, che non sia n la lingua arcaica ora in uso in una certa letteratura, n il miscuglio fangoso in cui si appesantisce il pensiero del maggior numero degli altri scrittori. Era quella dunque una coltura tutta letteraria, che insegnava a curare una forma la quale doveva restare vuota di ogni contenuto di idee vive e di cui il maggior numero degli uomini colti del tempo si accontentava; perch gli uomini si appassionavano per le questioni sostanziali nei tempi di rapidi e molteplici mutamenti sociali, per le questioni formali nei tempi di universale osservanza delle tradizioni. D'altra parte l'educazione puramente letteraria, il culto della forma, il classicismo, cio l'ammirazione delle opere antiche professata secondo certi canoni fissi, convengono interamente a una societ che vive di tradizioni, perch sono una scuola eccellente dello spirito di conservazione. Gli uomini hanno immaginato mille prigioni per serrarci dentro la infinita energia espansiva e sovvertitrice del pensiero umano; le carceri, la povert, l'infamia, la  morte; sempre invano per! perch una sola  la prigione capace di contenere il pensiero: il carcere di formole irrigidite, la gabbia di parole che hanno perduto il loro significato, il sepolcro di antiche scritture ormai vuote di senso. Dal momento in cui le classi colte di un paese si danno a curare la propria lingua come una lingua morta e a lavarne continuamente il cadavere; quando esse prendono a considerare certi capolavori della loro arte antica come i tipi perfetti soli ed eterni della bellezza, che si devono ricopiare indefinitamente, senza tentar cose nuove che sono di per s inferiori alle antiche, il loro spirito si chiude alle novit sostanziali, ripugna ai rivolgimenti ideali che precedono o almeno accompagnano i rivolgimenti sociali. Il Settembrini si meravigliava che il governo borbonico lasciasse il Puoti, il celebre purista di Napoli, insegnare a 300 giovani l'amore dei trecentisti, dimostrando ancora una volta la nobile ingenuit del suo animo e la abilit del governo borbonico; il quale sapeva che quei limatori di aggettivi, quei futuri puristi che sarebbero caduti in convulsioni a udire un francesismo, sarebbero stati quasi tutti buonissimi conservatori, salvo pochi cos perversi che sarebbero usciti liberali anche dalla educazione del pi fanatico prete. In un certo senso, i pi formidabili baluardi  della vecchia Italia contro l'avvenire erano allora l'Accademia della Crusca e la Rettorica di Aristotele; perch gli studi letterari servirono fino al 1848 a cristallizzare le idee degli Italiani, come lo studio del Corano serve a cristallizzare quelle dei Turchi. Negli studi della letteratura classica si preparava il personale delle amministrazioni italiane di quei tempi, come adesso con lo studio del Corano si prepara la burocrazia turca; e cos quel personale riesciva facilmente pieno di un fanatico spirito conservatore, che metteva in armonia l'amministrazione con il governo.
Infine la vecchia Italia trovava le ultime seduzioni alla neghittosit sociale, nella universale pigrizia e gaiezza. La vecchia Italia era poco laboriosa e allegra; sapeva asciugar presto le lagrime e non conosceva quegli esaurimenti ereditari che hanno tanto incupito, dopo, il carattere italiano. I proprietari abbandonavano le terre ai fattori e ai coloni, non passavano in campagna che qualche mese di autunno, ma non per sorvegliare i contadini in un lavoro di cui essi del resto non sapevano nulla, ma per convitare gli amici e divertirsi; poi tornavano, alle prime nebbie invernali, in citt, a oziare tra il caff, la piazza, il salotto e il teatro. Un principio di rivolta contro questa neghittosit si  nota qua e l tra il 1830 e il 1848; ma sono voci solitarie che ammoniscono un popolo di sordi. Nel 1845 si istituisce a Ravenna una societ di agricoltura, di cui fu presidente il conte Pasolini; tra il 1840 e il 1848 si discusse molto in Toscana nella Accademia dei Georgofili, e il Salvagnoli rimprover aspramente ai "possidenti di ogni classe" la loro "vita oziosa e improduttiva"(11); anzi il marchese Cosimo Ridolfi volle dare un esempio, ritirandosi sulle sue terre a istruire i contadini(12). Proposito ed esempi singoli, che non trovavano imitatori, mentre la classe media - professionisti e impiegati - imitava l'ozio dei grandi, lavorando dolcemente, attendendo soprattutto al teatro, al giuoco del pallone o del biliardo. Il popolino degli artigiani applicava per conto suo un regime igienico di lavoro, senza intervento di ispettori governativi e di leggi sociali, ribellandosi a ogni disciplina rigorosa di lavoro, prolungando al luned le baldorie della domenica, osservando tutte le feste sacre e profane.... Innumerevoli erano del resto le feste di rito, quelle in cui i lavoranti riposavano, i mercanti chiudevano bottega, gli impiegati e gli scolari restavano a casa: tutti i momenti interveniva dal cielo qualche santo o santa a concedere per un giorno amnistia da quella pena del lavoro, a cui Dio condann l'uomo nel paradiso terrestre. Forse solo la Turchia pu oggi esser paragonata alla vecchia Italia, come societ in cui le feste si seguano fitte, e in cui la vacanza sia una delle istituzioni cardinali dello Stato. L'ozio infine era tanto considerato come la condizione regolare della vita, che la vecchia Italia tollerava con indifferenza torme immense di mendicanti. L'elemosina era, nella vecchia Italia, una istituzione sociale organizzata da usi e leggi nelle case dei ricchi, nei conventi e nel governo, in grazia della quale prosperava un numerosissimo ceto di mendicanti. Nelle grandi citt, nelle medie, nelle piccole, nelle grosse borgate di campagna vivevano torme di proletari oziosi, senza terra, senza arte, senza volont di lavorare; vagabondi un poco per necessit, un poco per elezione; che si facevano nutrire e vestire dai ricchi, dai conventi e dal governo; che si aiutavano con furtarelli e professioni immonde, quali il lenocinio e la prostituzione): torme superstiziose e violente che i governi accarezzavano e fustigavano,  che a pi riprese aizzarono sui novatori: vero semenzaio di criminali, che provvedeva il miglior personale alle bande di briganti, numerosissime e audacissime nelle campagne di quasi tutta Italia; e alle associazioni di malfattori, a volte, come la camorra, potentissime nelle citt. Questa miseria oziosa, palude di abiezione che la nuova Italia, riesc in parte a prosciugare, non pareva ai vecchi governi dovesse esser curata, cercando di indurre quei vagabondi al lavoro; essi si credevano invece tenuti a sovvenir loro con le elemosine, a incoraggiarne cio le inclinazioni all'ozio.
Tempi bizzarri! Perfino le ferrovie, che proprio in quei tempi cominciarono a comparire in Italia, non furono, prima del 1848 e specialmente nel regno delle Due Sicilie, che un pretesto di elemosine al popolino. Pochi fatti possono far meglio capire la natura di quei vecchi governi e mostrare come da un paese all'altro si possa falsare il carattere di una istituzione, che l'amministrazione delle ferrovie borboniche prima del 1848, e il modo con cui esse furon ridotte a esser quasi una succursale dei conventi e un pretesto per distribuire zuppe al popolo. La prima linea di ferrovie, la Napoli-Torre Annunziata risale al 1840: da questo anno al 1848 si costruirono in Italia solo 223 chilometri  di ferrovie, di cui 113 nel regno delle Due Sicilie, 45 in Lombardia e 65 in Toscana. La vecchia Italia diffidava delle ferrovie; Ferdinando secondo le considerava come funeste al popolino, cui avrebbero rincarato il vivere, promuovendo l'esportazione dei generi agrari; il governo pontificio resist lungamente a ogni proposta di costruzione. I pochi chilometri costruiti nel regno delle Due Sicilie, erano come un giuocattolo per divertire il popolino: consistevano di poche linee nei dintorni di Napoli, di cui una, quella da Napoli a Caserta, congiungeva le due reggie e serviva soprattutto alla corte; le altre erano usate dal popolino specialmente per scampagnate domenicali. In conseguenza, l'amministrazione si era data cura di togliere dal divertimento le occasioni di scandalo: tutte le stazioni erano provviste di una cappella; per espressa volont di Ferdinando secondo non si ammettevano tunnels, i pertusi, come egli diceva, perch immorali; nelle terze classi i viaggiatori in giacca e coppola, quelli cio che avevano il cappello e la giacca, godevano di un ribasso negato agli scamiciati, allo scopo di far viaggiare il popolino vestito decentemente. La stazione era una specie di fro, dove il re, al partire o arrivando, dava udienza al popolo. Gli impiegati delle ferrovie erano tenuti in conto  di sudditi fedelissimi; formavano una aristocrazia tra la plebe napoletana, distinta con un segno di favore speciale dalla Corte e dal Governo. Non i bisogni del servizio o la capacit, ma la protezione di persone potenti faceva ammettere tra quel personale; mancavano i ruoli dei funzionari; accanto agli ordinari si ammettevano indefinitamente i soprannumeri, accanto a questi gli aspiranti al soprannumerato. Il re li considerava come i suoi protetti e beniamini, ai cui capricci pi fanciulleschi qualche volta, nei momenti di buonumore, amava piegarsi. Una volta i capisquadra della officina dei veicoli gli chiesero che concedesse a ogni squadra di costruire a piacere un vagone, perch si impegnasse una gara di immaginazione e di abilit tra le varie squadre; avendo il re accolta la domanda e dato il denaro, questi operai si baloccarono per diversi anni a fabbricare vagoni di forme strane, di cui uno era ancor in uso dopo il 1860, tutto noce e ferri cesellati, con i propulsori che uscivano da gole di leoni. Cos uno dei trovati pi rivoluzionari del secolo diveniva per quei governi un balocco buono per trastullare il popolo(14).


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Ecco adunque chiaro che la opera vera della rivoluzione italiana fu di convertire una societ dove tutto era tradizionale, in una societ dove tutto fu instabile e mutevolissimo.  stato perci un grande errore credere che la rivoluzione cominciata nel 1848 e finita nel 1870 sia stata solamente una rivoluzione nazionale; mentre il suo vero merito, quanto essa conteneva di pericoli e di possibilit future di grandezza, fu piuttosto nell'essere stata una rivoluzione antinazionale, che snazionalizz il carattere della societ nostra da quello che era stato negli ultimi due secoli. La rivoluzione fu nazionale in parte, in quanto si adoper a rovesciare la signoria austriaca; ma in quanto si adoper contro gli altri governi essa fu rivoluzione antinazionale. I governi della vecchia Italia erano per certe parti assai cattivi, ma non si pu negare che fossero prettamente italiani, che rappresentassero tradizioni sociali e una forma di governo tutta nostra, che cercassero di conservare incontaminate la lingua e la coltura italiana. Come abbiamo visto, faceva parte dei loro stessi disegni di conservazione sociale l'avversione contro le istituzioni, le idee e le invenzioni quasi  tutte straniere, che formano la civilt moderna. La gloria appunto della rivoluzione italiana fu di aver rotto in guerra contro la tradizione locale, di aver parteggiato per istituzioni, idee e costumi forestieri; per le diverse filosofie razionaliste contro i rammodernamenti della scolastica tradizionali nelle scuole delle vecchia Italia; per il romanticismo contro il classicismo; per le ferrovie, la grande industria e la vita a larghi consumi, contro il modesto sempre eguale e ozioso vivere della vecchia Italia. La societ della vecchia Italia, pur essendo prettamente italiana, si era mummificata, aveva ridotta la sua esistenza a una eterna e vuota ripetizione; come avrebbe potuto l'Italia rinascere e rivivere, se quella vecchia societ non cadeva? Aver cominciato questa opera necessaria di distruzione  stata la gloria dei rivoluzionari del 1848. Lo so: questa rivoluzione fu compiuta in modo ben doloroso e con terribili sprechi e turbamenti di tutte le cose; ma  meglio si sia fatta cos che se non si fosse fatta. I popoli hanno bisogno, di tempo in tempo, di questi rivolgimenti di istituzioni, costumi ed idee che rinnuovano il loro carattere. Come la merry England del secolo sedicesimo  diventata la melanconica e puritana Inghilterra del diciannovesimo; come l'Italia del 500 non  pi quella  del 300, cos l'Italia del secolo ventesimo non dovr esser pi quella della prima met del nostro secolo.
La vecchia Italia, ignorante, allegra e pigra non  pi; l'Italia vuol farsi pi laboriosa, pi colta, pi seria; pi consapevole dei fini supremi della vita. Purtroppo noi siamo ancora lontani dal profondo e soave riposo del rinnovamento compiuto; noi siamo esausti dal sostenere l'immensa fatica del rinnovamento in via di farsi dentro di noi. Chi riconoscerebbe pi nell'Italia contemporanea l'Italia grassa e gaia e triviale, la pingue comare che sino al 1848 divert con i suoi carnevali l'Europa? La pingue comare  diventata esile come una santa dedita a discipline estenuanti. La terribile fatica la ha consunta; le sue mani si sono fatte diafane; le sue guancie si sono infossate, i suoi occhi scintillan di febbre, il suo spirito esausto  tormentato di tempo in tempo da allucinazioni terribili; il suo corpo da piccole ma dolorose convulsioni periodiche.  la prova da cui essa potr uscire a una condizione superiore di salute, se non si avvilir sotto la sofferenza presente e se sapr espiare utilmente gli errori passati.


IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE DURANTE IL REGIME BORBONICO.
 
CONFERENZA DI FRANCESCO SAVERIO NITTI.


[La conferenza di Francesci Saverio Nitti  sotto copyright fino al 2024, ed  stata rimossa da questo file.]




IL VESCOVO D'IMOLA.
 
CONFERENZA DI ERNESTO MASI.


Sulla fine di dicembre del 1832 Giovanni Maria Mastai-Ferretti, arcivescovo di Spoleto, e che poi divenne Papa col nome di Pio nono, fu da Gregorio sedicesimo nominato vescovo d'Imola.
Entr in Imola (notano con intenzione certi suoi biografi) il mercoled delle Ceneri del 1833.
Se questo indefinibile arnese letterario, che si chiama una conferenza, e in cui la dose del poco e del troppo resta sempre un problema, si dovesse e potesse limitare ad una semplice biografia, io, per verit, dovendo fermarmi al 1846, non avrei molto da dire.
La vita di Pio nono  divisa essenzialmente in due parti, e la prima e pi naturale divisione di essa neppur si ferma al 1846, bens continua fino al 15 novembre del 1848, che Pellegrino Rossi, Ministro di Pio nono, fu assassinato in Roma a tradimento, mentre, sceso appena di carrozza, saliva il primo ramo di scala del palazzo della Cancelleria per recarsi a riaprire il Parlamento degli Stati Pontifici. Il giorno dopo, la rivolta di piazza, sobillata dai circoli demagogici, ormai padroni del campo, assaliva Pio nono nel Quirinale, gli imponeva un Ministero, e in capo ad altri nove giorni, il Papa, travestito da semplice prete, fuggiva da Roma nella carrozza della contessa Spaur, ambasciatrice di Baviera, e si rifugiava a Gaeta. La prima parte della vita di Pio nono finisce qui.
Da questo momento fino al 7 febbraio 1878, in cui Pio nono mor, egli, come uomo, come principe, come Papa,  un personaggio storico diversissimo da quello di prima, sebbene forse nell'uomo, nel principe e nel Papa di prima si trovino gi, se non tutte le cagioni (le quali oltrepassano la sua qualunque individualit e sono di ordine pi generale), certo molte delle ragioni sufficienti del mutamento in lui sopravvenuto.
Se non che fermandoci al 1846, che fu il primo anno del suo pontificato, noi vediamo in lui non solo il vero iniziatore del risorgimento italiano, allorch questo esce finalmente dal periodo delle profezie letterarie, delle visioni teoriche, delle sommosse  spicciolate e delle tenebrose cospirazioni, espiate coi martirii, per entrare nella piena luce della grande azione storica e comprendere in un moto irresistibile tutta intiera l'Italia e l'Europa, ma assistiamo altres a questo fenomeno singolarissimo, che un uomo senz'alcun antecedente personale molto notevole, un uomo mediocre (l'epiteto  del Gioberti), mediocre di animo, di bont, di coltura, d'ingegno e di carattere, e quasi inconsciente degli effetti prossimi e remoti della sua azione pubblica, pu tuttavia dare la prima e pi decisiva mossa a cos straordinaria mole di eventi, e lo vediamo proprio, quando egli  ancora portato e si lascia volentieri portare dall'onda enorme d'una popolarit subitanea e senza esempio, e innanzi ch'egli incominci ad accorgersi e spaventarsi del crollo strapotente dato dalla sua debole mano a tutto il vecchio mondo e con una sola parola: perdno, a pronunciar la quale, fra tanto imperversare di odii implacabili, d'ingiustizie selvaggie, d'imptenti repressioni e di inutili vendette, non occorreva, se guardiamo bene, n alcuna eroica bont, che l'inspirasse, n alcuna sopraffina abilit di governo, che la suggerisse anche al pi modesto politico, come lo spediente migliore.
Una filosofia della storia alla Bossuet potrebbe quindi far di Pio nono un docile istrumento della provvidenza di Dio. Una filosofia della storia alla Darwin potrebbe far di lui una di quelle forze cieche, che agiscono nel mondo morale e materiale all'infuori d'ogni determinazione volontaria e per fatale impulso d'una legge misteriosa, che sfugge all'osservazione degli uomini. E quella in fine che oggi chiamasi concezione materialistica della storia, che  la filosofia professata dalla scuola socialista o gi di l, e pretende aver sorpassate tutte le altre, perch le riduce tutte al fenomeno economico, quella, dico, dinanzi al fenomeno storico d'un Pio nono, non potendo spiegarselo n coll'organismo della produzione, n colla bilancia mobile dei salarii, n col prezzo delle derrate e via dicendo, probabilmente passerebbe oltre senza curarsene, lasciando che altri riempisse, come meglio crede, una siffatta lacuna.
La realt  invece, mi sembra, che iniziando o fermandosi, secondando o resistendo, annientandosi come principe o esagerandosi come papa, il destino di Pio nono  di essere, anche suo malgrado, uno dei fattori storici principali della Rivoluzione Italiana, e che tale destino s'adempie in lui fino all'ultimo; s'adempie persino nelle pi prestigiose coincidenze esteriori con una puntualit singolare. Muore difatti il primo Re d'Italia in Roma; pochi giorni dopo lo segue Pio nono nella tomba. L'Italia  fatta! Il periodo storico della vera e grande Rivoluzione Italiana  finito!
Sotto questo aspetto almeno, parlar di lui con serenit, con giustizia, con equit, con misura, oltrech ufficio della storia verso ognuno, par quasi debito di riconoscenza nazionale, sebbene sia difficile sempre, come avvert il Machiavelli, parlare senz'odio o senz'amore dei contemporanei e non dispiacere a molti, quanto pi appunto ci si studia di non dispiacere a nessuno. Ci in generale. Nel caso speciale di Pio nono, la quantit degli scrittori, che pro o contro, di proposito o per incidenza, hanno parlato di lui, cresce a dismisura la difficolt. Da cinquant'anni ad oggi sono a migliaia e in tutte le forme letterarie possibili. Una classificazione qualsiasi chi potrebbe tentarla neppure?
Guardando alla grossa, v'ha i patriotti classici (chiamiamoli cos) che spiegano per insegna l'epigramma famoso dell'Alfieri: - Il Papa  Papa e re - Dssi abborrir per tre! - senza stare a cercar altro; v'ha chi si vanta di non aver mai dato dentro all'illusione di un Papa liberale e italiano, e razzola e aggruppa aneddoti e pettegolezzi per dimostrare che questo Papa, apparso nel 1846  come un prodigio, altro non era che la resultanza combinata d'un Alessandro sesto e d'un Pio quinto, d'un fanatico e d'un feroce; v'ha chi si affligge d'aver visto svanire con Pio nono il maggiore, forse l'ultimo, tentativo di conciliazione fra Italia e Papato, cattolicismo e libert; v'ha chi arreca a lui solo la colpa d'aver mandato a male il moto di riscossa pi largamente e pi profondamente popolare, che sia mai stato in Italia, e non gli perdona di non aver saputo essere un Alessandro terzo, come se al 1848 l'Europa fosse ancora composta di Papi, Imperi e Comuni, mentre invece i Comuni alla medio evo non esistevano pi, e Papi ed Impero non erano pi che due Stati, uno debolissimo contro un forte; v'ha chi esalta e divinizza Pio nono come l'eroe e il martire del secolo, che dopo una lotta immane contro tutte le malvagit del suo tempo soccombe bens, ma lancia, cadendo, col Sillabo e l'Infallibilit papale l'ultima condanna, l'ultima sfida a tutte le scapestratezze della societ moderna, e le ha preparato in pari tempo l'ultimo porto di salvezza, quando stanca, prostrata, pentita de' suoi errori e vagante come pazza fra tenebre mentali sempre pi fitte, torner a ridomandare la luce e la pace delle verit tradizionali al solo uomo, che ha dunque, dicono, la certezza di non errare.

La speranza di tale ritorno  audace, non v'ha dubbio, non meno della condanna e della sfida; ma a che pro continuare questa enumerazione, se non c' possibilit di compirla, e se essa non varrebbe forse che ad impigliarci in polemiche infinite senza alcuna probabilit n di scegliere, n d'intenderci, n d'accordarci, n di venire ad una conclusione?
Stiamo dunque modestamente ai fatti, come sono. Essi soli, non sempre, ma il pi delle volte danno lume a orientarsi fra le fallacie delle dottrine, i mutamenti delle opinioni, le superbie, i vanti, le ingenuit e le perfidie delle stte, delle fazioni e delle scuole, ognuna delle quali pretende naturalmente di possedere tutta la verit.
Ci fermammo l'anno scorso, se ve ne ricordate, al 1831, l'anno dell'elezione di Gregorio sedicesimo. Le ultime onde della rivoluzione erano venute a sbattersi languidamente e a morire sulle porte del conclave, che lo aveva eletto, e quando queste porte si riaprirono, ne usc un Papa dei soliti, un vecchio cio quasi settantenne, che da quarantasette anni era monaco Camaldolese, ch'era stato bens Prefetto di Propaganda e negoziatore di concordati con qualche Stato europeo, ma che se molto sapeva di teologia, delle cose di quaggi avea cognizione ed esperienza, quanto di quelle del mondo della  luna. Eppure, chi lo crederebbe? Fra le quinte del conclave, anche Gregorio era stato combattuto come avverso all'Austria, e citando un passo della sua opera teologica: Il trionfo della Santa Sede, qualcuno s'era pure provato a farlo passare per liberale. Poveretto! Un torto, che non meritava davvero, come non meritava d'essere annunciato ai suoi felicissimi sudditi con le parole divenute famose del cardinale Bernetti, suo segretario di Stato: "un'era novella incomincia". Un buon astrologo, in fede mia, quel Bernetti e soprattutto in gran buona fede!
Furono quindici anni di congiure, di sommosse periodiche, di repressioni feroci, d'interventi stranieri, di carcerazioni, di esigli, di condanne, di supplizi, e di un oscurantismo cos insensato, che infamarono nell'opinione pubblica europea il Governo Pontificio, e che resero proverbialmente odioso il nome di Gregorio sedicesimo forse non cattiv'uomo nel fondo; certo non tale, quale il libello e la satira politica (unica vendetta ed unico sfogo agli oppressi) l'hanno dipinto, perocch  falso ch'egli fosse scorretto di costumi, dedito al vino fino all'ubriachezza abituale, avido del danaro pubblico per arricchirne i nipoti, e tutti gli aneddoti, nei quali si compiacque, per esempio, l'erotica fantasia  del Petruccelli della Gattina nella sua Storia dei Conclavi, e che si vedono ricopiati da tanti altri della sua risma, sono invenzioni.
Lo si diceva, poniamo, dominato a bacchetta dal suo cameriere, Gaetano Moroni, per certo intimissimo suo, e che avendo cominciato barbiere del convento dei Camaldolesi, avea finito per essere in corte del Papa un gran personaggio, a cui non solo s'inchinava riverente una folla di mendicanti e di cacciatori d'impieghi, di grazie e di onori, ma che per mezzo dei diplomatici e dei visitatori stranieri pi cospicui era divenuto noto a tutt'Europa e riverito col vezzeggiativo di signor Gaetanino, com'era solito il Papa chiamarlo. Il mondo  sempre stato cos e continua ad essere, anche se il signor Gaetanino non  pi in corte del Papa, ma  invece ministro, deputato, o un pezzo grosso qualsiasi. Pur di piegare la schiena a qualche potente, o creduto tale!! Ora anche il signor Gaetanino, un mitissimo cortigiano, tutto miele di sorrisi, di complimenti e di riverenze,  dipinto nei libelli e nelle satire contemporanee come un Tigellino spietato, un Seiano, consigliere d'infamie e qualcosa pure di pi turpe, ed in tutto questo parimenti non c' nulla di vero. Il signor Gaetanino invece era un giovine popolano, intelligente, istruitosi un  po' da s, un po' coll'aiuto del Papa e riuscito all'ultimo un erudito non volgare, sempre poi un lavoratore indefesso, il quale, oltre alle sue faccende di corte, ha trovato modo di lasciare 120 volumi d'un Dizionario Storico-Ecclesiastico, che anche oggi si consulta con qualche utilit. Certo, egli era un servitor devoto e affezionatissimo al Papa, n mai s'era sognato che il suo signore e padrone potesse aver torto, ma era un galantuomo, rispettato per tale a Roma, dove io stesso ebbi curiosit di conoscerlo, come un monumento d'antichit, poco dopo il settembre del 1870, rispettato, dico, anche dai liberali, e soggiunger che fra i papalini pi noti rimarcai ch'egli era uno dei pi indifferenti alla mutazione avvenuta.
Di lui seppi altres con certezza quest'aneddoto. Gregorio sedicesimo avea in odio mortale le ferrovie, come un'invenzione del diavolo, e da buon logico non volea neppur sentirne parlare. Per vincere questa sua ripugnanza, i banchieri, che ne brigavano la concessione per gli Stati Pontifici, immaginarono (da quell'ingegnosissima gente che sono) di presentare al Papa il modellino d'una ferrovia tutto in argento, un amore di giocattolo, ch'essi credevano avrebbe valuto a sedurre quel tanghero di teologo. Ufficiarono quindi il signor Gaetanino, offrendogli  una somma addirittura enorme, affinch egli facesse trovare al Papa quel giocattolo sul suo scrittoio. Il signor Gaetanino rispose secco ch'ei non guadagnava il suo denaro a cos buon mercato, ch'ei non si prestava a tale insidia al suo benamato padrone, e rifiut. Non voglio farne per questo un eroe; dico soltanto che tanti altri Gaetanini della vita pubblica d'adesso non solo avrebbero accettato il negozio, ma, riuscendo, avrebbero ingoiato anche la ferrovia vera con la macchina accesa e i vagoni pieni!
Che perci? Non meno indegno, n meno giustamente diffamato fu il governo di Gregorio sedicesimo per la cecit bestiale del suo oscurantismo e per la efferatezza dei mezzi, con cui credette aver diritto di difendere da ogni minaccia il suo principato; cecit ed efferatezza che, se gi altre circostanze pi alte e pi speciali non ci fossero, spiegherebbero da sole il contraccolpo di quasi folle entusiasmo e l'esplosione subitanea di giubilo, di contentezza e di speranza, con cui ad occhi chiusi fu accolto Pio nono.
Domata nel marzo la rivoluzione del 1831, gli Austriaci nel luglio se n'andarono dalle Romagne, ed il paese rest in uno stato di strana incertezza, con una guardia civica, riarmatasi nelle quattro  Legazioni, ed un governo, che intanto metteva insieme un'orda di usciti di galera e di banditi fra Rimini e Ferrara coll'idea di compir l'opera, che gli Austriaci avevano lasciata a mezzo.
Era in sostanza la guerra civile, che s'andava bel bello apparecchiando, e che al cardinale Bernetti, il quale pur si vantava discepolo del Consalvi, non parea poi un ideale di governo da disprezzarsi del tutto. Non cos la pensavano le potenze protettrici, le quali in cinque, non esclusa l'Austria, avevano chiesto con un memorandum collettivo, come si praticherebbe col Bey di Tunisi, fino dal 10 maggio 1831, che almeno le pi marchiane assurdit del Governo Pontificio fossero corrette. Il Bernetti fece l'uomo offeso. O non avea promesso l'ra novella? Aspettassero dunque che l'erba crescesse, e l'erba, la mal'erba, fu il cardinale Albani, cagnotto dell'Austria e uno dei pi vecchi e peggiori arnesi della Curia, messo alla testa di quell'infame marmaglia, che s'andava riunendo fra Rimini e Ferrara, e incaricato di rimettere in cervello del tutto Bologna e le Romagne.
A tale minaccia quelle popolazioni si risentirono fieramente. Fra gli ultimi di dicembre e il gennaio 1832 una parte delle Guardie Civiche di Forl, di Ravenna, d'Imola e di Bologna s'and pertanto  radunando a Cesena, deliberata di tener testa ai Papalini, i quali finalmente il 20 gennaio dettero l'assalto a Cesena. I liberali non erano pi di 1800; quasi 5000 i Papalini. I primi, male armati e non guidati da alcuno, resistettero ci nonostante sei ore, poi si sbandarono, ed i secondi, entrati in Cesena, non perdonarono n a luogo, n a sesso, n a et, n a condizioni: trucidarono vecchi, donne, preti, bambini, persino nelle chiese, dove alcuni avevano cercato rifugio. Sono cos enormi questi fatti, che molti scrittori per partito preso cercarono attenuarli o negarli, quella perla del Cant fra gli altri, ma, oltrech negli storici pi gravi e nelle corrispondenze private e diplomatiche, sono concordemente attestati da certi diari manoscritti, che si conservano a Cesena e sono opera di preti o di gente ad essi devotissima. Non c' quindi da dubitarne, tanto pi che le gesta del cardinale Albani a Cesena si rinnovarono quasi identiche, se non peggiori, il 21 gennaio a Forl, il 24 a Faenza, e il 25 a Imola, dove i Papalini si congiunsero cogli Austriaci, ritornati subito, e tutti insieme furono il 26 a Bologna, dove, per colmo d'obbrobrio (tanto era l'orrore inspirato dai lanzichenecchi papali) gli Austriaci furono accolti e acclamati, come salvatori.
Volle ora l'Austria far suo pro dell'esecrazione  eccitata da queste tragedie, per vantaggiarne le sue vecchie cupidigie sulle quattro Legazioni? Se ne adombr il Papa e pens di opporre stranieri a stranieri nello stesso modo che opponeva una parte dei suoi sudditi all'altra? Ossivvero la Francia si mosse di suo per bilanciare l'influenza dell'Austria e impedirne un ulteriore ingrandimento in Italia? Fatto  che ora accade questo: l'Austria cerca estendere i suoi partigiani colla stta Ferdinandea; i Francesi di Luigi Filippo occupano Ancona, dandosi le solite arie di venire in aiuto ai liberali, che invece perseguitano per conto del Papa al pari degli Austriaci; le truppe del Papa neppur si provano di resistere e nondimeno il cardinal Bernetti (lui, che avea chiamati e richiamati gli Austriaci) protesta contro la nuova invasione straniera, mentre poi, per poter fare a meno di Austriaci e Francesi, organizza le sue masnade in Centurioni (vera stta di scherani sedentari, raccolta luogo per luogo, a cui era assicurata l'impunit d'ogni delitto) e di l a poco, per compir l'opera, assolda due reggimenti di Svizzeri.
Lo dissi gi l'anno scorso. Se non vivessero ancora molti della generazione, che l'ha visto cogli occhi propr, difficilmente si crederebbe ad un simile viluppo di stoltezze e d'iniquit (pare che molti,  troppi Italiani se ne siano scordati), eretto, in pieno secolo diciannovesimo, a sistema di governo, per eccellenza conservatore, e a cui non mancarono neppure interpreti teorici pi sfrontati, lo Haller nella Restaurazione della scienza politica, il Canosa nell'Esperienza ai Re della terra, Monaldo Leopardi, il padre del poeta, nei Dialoghetti sulle materie correnti nel 1831, e parecchi altri.
Il paese era prostrato senza pi n fiducia, n energia, n speranze. Gli esuli invece numerosissimi s'agitavano, ed ora principia la serie dei tentativi rivoluzionari, organizzati dal di fuori e che non trovano dentro se non consensi spicciolati dei pi arrischiati, dei meno in cervello, dei meno atti e veder chiaro e a riferire giustamente, o peggio ancora, di coloro che pescano nel torbido per professione; un quissimile delle proscrizioni e dei ritorni guelfi e ghibellini dei nostri Comuni medievali.
Notiamo intanto. - Anche l'insurrezione della Guardie Civiche di Romagna nel 1832 ha un carattere iniziale di semilegalit, perch si mossero richiedendo l'esecuzione delle promesse del Bernetti, quel burlone dall'ra novella, e se all'ultimo intonarono nei loro bivacchi e nella breve pugna di Cesena il a-ira e la Carmagnola, reminiscenze  giacobine, fu l'immanit della repressione, che dimostr non esservi possibilit d'intesa col Papa ed i suoi ministri.
Ma, in mezzo a questo pandemonio di congiure, di promesse non mantenute, d'invasioni straniere e di brigantaggio organizzato, non  men vero che un'opinione moderata va spuntando, il proposito di opporre il bene al male, di mettere tutto il torto dalla parte del governo, di appellarsi all'opinione pubblica liberale, che dopo il 1830 va sempre pi slargandosi e imponendosi in tutt'Europa, e di forzarla a metter riparo a tante enormezze. Contemporaneamente per, e appunto in quest'anno 1832, Giuseppe Mazzini fondava la Giovine Italia, il cui programma era l'azione immediata, e un determinar tutto a priori, l'unit nazionale, la repubblica come forma di governo, l'insurrezione popolare, come mezzo a conseguir l'una e l'altra, e persino una riforma educativa e religiosa, contenuta nella sua celebre formola: Dio e Popolo, ed ecco una nuova ragione di dissenso e di contrasto fra i liberali.
Ormai  tempo per di non giudicar pi tali dissensi e contrasti solo dalla riuscita e di sollevarsi ad una critica pi giusta, che tenga conto delle condizioni d'allora e soprattutto veneri, come  merita, tutta questa forte generazione d'uomini, che fra tante ruine non disper mai, non si accasci mai sull'orma sua, ma lott tenacemente e sempre, e quante volte cadde rovesciata, altrettante si rialz e riprese a combattere, variando arme, propositi, ed anche moltiplicando colpe ed errori, se si vuole, ma senza contar mai le vittime, delle quali aveva seminata la via.
La propaganda mazziniana trov in Romagna molti aderenti; in Bologna assai meno allora e dopo. Allora poi le nocquero soprattutto le due imprese tentate in Piemonte e in Savoia nel 1833 e 34, che parvero e sono veramente d'una supina e colpevole inanit e giovarono non poco alla reazione, la quale, diffidando sempre delle giovanili velleit di Carlo Alberto, voleva, secondoch bucinavasi nelle congreghe del sanfedismo piemontese, far assaggiare anche a lui sangue di liberali.
Scorse cos qualche anno. Fra il 1837 e il 38 Austriaci e Francesi se n'andarono di nuovo. Al Papa rimanevano gli Svizzeri e qualche reggimento indigeno, ma la sua difesa migliore e pi fida gli parevano i Centurioni, le spie e la polizia, che erano tutt'uno. Mazziniani e liberali si riscossero. A Bologna capit Carlo Poerio, nome divenuto poi famoso, e s'ebbe da esso contezza di gravi rivolgimenti  prossimi a scoppiare nel regno di Napoli, ov'erano, diceva (parlando a nome del Mazzini), armi pronte, animi disposti ad ogni estremit, tremila Calabresi, ai quali bastava un cenno per muoversi in aiuto d'altre provincie italiane, che insorgessero, e persino si faceva assegnamento su buon nerbo di Albanesi, gente manesca e ardente di combattere per l'Italia.
In questo emissario mazziniano, che profetizza tali miracoli, chi riconoscerebbe il Poerio moderato e cavouriano del 1860? Anche fra i compromessi mazziniani del 33 in Piemonte c' Vincenzo Gioberti, e chi direbbe che sette od otto anni dopo scriver il Primato? Ma sono appunto questi trapassi, queste variazioni, queste gradazioni, che danno impronta cos originale e cos sincera al movimento rivoluzionario, segreto e palese dell'Italia, e a biasimarli o lodarli col senno del poi si pu fare dell'inutile polemica retrospettiva, ma non si penetra nell'intima psicologia di questa storia.
Non tutti a Bologna aggiustarono fede alle promesse del Poerio, n tutti le giudicarono d'egual valore, specie quel soccorso degli Albanesi, che parve alquanto fantastico; nondimeno, per non perdere un'occasione, se mai era, un comitato rivoluzionario si riordin nel 1840. Avrebbe voluto essere indipendente  del tutto dalla direzione mazziniana, pure temendo che coll'ignorare ci che tramava la Giovine Italia, accadesse di disgregare le forze, la nuova cospirazione s'accont con alcuni, che ancora aderivano in tutto al Mazzini, e form con essi un cosiddetto Comitato d'azione, il quale cerc relazioni e aderenze con Ferrara, le Marche, Roma e la Toscana. Si aspettava il segno da Napoli, ma Napoli non si moveva, anzi pareva ora aspettarlo essa dallo Stato Romano. In queste incertezze si preparava alla meglio l'azione, riunendosi i cospiratori in una villa vicina a Bologna, ove tra i pi impazienti era Luigi Carlo Farini, che sfidando mille pericoli accorreva nottetempo e a cavallo da Ravenna, e prima che albeggiasse ripartiva.
 il caso di ripetere anche qui: chi indovinerebbe in questo audace e romantico cospiratore il futuro storico dello Stato Romano, cos severo alle vecchie cospirazioni politiche, ed il futuro dittatore delle provincie emiliane nel 1859?
Del suo mutamento molti scrittori repubblicani, Aurelio Saffi fra gli altri, gli fanno acerbo rimprovero; ma perch? Non mut anche il Saffi, di moderatissimo divenendo Triumviro della Repubblica Romana e rimanendo poi sempre uno dei pi onorati e solitari epigoni della fede mazziniana?

Non c' di peggio della passione politica per far confondere il criterio della fazione con quello della storia anche negli animi pi retti.
Allora il Farini era dunque fra i pi insofferenti d'indugi e per romperli con qualche probabilit di riuscita e chiarirsi del vero, il Comitato sped a Napoli segretamente il conte Livio Zambeccari, bolognese, fervido e coraggioso uomo, ma ahim! il pi disposto da madre natura a pigliar lucciole per lanterne. Scelto bene il referendario!
Queste le condizioni delle Romagne dal 1832 al principio del 43; questo il paese, nel cuore del quale era stato mandato ad esercitare il suo ministero di pace e di misericordia Giovanni Maria Mastai-Ferretti, vescovo d'Imola. Ora, che uomo era esso? quale la sua vita insino allora? e che parte era la sua fra gli oppressi e gli oppressori?
Pi che mai ci troviamo collocati ora, o Signore, fra la storia e il libello, fra la satira e il panegirico; fuoco nascosto sotto la cenere ingannatrice, direbbe il poeta latino, su cui bisogna camminare con precauzione. Un gran santo, un gran genio fin dalla culla, ne fanno alcuni; un bimbo nato col bernoccolo d'ogni scelleratezza, ne fanno altri; frottole, leggende l'una e l'altra versione; n per conoscer l'uomo  mestieri in questo caso (come in  quasi tutti gli altri del resto) pigliar le mosse cos di lontano.
Il conte Giovanni Mastai era un nobile di provincia, n molto ricco, n di molto antica data. Apparteneva a rispettabile famiglia di Sinigaglia, in cui nel secolo sedicesimo era entrata sposa una Garibaldi; scoperta atavistica, che a qualcuno pare molto notevole; a me no. Il padre, il conte Girolamo, era un galantuomo; la madre, la contessa Caterina, una signora pia, virtuosa e bellissima. Giovanni Maria fu l'ultimo de' suoi nove figliuoli; studi nel Collegio degli Scolopi a Volterra. Ne usc, perch epilettico, terribile malattia, dalla quale guar cogli anni e coi viaggi, ma gli lasci sempre uno strascico di eccitabilit, di emottivit subitanea e mutevole, "di nervosa passione", come dice il Farini, storico e medico, accennando a spiegare con questo, e forse con ragione, non poche delle ulteriori vicende di Pio nono. Tali in realt l'infanzia e l'adolescenza del Mastai.
La sua precocit negli studi, la sua vena poetica, che prendeva a soggetto talvolta le battaglie napoleoniche, i suoi mirabili progressi, che facevano andare in solluchero i maestri, i quali lo compensavano di corone accademiche, profetando fin d'allora ben altre corone all'alunno promettentissimo,  sono le solite frasche dei panegiristi, siccome altri aneddoti, relativi alla sua giovinezza e coloriti poco meno che col pennello di Svetonio, quando narra le amenit dei dodici Cesari, sono ignobili fanfaluche o amplificazioni dei detrattori.
Tornato alla sua Sinigaglia nel 1809, vi si ferm fino alla ristaurazione di Pio settimo. Giovine, malaticcio, distratto quindi per necessit da studi troppo intensi,  naturale che abbia sentito e vissuto da giovine.
 il tempo che la vita italiana, su cui  passato il soffio della Rivoluzione Francese, sta trasformandosi profondamente;  il tempo, che la leggerezza arcadica sta cedendo il posto alla sentimentalit preromantica;  il tempo, che i nostri vecchi cicisbei e cavalieri serventi sono sulla via di trasformarsi in Oberman, in Werther, in Iacopo Ortis, in Renato.
A queste variazioni la giovent  sensibilissima e tanto pi la giovent d'una piccola citt di provincia, la quale naturalmente le esagera con poca misura di buon gusto sin nelle mode e nelle fogge esteriori. Non trovo nulla di strano quindi che il giovine Mastai si lasciasse crescere le chiome e le rabbuffasse con una certa premeditazione, che portasse una polacchetta grigia cogli alamari neri, un  berretto rosso, pantaloni screziati di colori vistosi, un cravattone sventolante, gli sproni agli stivali, un giardino alla bottoniera e un eterno sigaro in bocca, come il Giovinetto del Giusti, e che questo insieme di figurino, il quale oggi parrebbe un sintomo di mattoide (ogni tempo ha i suoi sintomi), allora invece solleticasse dolcemente le fantasie e i cuori delle sensibili fanciulle di Sinigaglia. Non trovo nulla di strano quindi che fra le pi commosse a veder caracollare per le vie sopra un focoso destriero un tal tipo d'arrischiata eleganza locale, sia dato nominare una Lena popolana, che lo am sul serio e a cui non fu fedelissimo, una principessina Elena Albani, che, per esemplare castigo del volubile Mastai, prima gli prefer un asino d'ussaro, ma autentico, poi and sposa a un signorone di Milano, e lo piant in asso, nonostante le pittoresche combinazioni del suo abbigliamento, e finalmente ch'egli tentasse consolarsi di questo abbandono con una Morandi-Ambrogi, piccola deit di palcoscenico, e giuocando al pallone sulle mura di Sinigaglia, o al bigliardo in qualche losca e affumicata stamberga di caff ed in non troppo edificante compagnia, che allarmava la buona famiglia Mastai, una famiglia di schietti codini (checch se ne sia detto), perch il rivoluzionario ed  esule del 31, di nome Pietro, che molti citano e che per campare onestamente la vita faceva il lustrascarpe a Ginevra, non era niente affatto fratello di Pio nono, bens un conte Ferretti, suo lontano parente.
Le abitudini, gli atteggiamenti, le mode e le piccole avventure del Mastai sono cose insomma di tutti i tempi e di tutti i luoghi e che si possono narrare d'ogni giovine, che non sia uno schietto imbecille, ed abbia un temperamento vivace, e tanto pi d'un giovine, com'era senza dubbio il Mastai, indole gioviale e affettuosa, ma forse in fondo infelice per l'orribile malattia, che l'affliggeva, e bisognoso di sbattersi un po' di dosso la malinconia.
N ci impedisce, anche se ebbe allora misteriosi contatti (possibilissimi, ma non provati di certo) con qualche inferraiuolato framassone, n ci impedisce, dico, che tramutatosi a Roma a cercar fortuna al seguito dello zio, monsignor Paolino Mastai, e trovatosi in tutt'altro ambiente, prima s'accodasse a quel prelatume mondano, ultimo avanzo degli eleganti abati settecentisti, la pi comune forma del cicisbeismo romano, poi l'ascetismo sincero della madre ripigliasse il disopra nell'indole del giovine Mastai e finalmente che l'influenza e la protezione di Pio settimo facessero il resto, spingendo  l'estrema emottivit di lui in tutt'altra direzione da quella di prima.
Tuttoci  naturalissimo e sono inutili tutti gli sforzi dei libellisti a complicare romanzescamente e a colorire sinistramente questi primordi assai semplici e chiari del Vescovo d'Imola e di Pio nono, siccome sono superflui, mi pare, gli sforzi dei panegiristi fanatici a dissimularli e negarli.
Si narra che da prima tentasse entrare nelle Guardie Nobili del Papa e che risaputosi della sua infermit, il comandante, principe Barberini, non lo volesse ammettere. Erano gli ultimi guizzi degli antichi ardori cavallereschi, e si spensero cos! Oramai l'ultima sua speranza erano il sacerdozio e la prelatura, quest'ultima la gran via degli onori e della fortuna nella Roma d'allora. Ma il Mastai, sempre pi infervorato di idee religiose, cominci bene la sua carriera, offrendosi ad un modestissimo ufficio di carit pei poveri orfani dell'ospizio di Tata Giovanni (Pap Giovanni vuol dire, in dialetto romanesco), un ricovero fondato gi da un povero muratore, che si chiamava Giovanni Borghi.
In quella vita di sagrificio e di abnegazione operosa, la sua salute miglior notabilmente, siccome gli avea presagito Pio settimo, i cui incoraggiamenti ve l'avevano spinto, ed il giovine Mastai, ammiratore  devoto di questo Papa, che le violenze di Napoleone aveano circondato d'un'aureola di santit e di martirio, ebbe il presagio in conto di profezia e di miracolo, e si fece prete.
Com' di tutte le nature ardenti e impulsive (ed il Mastai certamente lo era) ben presto le quattro mura dell'ospizio di Tata Giovanni gli parvero anguste alla nuova energia morale, risvegliatasi in lui, e gli sorrise un pi vasto campo di lotta, la predicazione, la missione evangelica in terre di barbari e di idolatri ed, occorrendo, la persecuzione e il martirio. Si prov prima, come oratore sacro, nella chiesetta dell'ospizio, poi dinanzi a pili vario uditorio in San Carlo al Corso, ed il successo non fu n piccolo, n grande. Pure si parl di lui e qui viene a collocarsi nella sua vita un aneddoto singolare e che allo studio dell'uomo, qual era, importa non poco.
Una delle ultime forme delle Sacre Rappresentazioni medievali, dalle quali ebbe origine il teatro moderno, e che pi specialmente si riattacca, mi pare, a quelle, che nella magistrale opera del D'Ancona su questo argomento, sono dette i Contrasti, era un genere di predica popolare, fatta per lo pi sulle piazze e di cui si valevano i missionari, la qual predica si faceva in due o tre contemporaneamente,  disputando fra essi in una specie d'azione dialogizzata fra un dotto e un ignorante, fra un peccatore indurito e il prete, che vuol convertirlo, e via dicendo. Or bene, il cardinale Testaferrata, vescovo di Sinigaglia, volle nel 1822 organizzare una di tali rappresentazioni in quella citt e (caso o disegno che fosse) nella compagnia dei Missionari, col spedita, fu scritturato il Mastai. Pochi anni prima Sinigaglia l'avea conosciuto, come dissi, sotto ben altre spoglie e ben altre sembianze. Rivederlo ora sul trespolo dei missionari, accanto a un gran crocifisso, sotto la zimarra del prete; udirlo esortare e minacciare i peccatori colla voce tremula, il gesto agitato, lo zelo, la passione d'un apostolo, in cui gli uditori subodoravano la contrizione d'un convertito, produsse un effetto incredibile, e qui pure la malevoglienza ha intrecciato leggende d'ogni fatta: bische e taverne invase a furor di popolo: sante Terese in estasi; Maddalene, penitenti, innamorate, impazzate. A noi basta notare l'antitesi drammatica significantissima anche in questo episodio della vita del Mastai.
Ne segue un altro nel 1823 di ben pi vaste proporzioni: una sua missione mezzo tra diplomatica e apostolica al Chil. Non pi ora la modesta piazza d'una citt delle Marche, ma un pi vasto  orizzonte s'apre dinanzi alla fantasia del giovine e del prete: l'Oceano infinito, i monti mostruosi, la vegetazione dei tropici, selvaggi da convertire alla fede, repubblichette ringhiose e sanguinarie da ammansare, e, chi sa? forse il trionfo, forse invece la schiavit, il martirio! Capo della missione era un monsignor Muzi, vescovo in partibus e compagno al Mastai un prete Sallusti, che ha narrato il viaggio in quattro grossi volumi, illeggibili veramente, nonostante che il viaggio fosse in realt disastrosissimo, e i rischi corsi, e i patimenti sofferti non pochi n lievi. Tutto per si riduce a mal di mare, tempeste, quarantene, nulla di molto romanzesco, voglio dire, n come missione apostolica, perch non si sa d'alcun idolatra convertito dall'eloquenza del Mastai, n come missione diplomatica, perch non si sa d'alcun importante negoziato condotto a termine da monsignor Muzi.
Ad ogni modo un immenso viaggio (di cui  certo esistere una narrazione scritta dallo stesso Mastai, ma ancora inedita e sconosciuta da tutti) un immenso viaggio per quei tempi da Roma a Santiago e da Santiago a Roma, ove furono di ritorno nel 1825, e trovarono morto da tempo Pio settimo e succedutogli il Della Genga col nome di Leone dodicesimo, per fortuna del Mastai assai benevolo a lui. Difatto  lo nomin tosto Presidente dell'Ospizio di San Michele, asilo di vecchi e penitenziario di donne, in cui il Mastai, quanto era stato tenero, indulgente, pietoso nell'ospizio di Tata Giovanni, altrettanto si mostr orgoglioso, severo, inflessibile; contraddizione singolare, che anch'essa dice non poco dell'indole dell'uomo e di parecchie sue gesta future. Due anni dopo era nominato Arcivescovo di Spoleto, ed ivi  il suo primo contatto colla Rivoluzione Italiana.
Dissi gi che la Rivoluzione Bolognese del 31 avea spinte le sue squadre, sotto il comando del Sercognani, vecchio soldato di Napoleone, sino ad Otricoli. Non os correre su Roma e si ferm dinanzi a Rieti, dove Gabriele Ferretti, un vescovo con atteggiamenti guerreschi alla medio evo e che fu poi Segretario di Stato di Pio nono, stava con bande armate sugli spaldi della citt. Il Sercognani retrocedette sino a Spoleto ed ivi l'arcivescovo Mastai riesc a disarmare e sciogliere le truppe del Sercognani.
 d'uopo sceverare ancora la leggenda dalla realt. C' chi ha dipinto il Mastai in questa occasione un politico sopraffino e senza scrupoli, che fa di Spoleto la Capua del Sercognani e dopo averlo ammollito nelle delizie e versandogli l'oro a piene mani, lo  induce a disarmare e sciogliere le sue truppe, le quali alla spicciolata, credendo ridursi alle proprie case con un salvacondotto, cascano invece in mano agli Austriaci, che s'avanzavano a grandi giornate da Bologna ed Ancona. C' invece chi ha dipinto il Mastai, come gi intinto di pece rivoluzionaria e amoreggiante coi liberali, laonde poi sarebbe caduto in disgrazia di Gregorio sedicesimo e tramutato ad Imola. Quanto all'oro intascato dal Sercognani, parli per questo povero soldato la sua fine.  morto esule e miserabile in uno spedale di Parigi. Quanto all'arcivescovo Mastai, la sua condotta in quel frangente non merita:

Ni cet excs d'honneur, ni cette indignit.

Dinanzi ai primi subbugli di Spoleto egli si era prudentemente allontanato. Torn, perch il Governo Pontificio avea messo nelle mani di lui anche il potere civile e allora si conform pienamente a quello che aveva fatto il cardinale Benvenuti colla capitolazione d'Ancona. Il Sercognani, cio, che retrocedeva da Rieti, sapendo gi della capitolazione di Ancona e dell'intervento austriaco, capitol esso pure nelle mani del Mastai. Che colpa ebbero il Mastai e il Sercognani, se la capitolazione fu disdetta? Tuttoci si vede chiaro nelle lettere del  Mastai al Bernetti e al Benvenuti, che sono pubblicate, e da esse risulta soltanto che il Mastai fu mite ed onesto fra tanta gente senza onore e senza piet.  molto; ma non  quello che amici e nemici si sono piaciuti d'immaginare!
Ed ora torniamo ai cospiratori di Bologna, che lasciammo nella primavera del 43, aspettanti per muoversi l'annunziata rivoluzione di Napoli, dove avevano spedito per informarsi il conte Livio Zambeccari.
Figlio d'un areonauta, che, dopo prove e riprove, s'era accoppato precipitando, come Icaro, dal cielo, mentre stava cercando il punto d'appoggio nell'aria e la direzione dei palloni volanti, nel conte Livio s'era travasato non poco del fantastico genio del padre. Emigrato nel 21, cavaliere errante di repubblica, prima in Ispagna, poi nell'America meridionale, appena tornato, s'era rimesso all'opera rivoluzionaria, nella Giovine Italia. Spedito ora a Napoli dal Comitato bolognese, scriveva tosto col mirabilia, assegnando persino il giorno che la rivoluzione sarebbe scoppiata, cio l'ultimo di luglio, festa di Sant'Ignazio. Non gli fu creduto! E poich trovavasi in Bologna a quei giorni, sotto finto nome, il Ribotti, esule nizzardo, partecip tanto egli stesso, uomo di grande ardire e di buon ingegno,  ai dubbi che tormentavano il Comitato sulla veracit di quelle asserzioni, che si profferse d'andare in persona ad accertarla.
Intanto per il Governo Pontificio era gi sull'intesa e, per cominciare, fece accerchiare da birri e soldati la villa, in cui dimoravano i fratelli Pasquale e Saverio Muratori, principalissimi fra i congiurati. Essi scamparono colle armi in mano, e messa insieme una guerriglia cui si unirono altri usciti da Bologna (non tutti purtroppo brava e onesta gente, com'erano i fratelli Muratori), presero a Savigno la via dei monti, batterono a Castel del Rio una squadra di Papalini, e quindi aiutati da Don Verit, prete di Modigliana, dal Montanelli e da altri amici di Toscana, poterono finalmente raggiungere il mare, imbarcarsi e rifugiarsi in Corsica.
Svanita ogni speranza d'un moto napoletano, bench in realt una preparazione vi fosse stata in Malta, iniziata da Nicola Fabrizi e mezzo secondata e mezzo avversata dal Mazzini (il che spiega le illusioni del povero Zambeccari), svanita, dico, ogni speranza d'un moto napoletano, il Ribotti, tornato a Bologna e per sfruttare il fermento, che durava ancora vivissimo dopo il tentativo dei fratelli Muratori, ne pens un altro, pi rischioso ancora, se possibile, in Settembre.

Villeggiavano tra Imola e Castelbolognese tre cardinali, l'Amat, il Falconieri e Giovanni Maria Mastai, creato gi Cardinale da Gregorio sedicesimo fino dal 1840. Parve al Ribotti da tentare un bel colpo: sorprendere i tre Eminentissimi, sostenerli in ostaggio, ribellare quindi le Romagne, le Marche e l'Umbria e marciar dritti su Roma. Detto e fatto. L'8 settembre 1843, a notte chiusa, aduna al ponte di Savena, presso Bologna, un duecento compagni, armati alla meglio, alla peggio, e s'incammina verso Imola. Dovevano per via trovare altri aiuti e nessuno comparve. A Imola silenzio sulle mura e porte sbarrate. A Castelbolognese lo stesso. Nella villa, che accoglieva i tre Cardinali, la gabbia aperta (come s'esprime in certe sue Memorie uno dei congiurati) e i tre cardellini volati via.
Non per questo il Ribotti si perse d'animo. Sbandati i suoi compagni, cerc altre trafile rivoluzionarie (ce n'erano tante!), si prov quasi da solo di sommuovere Ancona e le Marche, os penetrare sino in Roma: figura arditissima di cospiratore, cui fa riscontro in questi moti del 43 quella di Felice Orsini, che apparisce ora per la prima volta nel dramma tenebroso delle cospirazioni politiche romagnuole, e vi dovea poi acquistare purtroppo cos terribile celebrit.

Il Governo infier con Commissioni di sanfedisti spietati, nelle quali  rimasto infame il nome d'un colonnello Freddi, che le presiedeva, e colp di morte, di galera, di esilio un numero grandissimo di persone, mescolando ad arte nei giudizi e nelle sentenze i patriotti coi colpevoli di delitti comuni.
Nei tentativi dell'anno dopo, 1844, si compromisero il Galletti, che fu poi Ministro di Pio nono, Pompeo Mattioli ed altri, gettati tutti in Castel Sant'Angelo, mentre dall'estremo della Calabria giungeva l'eco della tragedia dei fratelli Bandiera, pietosa tanto, che il Mazzini fece di tutto per togliersene di dosso ogni responsabilit.
Contuttoci non un anno, come vedete, passava nelle Romagne senza che il fermento rivoluzionario in un modo o nell'altro si provasse a prorompere.
Il moto per, che segu nel 1845, mentre per certi rispetti somiglia a quello del 1832, ha tuttavia un carattere tutto suo e che lo distingue cos dai tentativi antecedenti, come dai posteriori di pura derivazione mazziniana.
Dissi gi del Memorandum delle cinque Potenze per indurre a riforme il Governo Pontificio. Rimasto lettera morta, i cospiratori del 1845 lo ripresero a loro insegna, sperando cos propiziarsi l'Europa e indurla con essi in una specie di morale complicit.

L'idea in s non val molto, ma indica per che l'inutilit degli sforzi tentati sino allora avea generato negli animi una reazione e che anche fra gli accecamenti delle cospirazioni un'opinione moderata s'andava formando, come ho gi fatto notare, la quale sentiva, se non altro, la necessit di spinger gli occhi al di l delle chiuse muraglie delle stte.
Di qui il Manifesto di Rimini, opera di Luigi Carlo Farini (lo stile lo dice) in collaborazione col Montanelli, con le parole rimaste celebri: "Non  di guerra lo stendardo, che noi inalziamo, ma di pace, e pace gridiamo e giustizia per tutti e riforme di leggi e garanzia di bene durevole.... Preghiamo e supplichiamo i principi a non volerci trascinare alla necessit di addimostrare che quando un popolo  abbandonato da tutti e ridotto agli stremi, sa trovare salute nel disperare salute."
Con questo programma, che parlava ai sordi, si sollev in Rimini Pietro Renzi nel Settembre del 1845, ma alla sollevazione di Rimini, finita subito, non rispose che un ardito combattimento di Pietro Beltrami e di Raffaele Pasi alle Balze e poi tutti scamparono in Toscana, il refugium peccatorum d'allora, come lo chiamava Massimo d'Azeglio.
Fra i propositi riformisti d'una opinione politica moderata e queste audaci e frammentarie prove di  sommossa a mano armata v'ha una contraddizione palese ed  quello che si studi di persuadere a tutti Massimo d'Azeglio, viaggiando ora a piccole giornate e raccogliendo poi la sostanza delle sue osservazioni e dei suoi consigli nel celebre opuscolo, che intitol: I casi di Romagna, ammonimento d'amico ai cospiratori, requisitoria terribile contro il Governo Pontificio, e portavoce, sto per dire, di tutta quell'aperta, libera e pubblica cospirazione letteraria, di cui l'opuscolo del D'Azeglio  l'ultimo atto e il pi pratico, perch non foggia e non architetta sistemi storici o disegni politici, bens espone fatti e accusa e difende persone. Vi si sente per l'eco della scuola romantica e liberale lombarda, come di chi, frapponendosi fra oppressi ed oppressori, consiglia ai primi la rassegnata, ma operosa, pazienza manzoniana, ed intima ai secondi il: "Dio vi ha abbandonati e non vi temo pi" del Padre Cristoforo a Don Rodrigo.
Dal 1820 al 1848 la letteratura italiana  tutta una vasta cospirazione politica, che inspira, accompagna, modera ed eccita il sotterraneo lavoro delle stte, prorompente di quando in quando nelle sommosse. Dopo il 1840, questa letteratura, seguendo il moto sempre crescente dell'opinione pubblica liberale europea, si scioglie come pu e dove pu dal sottinteso, dall'allusione, dall'anfibologia e affronta alla scoperta il problema della redenzione della patria, facendo s che la questione italiana esca fuori dall'ombra e s'imponga da s ai pensieri degli uomini, contrari o favorevoli, che siano. Pi la crisi s'approssima e pi questo carattere apertamente politico e militante della letteratura italiana si determina nella lotta ancora tutta ideale di due scuole diverse, che gi si trovano a fronte: da un lato il Primato di Vincenzo Gioberti, cattolico, federale, monarchico, neoguelfo e romantico schietto, e dietro a lui le Speranze d'Italia di Cesare Balbo, la Nazionalit Italiana di Giacomo Durando, la Sovranit temporale dei Papi di Leopoldo Galeotti, i Pensieri d'un Lombardo di Luigi Torelli, i Casi di Romagna di Massimo d'Azeglio; dall'altro Giuseppe Mazzini, non cattolico, ma mistico, non federale, ma unitario, non monarchico, ma repubblicano, e a lui pi aderenti, bench con parecchie diversit, il Cattaneo e Giuseppe Ferrari.
Dalla scuola del Gioberti esce il partito riformista, il primo cio che si esperimenter nell'azione, quando questa, merc dell'umile Vescovo d'Imola, uscendo dai libri e dalle sommosse, incomincier su di un campo che pu dirsi nazionale davvero, e diverr ben presto europeo.

Tale svolgimento del pensiero politico italiano e la conseguente formazione dei partiti, che io accenno di volo, ed  assai bene esposto in un libro recente di Agostino Gori, si toccano con mano nei Ricordi di Marco Minghetti e per quel poco o molto che ne trapassa nel Vescovo d'Imola e serve a creare il Pio nono del 1846, nulla  pi suggestivo e d'un realismo artistico, che meglio ricostruisca scena, ambiente, e ci faccia quasi veder l'aspetto e riudir le voci dei personaggi, del libro bellissimo, in cui il mio amico, Pier Desiderio Pasolini, ha raccolte le Memorie di suo padre.
Il Mastai, liberale di vecchia data, e di cui Gregorio sedicesimo avrebbe detto: "in casa Mastai  Carbonaro persino il gatto,"  un'invenzione dei glorificatori ad ogni costo di Pio nono ed una calunnia dei Gregoriani, trasformazione questi ultimi dei Vecchi Sanfedisti e Centurioni Pontifici, che i primordi del pontificato di Pio nono avevano sgominati ed a lui erano fieramente nemici. A Spoleto nel 1831 il Mastai non aveva inferocito. A Imola (ed era noto) s'addolorava dei delitti orrendi e della pi orrenda impunit dei Centurioni papalini, e ci bastava, se non era di troppo, per farlo passare a Roma per settario e per liberale. Se ne ha la prova in alcune lettere di lui dirette a monsignor  Polidori e pubblicate alcuni anni fa dal conte Paolo Campello. "Si  procurato, scrive il Mastai nell'agosto del 1834, di dipingermi in Roma come un vescovo poco meno che liberale." E, alludendo a Spoleto, soggiunge con amarezza: "le impertinenze, che ho ricevuto dai cosiddetti Papalini,  certo che non le ho ricevute dai liberali nella quaresima del 1831: questo argomento, se lo esternassi a certa classe di Papalini, sarebbe bastante a farmi divenire poco meno che un M.r Grgoire." Dal contesto della lettera si vede chiaro che le accuse muovono dai Centurioni e dai loro capi, i quali, per quanto il Mastai dissimuli, esso disprezza come meritano, concludendo: "in mezzo a queste tempeste di fanatismo mi sento tranquillo!" Notevolissimo  pure il brano seguente d'una lettera scritta al Polidori nel novembre del 1845, due mesi dopo la sommossa di Rimini, informandolo d'un conciliabolo fra i Cardinali Legati di Bologna, Ferrara e Ravenna. "La mia politica, scrive, non ha oltrepassato l'a, b, c e per conseguenza giudico con questi soli primi elementi, e dico che un tal congresso dar a chiacchierare, senza che se ne possa ottenere risultati." E chiude con un testo latino, il quale significa: "se Dio non ci aiuta lui, non sar sicuramente il congresso dei tre Eminentissimi, che ci salver!"

Un certo lievito d'opposizione traspare, non v'ha dubbio, da queste parole, e pel solo fatto di non essere un malvagio, come gli altri, uno scoramento malinconico, un sentirsi solo, isolato, impotente a fare un po' di bene, come avrebbe desiderato, e circondato dal sospetto, dalla diffidenza e dallo spionaggio.
 appunto in questo momento ch'egli si lega di tanta intrinsichezza colla famiglia dei Pasolini e s'intende bene in quale precisa disposizione di spirito.
Quella vecchia villa di Montericco presso Imola, ove i Pasolini abitavano, si capisce quindi che a poco a poco dovea diventare pel cardinale Mastai un asilo, un rifugio, un riposo, in mezzo alle tante tristezze e iniquit, fra le quali gli toccava di vivere. Col trovava un giovine signore, indipendente affatto per la sua alta condizione sociale, pei suoi principii religiosi, per le sue opinioni liberali, per le qualit del suo ingegno e del suo carattere, cos da ogni timore del Governo, come da ogni vincolo settario (caso raro in Romagna a quel tempo) ed al suo fianco una gentildonna, giovanissima essa pure, colta, pia, graziosa e tutta lieta della sua domestica felicit, un vero raggio di sole in quel buio della Romagna d'allora.

Nell'interno di quella casa, quale l'ha descritto lo stesso Giuseppe Pasolini in una lettera a sua nuora, "una semplicit, che sentiva d'austero e pure non contrastava ai comodi della vita, un odore di vecchio e di rispettabile passato e presente, una solitudine senza vicini obbligati, una vita quieta, ma operosa; modesta, ma non inelegante."
Il Cardinale, non volgare uomo e con educazione ed istinti signorili, doveva sentirsi attratto dalla genialit di quell'ambiente, che poi lo affidava d'una lealt d'amicizia e d'una onest d'intenzioni, non facilmente trovabili altrove da lui in quel momento. Non nudrito di forti studi, n abituato a scrutare a fondo gli argomenti, che lo interessavano, ne discorreva volentieri con un certo dilettantismo vago, che, scontrandosi colla solida e varia coltura del Pasolini e colla fresca, spontanea e simpaticissima vivacit della sua gentile signora, se ne sentiva come rinfrancato, e gli schiudeva nuovi orizzonti, facendogli smettere quella nativa diffidenza di s e delle proprie forze, per cui, ad esempio, nello stesso modo che al Polidori scriveva nel 45: "la mia politica non ha oltrepassato l'a, b, c," cos ripeteva ora al Pasolini: "ma gi io non intendo un ette di politica, e forse sbaglio." Ci a proposito d'un tema, su cui era naturale che tornassero spesso,  la possibilit teorica e pratica d'un accordo fra il progresso e la religione, fra la fede cattolica ed i principii liberali, ed il contrasto fra le aspirazioni del patriottismo italiano ed i metodi di governo del Papa e dell'Austria, che rendevano necessario cotesto orribile intreccio di stte opposte le une alle altre, di violenze, di sommosse, di castighi, di repressioni, da cui non si vedeva un'uscita.
Il Mastai era ora in quella medesima condizione d'animo, in cui s'era trovato il cardinale Chiaramonti, che fu poi Pio settimo, suo predecessore appunto nel Vescovato d'Imola e da lui venerato come un santo, il quale in una sua Omelia del dicembre 1797, documento singolarissimo, volle con accesa eloquenza dimostrare che i principii del Vangelo non contrastavano a quelli della vera democrazia e che si poteva benissimo essere buoni Cattolici e buoni Repubblicani.
Il Mastai non aveva forse tenuto dietro da studioso allo svolgimento di questa dottrina di conciliazione, che, ripresa dal romanticismo liberale del 1830, imprimeva ora un moto interiore d'opposizione agli oscurantisti ed ai Gesuiti in tutto il giovine clero e avea rappresentanti notevolissimi nella scienza, nelle Universit d'Europa e nella Chiesa, apertamente professandola dalle cattedre e dai pulpiti di Parigi l'Ozanam, l'abate Coeur, il Lacordaire, il Ravignan, che il conte e la contessa Pasolini dovevano aver ascoltati nei loro recenti viaggi, come gli avea ascoltati il Minghetti, che viaggiava appunto in Francia nel 1844.
Il Mastai non avea forse, dico, tenuto dietro da studioso allo svolgimento di questa dottrina, ma la sentiva in fondo all'animo suo, come l'hanno sempre sentita del resto gli stessi rivoluzionari italiani, i quali dai Carbonari al Gioberti e al Mazzini non hanno mai dissociata del tutto la tendenza spiritualista e religiosa dalla loro azione politica. Si andava ora pi oltre. I libri del Gioberti e del Balbo fondavano addirittura su quella dottrina i loro disegni di redenzione della patria italiana, e cos d'uno in altro argomento di conversazione era facile a Giuseppe e Antonietta Pasolini condurre sul difficile terreno della politica il cardinale Mastai, il quale, colla fantasia facilmente accensibile e infervorandosi sempre pi nei suoi lunghi e frequenti colloqui con essi, finiva a deplorare commosso e quasi piangente la condizione tristissima del presente e ad augurare un migliore avvenire, che solo un po' di buon senso, di mitezza e di giustizia cristiana nel governo gli pareva dovessero bastare a far conseguire.

Per confermarlo sempre pi in queste idee, una volta era il conte Giuseppe, che gli dava a leggere il Primato di Vincenzo Gioberti, un'altra era la contessa Antonietta, che gli prestava le Speranze d'Italia di Cesare Balbo e gliene chiedeva un giudizio. Da un altro amico il Cardinale aveva gi avuti i Casi di Romagna del D'Azeglio, e l'avea ricambiato con un libriccino di devozioni.
Per tal guisa la descrizione sincera dell'orribile realt presente, riconfermatagli appunto in quei giorni dal fatto d'un centurione papalino, ferito a morte in una rissa notturna e che gli era venuto a cascare fra le braccia nella chiesa di San Cassiano, mentre egli stava pregando, per tal guisa, dico, la descrizione sincera dell'orribile realt presente e le speculazioni d'una filosofia politica, che augurava una confederazione italiana, di cui fosse anima il Papa e spada Carlo Alberto, si univano a preparare, un po' affrettatamente, se si vuole, e come si vide dappoi, nell'umile e impressionabile Vescovo d'Imola il Pio nono del 1846, il quale per allora nel salotto dei Pasolini, discutendo di quei disegni d'avvenire, s'appoggiava impaziente ora su l'uno, ora sull'altro dei bracciuoli d'un antico seggiolone, incerto se le idee del Gioberti e del Balbo fossero sogni o vaticinii, e talvolta fissava meditabondo e  lungamente un quadro, che appeso alla parete gli stava dinanzi, un vecchio quadro, che rappresentava Vittorio Amedeo terzo, re di Sardegna.
Il primo giugno 1846 Gregorio sedicesimo mor. Nel primo momento il governo temette al solito un casaldiavolo, ma non fu nulla. L'opinione moderata ormai avea fatto strada, ed i popoli si contentarono d'inviar memoriali al Conclave chiedendo riforme. Parevano necessarie ed urgenti, come abbiamo visto, anche al cardinale Mastai, che tutto caldo delle sue letture e dei suoi dialoghi coi Pasolini s'avvi al conclave, riponendo nel baule i libri del Gioberti, del Balbo e del D'Azeglio per offrirli al nuovo Papa, circostanza che  narrata dal Balbo e che i ricordi personali di Pier Desiderio Pasolini mi confermano ora pienamente con altre particolarit, taciute nel suo libro.
Quanto a Giuseppe Pasolini, esso s'accomiat dal Vescovo d'Imola con queste solenni parole: "Io non posso tacerle che in fondo al mio cuore sta l'ardente speranza che dalla cattedra di San Pietro ella possa promulgare e benedire quei principii che tante volte abbiamo insieme discussi, e soddisfare quei voti che s spesso abbiamo concordemente innalzati al cielo pel bene di tutta la Chiesa e per quello di questa povera Italia."

A cui il Mastai rispose: "Caro Conte, il Papa non sar io; ma state tranquillo, e ditelo, ditelo bene a vostra moglie; i libri, che mi avete dati a Montericco gli ho messi nel baule, perch voglio darli al nuovo Papa."
Il Mastai part e il popolo gli vedea volare intorno alla carrozza da viaggio una bianca colomba, prenunziatrice della buona novella. L'oscura vita del Vescovo d'Imola era finita! La grande leggenda era gi incominciata!!
Il conclave fu brevissimo. Stavano a fronte due fazioni, capitanate l'una dal cardinale Lambruschini, l'altra dal cardinale Bernetti. E se il cardinale Gaysruck, depositario, si disse, del veto dell'Austria, fosse giunto in tempo, forse la fazione del Lambruschini vinceva. Ma il Gaysruck non giunse in tempo e il Lambruschini ebbe fretta. Al primo scrutinio egli ebbe 15 voti, 12 il Mastai, 23 andarono dispersi. I 23 non avevano un candidato proprio e sicuro, e per tagliar la via al Lambruschini si unirono ai 12 del Mastai e lo elessero. All'ultimo scrutinio il Mastai era fra i verificatori e leggendo il suo nome tante volte ripetuto, le mani gli tremavano, gli occhi gli si offuscavano di lagrime e quando si vide eletto: "Ah, signori, grid, che cosa hanno mai fatto?" e cadde svenuto. Quello  che avessero fatto, non lo sapevano davvero. Ah! se lo avessero saputo!!...
Notate, Signore. Quando il cardinale Mastai divenne Papa col nome che assunse di Pio nono in omaggio alla memoria di Pio settimo, dense nuvole di reazione si accavallavano sempre pi minacciose per ogni dove. Quella che negli eufemismi del gergo diplomatico si chiamava l'entente cordiale fra Luigi Filippo e l'Inghilterra era rotta dal volgare inganno dei matrimonii spagnuoli, con cui il Re borghese avea voluto arieggiare Luigi quattordicesimo e invece lo avea costretto a gettarsi nelle braccia dell'Austria, che ora lo reggeva, come la corda regge l'impiccato; in Svizzera con l'aiuto dell'Austria e della Sonderbund, ossia Lega dei sette Cantoni cattolici, i Gesuiti s'erano dimostrati prontissimi per sete di dominio ad accendere magari la guerra civile, se occorreva; in Gallizia l'Austria sguinzagliava i contadini contro i nobili ribelli, fino a che fra le discordie e le stragi degli ingenui, che cascano nelle sue trappole, s'impadronir di Cracovia. In Italia pure, salvo che in Piemonte, tutto il satellizio austriaco dei nostri principotti e principini accennava manifestamente a reazione, compresa, dopo la morte del ministro Don Neri Corsini, la mite Toscana, la quale fino allora era pur parsa una piccola  oasi in paragone del resto. L'Austria del Principe di Metternich imperava dunque, si pu dire, su tutta Europa, n mai forse quel magnifico signore pareva aver pi ragione di compiacersi della gran tela, che aveva ordita da pi di trent'anni.
Creato Papa in tale temperie di politica ed in sole quarantott'ore di conclave, Pio nono sent quindi nel primo momento le vertigini dell'altezza, cui era s d'improvviso e contro ogni sua aspettazione salito, e nel primo annuncio, che ne d ai suoi fratelli in Sinigaglia, c' non solo l'umilt cristiana, ma si tradisce lo sgomento, da cui  preso: "Fate pregare e pregate per me. Lungi dall'esultare, compassionate il vostro fratello." Che cosa fare? donde incominciare? Le prime mosse, quelle prime Commissioni, nominate da lui, miste d'amici e di nemici, di retrogradi e di progressisti, mostrano, con quegli strani accozzi di persone, l'uomo che barcolla a tastoni nel buio. Per buona sorte lo sovvennero i consigli di due, che gli richiamavano a memoria i consigli e le inspirazioni dei Pasolini: il canonico Graziosi e monsignor Corboli-Bussi, prete dotto ed illuminato il primo, ed il secondo d'indole cos ardente, che oggi, secondo il Minghetti, si direbbe un socialista cattolico. Furono essi (subito dopo i Pasolini) gli ispiratori dell'amnistia  del 16 luglio 1846, che fece del Vescovo d'Imola l'iniziatore, nell'ordine dei fatti, del risorgimento politico italiano, e monsignor Corboli-Bussi  per di pi l'estensore di quel grand'atto, nel quale, con la rotondit magnifica della prosa giobertiana, era concesso il perdono a tutti i condannati politici. Chi bad allora alle restrizioni, alle cautele, alle minaccie stesse di quel decreto? Bast una parola di mansuetudine e di perdono, scesa dall'alto di quel trono, da cui s'era ormai avvezzi a non sentire che anatemi e condanne, perch la materia infiammabile, da tanti anni accumulata, s'incendiasse tutta in un attimo. Quell'immensa tratta di gente, che da tutti gli angoli di Roma sale guidata da Ciceruacchio (il caratteristico tribuno trasteverino, colla giacca corta di velluto sopra corto panciotto, i calzoni stretti al ginocchio e slargantisi a campana sul collo del piede, una larga sciarpa di seta attorno alla vita, fazzoletto a fiorami attorno al collo, in testa un alto cappello a cencio e aguzzo verso la punta) quell'immensa tratta di gente, dico, che da tutti gli angoli di Roma sale ogni sera a salutare e a ringraziare Pio nono sul Quirinale,  veramente, come dimostra con infinite testimonianze Raffaello Giovagnoli nel suo importantissimo libro: Ciceruacchio e Don Pirlone,  veramente l'avanguardia dell'Italia e del mondo, perch la parola di Pio nono si propaga rapida e luminosa, al pari di un baleno e commove l'Italia ed il mondo, come se avesse da sola la miracolosa virt di raddrizzare tutti i torti, di vendicare tutte le ingiustizie, di pacificare tutti gli odii, di sanare tutte le miserie umane, di cacciare nell'ombra e per sempre tutti i prepotenti della terra e sollevare tutti gli oppressi.
Poche ore come queste ha la storia; uguali forse in tutto, nessuna; e se fu veramente una immensa, universale e quasi inesplicabile illusione, sia pure! Ve n'ha cos poche nella storia e nella vita, che non val la pena di sciuparla con commenti, che, quali che siano, n la diminuiscono, n la spiegano meglio di cos. Chi stette saldo? chi non vi partecip? Nessuno, salvo qualche testardo giacobino; nessuno, neppur quelli, che ebbero di poi la vanagloria di vantarsene, a fine di passare per politici dal lungo naso.
Da questo momento sino al giorno che dal balcone del Quirinale, Pio nono, alzando le braccia al cielo, mentre un raggio di sole gli inonda di luce la fronte, e la folla gli si prosterna piangente e devota, Pio nono esclama colla voce sonora: "Benedite, gran Dio, l'Italia," il delirio, che aveva  accolta l'amnistia, cresce, gonfia, sale sempre, e travolge, come un'onda vorticosa, tutto e tutti, compreso il Papa.
Pare un sogno, un dolce sogno di fraternit umana, che abbia, per un istante almeno, cancellata ogni diversit di patria, di razze, di credenze religiose, di opinioni politiche. La parola di Pio nono si diffonde rapida, potente, in ogni angolo della terra; si pu dire col poeta:

L'Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l'ud.

Il Turco gli manda ambasciatori; l'eretica Inghilterra un ministro, Lord Minto, e Riccardo Cobden, l'apostolo della libert commerciale; l'agitatore irlandese, Daniele O'Connel, muore per via, mentre accorre a lui; gli Ebrei gli baciano il lembo delle vesti, come all'aspettato Messia; Giuseppe Mazzini lo incoraggia; Garibaldi dalla lontana America, quando Sanfedisti e Gesuiti, riavuti dal primo spavento, minacciano nella cosiddetta Congiura di Roma la sicurezza e la vita di Pio nono, gli offre a difesa il suo braccio e la sua spada; a Carlo Alberto pare che spunti l'astro da tanto tempo invocato; e finalmente il principe di Metternich, dubitando per la prima volta in sua vita della propria  infallibilit, dice al marchese Sauli: "l'Austria era apparecchiata a tutto fuori che a un Papa liberale; ora che l'abbiamo, non si pu pi risponder di nulla:" il maggiore omaggio che il grand'arbitro della politica europea potesse mai rendere a Pio nono.
Cos si procede per quasi altri due anni. Nei rapporti immediati fra il Papa e Roma si svolge una commedia, che, se mi  lecito il paragone, somiglia in punto a quella degli Innamorati del Goldoni: smanie, freddezze, ripulse, gelosie, rimproveri, esplosioni d'amore, lagrime, abbracciamenti, disdegni furibondi, paci tanto pi deliziose, quanto pi tribolate; col solo divario, che l'amore non finir nel matrimonio, bens nel divorzio per assoluta e provata incompatibilit di caratteri.
Ma intanto: viva Pio nono sar per un pezzo ancora in Italia e nel mondo il grido, che piglier tutti i significati; il grido d'ogni rivolta e d'ogni rivendicazione. Con esso insorger Palermo contro i Borboni; Napoli e Calabria si agiteranno terribilmente; Milano e Venezia caccieranno gli Austriaci; si udr sulle barricate di Parigi; echeggier fra le valli e i monti della libera Svizzera contro la Lega della Sonderbund; rintroner negli orecchi al principe di Metternich, fuggente dinanzi  alla rivoluzione di Vienna; con questo grido sulle labbra i soldati di Carlo Alberto varcheranno il Ticino, e i volontari dell'Italia centrale passeranno il Po per combattere la prima e santa guerra dell'Indipendenza italiana; per gli uni questo grido vorr dire libert, per altri conciliazione della ragione colla fede, per altri ancora fratellanza universale, per tutti patria e risurrezione nazionale. Si usciva da un buio pesto. Viva Pio nono era il grido dell'avvenire. Quale avvenire? Nessuno lo sapeva, a cominciare da lui!



PARTE SECONDA.
LETTERE, SCIENZE E ARTI. 

Antonio Rosmini.
ANTONIO FOGAZZARO.
Alessandro Manzoni.
ENRICO PANZACCHI.
Giuseppe Mazzini e il pensiero filosofico.
ARTURO LINAKER.
La poesia patriottica e Giovanni Berchet.
GUIDO MAZZONI.



ANTONIO ROSMINI. 
CONFERENZA DI ANTONIO FOGAZZARO.

Signore, Signori,

Nel maggio del 1897, dopo le feste roveretane per il centenario di Antonio Rosmini, io scendevo dal Trentino per le gole precipitose che versano alla mia pianura i larghi fiotti del Brenta. L'eguale fragore delle acque nel profondo mi ripeteva parole tristi che tutte, prima, non intesi, preso, rapito com'ero nello spirito dalla violenza di tante immagini recenti, che mi riconducevano a Rovereto. Gaia nel vento e nel sole la bianca citt: alto, lucente un diadema di nevi sulle montagne che la guardano: vie gremite di gente festosa: archi, fontane, ghirlande, musiche: raggianti volti di apostoli e discepoli del Rosmini convenuti da ogni parte d'Italia: fiori pioventi dai balconi, favolosamente, sul capo di tanti metafisici punto giovani, punto eleganti o avvezzi, come rosminiani, a tutt'altra pioggia:  sale accademiche parate a festa, immagini glorificate di don Antonio, stormi di cravatte bianche e di abiti neri, discorsini eleganti di oratori ufficiali, discorsoni trionfali di oratori illustri: uditorii quali un conferenziere ambizioso li sogna, vibranti a ogni tocco di parola calda, pronti a cogliere ogni dolcezza nascosta in inviluppi di parole prudenti: uditorii di dame, di cavalieri, di popolo e di ombre, s, anche di ombre perch noi, sognatori, vedevamo nella sala tre nebulose tiare di fantasmi, le tiare di Pio ottavo, di Gregorio sedicesimo e di Pio nono, protettori di Rosmini, e vedevamo gli amici suoi pi illustri, il pugnace vecchio Bonghi in prima fila, il cieco vecchio Tommaso molto pi indietro e, peritoso sulla soglia, il gran vecchio Manzoni. Ci vedemmo pure il signorile aspetto del marchese Gustavo di Cavour e qualcuno di noi giura avergli veduto accanto il volto di un antico giornalista e collega, in certo modo, di redazione del Rosmini, un caro paterno volto impresso nel cuore di noi tutti, sorridente allora, fra bonario e malizioso, di quest'arguzia pensata: "l'abate e io non andavamo d'accordo in tutto ma per siamo stati collaboratori nel Risorgimento."
Assorto in queste immagini non udii che tardi la insistente parola triste del fiume. " finito" mi diceva " passato, il vostro sottile fascio  gi disperso, il picciol vento rosminiano gi cade lasciando il mal tempo di prima." Ebbene, no. Non tutto il suono della commemorazione centenaria si  dileguato invano malgrado certi meditati silenzii che le si fecero intorno. E prima che io ne ragioni, lasciatemi ricordare ci che per la fama di Antonio Rosmini hanno fatto in altri tempi i suoi avversari. L'odio implacabile di costoro ha servito per un disegno provvidenziale a preservare dall'oblo delle moltitudini il nome del sublime filosofo che le moltitudini non possono intendere. I colpi menati sull'opera bronzea di lui diedero non altro che suono e faville vive del nome percosso. Il bavaglio posto ai sacerdoti rosminiani giov ai loro persecutori, quanto la cuffia del silenzio giov ai Borboni; per l'uomo che taceva gli stessi strumenti di tortura gridavano. Cos avvenne che il nome di Antonio Rosmini, quarant'anni dopo la morte di lui e fra generazioni affatto incuriose di filosofia, fosse fra i nomi noti a ogni persona civile. Ma era uno di quei nomi vuoti e morti, che le persone civili portano in mente magari per tutta la vita senza curarsi mai di ricercarne il perch, di saper bene quali creature umane li abbiano portati. Quando si parl del centenario molti si accorsero di questa  loro ignoranza, molti convennero nelle sale dove si tenevano conferenze su Rosmini, ascoltarono attenti e ne uscirono pi curiosi di prima. Se quest'uomo era stato un grande cattolico, perch tante condanne del Sant'Ufficio, tanto veleno di odium theologicum? Perch n Pontefice n cardinali n vescovi si movevano a rendergli onore? Perch venivano a recitarne l'elogio dei signori vestiti da borghesi e tante poche tonache si vedevano negli uditorii? Ma se non era tale perch lo avevano tre Papi lodato pubblicamente e come aveva egli potuto fondare un ordine religioso? Per quale folla si eran fatte suonare dopo la sua morte tutte le campane di Stresa mentre il Ministero presieduto dal Conte di Cavour partecipava l'evento alle corti d'Europa? Chi era in fondo quest'uomo e sopra tutto, qual  il valore della sua filosofia per la vita? - Queste curiosit sono il miglior frutto della commemorazione centenaria, e se per lunghi anni provvidero alla fama del roveretano i persecutori che neppur la morte plac, adesso tocca a noi suoi fratelli, sorti al cadere d'un secolo come ad un segno di comando, provvedervi. A chi c'interroga intorno a Rosmini mai non s' abbastanza risposto; e io stesso che gi pi volte, altrove, parlai di lui, mi felicito di poterne parlare adesso qui, dove le ceneri disperse  di un rogo infame dopo quattro secoli si raccolgono, si riaccendono, s'innalzano, ricompongono in una fiamma di gloria la figura del grande frate che protest morendo di appartenere alla Chiesa trionfante; alla stessa Chiesa che serba un simile trionfo, nel secolo futuro, ad Antonio Rosmini.

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Poco prima del passaggio ch'egli chiam "unirsi al suo fine" Rosmini disse a Manzoni: " il tempo della msse. Il lavoratore  ricompensato quando la msse arriva." Io mi figuro che in qualcuna delle ultime sue notti il battere monotono delle onde alla riva di Stresa gli abbia ricordato i passeggi vespertini di un tempo lungo il lago, le conversazioni piacevoli col suo don Alessandro, con lo Stampa, con il Cavour, con il Bonghi, le ore sue pi serene scomparse per sempre. E mi figuro che a poco a poco la visione solenne dei morenti sia sorta nell'ombra davanti agli occhi suoi, ch'egli abbia veduto passare come fantasmi silenziosi per uno specchio le immagini della propria vita, dalle pi recenti alle pi lontane, le immagini del tempo in cui aveva seminato, coltivato con assiduo studio, consultando i venti e le nuvole, la msse finalmente  matura. Gli ultimi anni tribolati dai patimenti: una gran gioia, l'assoluzione delle sue opere denunciate a Roma: una grande angoscia, l'attesa della sentenza: pi lontano le bufere del '49 e del '48, Gaeta, Napoli e Roma, le angherie della politica borbonica, la fede serbata al Papa, le faccie ostili dei cortigiani pontificii, le ore date tra tanti trambusti al commento di San Giovanni, i terribili giorni di Roma, i suoi vani consigli patriottici e liberali, l'assassinio di Rossi, il suo nome acclamato dal popolo, il potere offertogli e subito deposto, per obbedienza, ai piedi del Santo Padre: pi lontano, la missione avuta dal Piemonte, il triste pranzo con Carlo Alberto a Vigevano fra il disordine di un esercito in rotta, l'incontro con Gioberti: pi lontano, i lunghi anni di preghiera, di meditazione e di lavoro, l'Istituto della carit e il Sistema della verit, i segni ottenuti, riguardo al primo, del volere divino e gl'intimi lampi in cui gli era stato rivelato il secondo: pi lontano, la sua giovinezza pensosa e ardente, Milano e Padova, la gioia secreta e l'ansia dei disegni che maturavano nella sua mente: pi lontano ancora, le care montagne, le care acque della natia Rovereto, l'adolescenza sua fervida di affetti, di alti pensieri, di piet, la subitanea visione, in via della Terra, di un sublime  principio di scienza, e la casa, la dolce casa paterna dove bambino aveva cominciato ad amare prima ancora che a intendere: tutto questo egli rivide rapidamente nel suo patire sereno, e anche occulte battaglie, segrete glorie dell'anima, volte e raggianti verso l'altro mondo e che nessuno in questo conobbe mai. Come avr egli giudicato allora la propria vita? Io penso che standovi dentro egli non ne abbia veduto l'aspetto di severa dignit e grandezza in cui apparve agli uomini, ma che ne abbia veduto con soddisfatta coscienza i fondamenti, la compagine, l'ordine sapiente, il lume centrale. Il lume centrale della vita di Rosmini  un lume di ragione. Tutta l'opera sua intellettuale, tutta l'opera sua morale, la sua carit, la sua fede risplendono di ragione. Egli ha glorificato la ragione umana. Non la oppose alla fede, ma dimostr con essa che vi ha una prima fede naturale, anteriore a ogni religione, una fede necessaria per la quale uno crede senza prova possibile, una fede sulla quale la ragione sorge e sta. Non si appag di descrivere questo nesso indestruttibile della ragione con la fede, ma lo visse. Il comune della gente suole opporre la ragione al cuore, e stima fredde le nature in cui la ragione  potente. L'anima di Rosmini, tutta ordine e misura, non fu pi fredda che non lo sia  stata l'anima dove sorse, tutta ordine e misura, la concezione della Divina Commedia. Dante e Rosmini posero il principio della ragione umana fuori di lei. Allo stesso modo che l'occhio, nel primo aprirsi,  fatto veggente dalla luce, l'uomo  fatto intelligente, secondo Rosmini, da un raggio nel quale intende che le cose sono e ch'egli stesso ; lo intende e lo crede, senza dimostrazione possibile. Rosmini riconobbe la ragione propria da questo raggio, lo risal con uno slancio di passione intellettuale, si convinse che gli veniva da un Infinito vivente e am l'Infinito vivente con un sentimento di cui il sentimento filiale fu per esso pallida immagine. Lo am in s stesso, lo am nelle cose a cui diede l'essere, lo am nell'ordine che diede alle cose. Lo am con quella sete di annientarsi che anche l'amore terrestre conosce quando  tanto forte da voler creare un Dio. E n'ebbe pure i ritorni di esigente passione. Afferr una volta la penna e per la gioia di vedere le parole vive dell'anima sua scrisse: "Infinito, ti domando l'infinito."
Per non fu mistico. La sua ragione imperiosa glielo viet. Preg, fece pregare mesi e mesi, pi ore ogni giorno, per aver qualche segno della volont Divina circa il luogo dove pose la prima sede del suo Istituto. Ecco, due amici suoi, senza  sapere l'uno dell'altro, vengono a dirgli che han pensato, Dio sa perch, ad un colle presso Domodossola. Un mistico avrebbe detto senz'altro: "Il Signore mi vuole a Domodossola: andiamo."
Invece Rosmini mand a vedere, secondo ragione, se il luogo era adatto. Anche l'umilt sua era secondo ragione. Sconfinatamente umile rispetto a Dio, non parl mai con dispregio del proprio intelletto, divino dono, n della opera propria. Non conobbe questa specie di superba umilt. E sapendo che tutto il suo bene gli veniva da Dio, ebbe onesta coscienza della propria grandezza morale. L'uomo umile che in una sala d'albergo sorrise e tacque mentre un suo inferiore lo tacciava di vanit per una nappina troppo grossa, e, impugnate le forbici, gliel'assottigliava, fu in pari tempo magnanimo, parl schietto a Pontefici e a Re, alz la fronte e la voce per quello che a lui parve giusto, e contro accuse di errore scese risoluto in campo. La natura ne aveva fatto uno schermitore formidabile, pronto alla risposta quanto alla parata, un ragionatore acuto, duro e tagliente, un maestro d'ironia. Si represse a tutta forza. Appena gli sfugg qualche lampeggiante puntata della quale certi amici di piccolo animo si dolevano con esso. Egli rispondeva umile, si faceva piccino ai piccini senza tuttavia  ceder loro un atomo solo del diritto e del dovere di difendere virilmente la verit. Lo zelo del vero lo accendeva e non lo accendeva l'amor proprio. All'amor proprio disordinato non permise una sola parola mai. Quando mor il professore Tarditi, fu trovato nelle sue carte certo scritto di pedagogia. Era di suo pugno e fu pubblicato per suo. In fatto egli aveva copiato un manoscritto del Rosmini tuttora inedito. Rosmini seppe e tacque. Certo gli parve disordinato amor proprio far valere sull'idea ragioni di propriet personale. Gli bast che, liberata, parlasse.
L'amore di Dio non gli assider gli altri. Tutti gli amori che sono nell'ordine della natura umana lo infuocarono. A nove anni, ancora come Dante, conobbe l'amore che ha pi del terrestre e pi del divino. Parve a Nicol Tommaso che di questo fatto, da lui asserito, permanesse nella mente dell'uomo grande un'orma profonda, un particolare dilatamento di visione. Represse il fuoco dell'amore, e se qualche minore ordine appare nella sua natura n' causa, penso, la calcata fiamma che deviando dall'amore rap l'animo di lui nelle fervide amicizie. Quanti amici ebbe e con quale passione li am! Giovinetto ancora, medita un'associazione di amici spirituali per la gloria di Dio, ne fa un ideale, un  sogno. La gioia di sapere che uno sperato compagno del suo sogno sarebbe venuto ad abitare Rovereto  tale ch'egli ne scrive: "mi empie, mi ravviva, mi anima, mi affuoca." Fatto uomo, non  men pronto all'affetto. A Milano, in casa del conte Mellerio, s'incontra con Loewenbruck, un prete francese pieno di fuoco e di zelo religioso, tuttavia disforme da lui, posta la comunanza di fede e di propositi, quanto  possibile. Il fuoco di Loewenbruck  fiamma scoperta che va fluttuando ad ogni vento; il fuoco di Rosmini  fiamma nascosta e ferma dentro un vaso di alabastro, fiamma che non si sdegna nelle forme sue ma che illumina. Quando Loewenbruck, dimentico di promesse date, non comparisce all'eremitaggio dove Rosmini lo aspetta, questi gli scrive e gli riscrive sino a sei volte senz'averne risposta; supplica, ripete come non altro desideri che stringere l'amico fra le sue braccia. A quanti gli domandano aiuto, consiglio, conforto, Rosmini si prodiga: e con quale ardore! Da 15 a 20 mila lettere esistono tuttavia di lui. Fin sul letto di morte, fra i dolori pi crudeli, fra gli slanci della preghiera e le immagini del mistero imminente, am i suoi amici. Quando Alessandro Manzoni entrava nella sua camera, gli occhi suoi raggiavano di luce immortale. "Manzoni sar sempre  il mio caro Manzoni" gli sussurr egli una volta "nel tempo e nell'eternit." E gli afferr, gli baci ambe le mani. Manzoni si ritrasse quasi sgomento, si volse, con impeto umile, e baci i piedi del santo amico. "Ella fa questo" disse il morente "perch non ho pi la forza d'impedirlo." Poche ore ancora, e un silenzio solenne si fece nella camera, sul letto di Antonio Rosmini rimase la sua spoglia sola. Manzoni si alz, afferr un volume, la terza cantica della Divina Commedia, impresse forte la bocca sulle pagine eterne, baci il suo Rosmini nel paradiso, si un terzo, in quell'avido bacio, agli spiriti pi grandi che Iddio abbia donato, pieni di Lui, all'Italia.
Dopo Dio e la Chiesa, Rosmini am sopra ogni cosa la patria. Mentre Giuseppe Mazzini e pochi seguaci suoi congiuravano per un'idea che parve sogno ed era germe, Rosmini, solitario, sdegnoso di ogni via torta o coperta, pieno di fede nella potenza del pensiero, afflitto dalle dissensioni che travagliavano la patria sua discorde perch divisa, e perch divisa debole, infingarda, si proponeva di richiamarla all'unit intellettuale. Era in lui la passione di Petrarca e di Dante, la fiamma che balena, con rapida vicenda, dall'amore allo sdegno e dallo sdegno all'amore, come balena e si trasmuta dall'azzurro  al vermiglio, dal vermiglio all'azzurro la luce di certe stelle. Talvolta, parlando dell'Italia, neppure vuol proferirne il nome, la chiama "nazione dormiente." Talvolta insulta la "vecchia fanciulla che va recitando lezioni apprese alle scuole altrui" e con rapido trapasso dall'insulto all'amoroso appello "sorgi," le dice "tendi all'unit intellettiva che, se lo vuoi, non ti pu esser contesa, e diverr allora fortissima la tua sciagurata bellezza." Combattendo la dottrina di errore imperante in Italia nel tempo di Gioia e di Romagnosi, il sensismo, egli aveva, senza dubbio, il supremo proposito di strappare a un antico sofisma la sua veste nuova, ma era pure suo proposito di allontanare gl'italiani da una filosofia che innalzando i sensi alla dignit di soli maestri del vero, riusciva a distruggere ogni fede nell'assoluta giustizia, in un ordine ideale delle cose collegato a principii immutabili e quindi nel diritto eterno alla indipendenza e alla libert; da una filosofia tendente a diffondere la concezione materialistica e utilitaria dell'universo, a perpetuare il tristo sonno in cui giaceva la patria nostra quando, nell'ombra, il suo agitatore infaticabile al nome del popolo univa il nome di Dio e nella luce, Rosmini, ministro pi grande di un ideale pi intero, preparava la prima pietra del suo sistema, il  Saggio sulla origine delle idee. Ma Rosmini non credette aver soddisfatto con libri di metafisica il suo debito verso l'Italia. Allorch gli parve esser venuto il momento di scendere dalle altezze vertiginose della speculazione filosofica per farsi maestro e consigliere alle moltitudini che udiva fremere nel basso, scese. Scese come Mos con un tesoro di sapienza conquistato su cime nascoste al popolo da impenetrabili nubi. Parl della Chiesa al clero cattolico, parl dell'Italia agl'italiani. Il manoscritto Delle cinque piaghe della Chiesa, pronto da molti anni, fu consegnato al tipografo Veladini di Lugano nel 1847. L'opuscolo La costituzione secondo la giustizia sociale, con l'appendice sulla unit d'Italia, usc nei primi mesi del 1848. Niente di pi infuocato sgorg mai dalla sua penna. Il fuoco che prevale nello scritto religioso  fuoco di sdegno. La tirannia dei governi che si atteggiavano a protettori della Chiesa cattolica per atterrirla, l'affliggente mediocrit dei vescovi, la ignoranza del basso clero, la separazione del popolo dai suoi pastori, la profonda indifferenza pubblica furon soggetto di pagine sfolgoranti a quest'uomo che passava ogni giorno pi ore nella preghiera e nella meditazione religiosa, che si umiliava sino a ministrare ai suoi fratelli di religione quando pranzavano,  a usar la granata in loro servizio; che venerava la Santa Sede tanto da desiderar di cadere in qualche lieve errore per aver poi la gioia di sottomettersi. Io ho citato altrove una di tali pagine ma non posso a meno di rileggerla qui.  una invettiva contro i libri di teologia usati al suo tempo nei seminari: "libri dove tutto  povero e freddo: dove l'immensa verit non comparisce che sminuzzata, e in quella forma in che una menticina l'ha potuta abbracciare, e dove all'Autore, spossato nella fatica del partorirla, non  restato vigore d'imprimere al libro altro sentimento che quello del suo travaglio, altra vita che quella d'uno che sviene; libri a che il genere umano, uscito dagli anni della minorit fanciullesca, volge per sempre le spalle poich non vi trova s stesso n i suoi pensieri n i suoi affetti, e a cui tuttavia si condanna barbaramente e ostinatamente la giovent che pur col senso naturale li ripudia, e che bene spesso per un bisogno di cangiarli in migliori cade nella seduzione di libri corrompitori o acquista un'avversione decisa agli studi o da lungo patir violenza nello stringimento delle scuole prende un odio occulto, profondo, che dura quanto la vita, contro i maestri, i superiori tutti, i libri e le verit stesse in quei libri contenute." Voi avete udito, signori. Sono  parole di un Santo a cui fu cara la libert della coscienza e della parola cristiana fuori dei confini del dogma, nel campo aperto alle opinioni, che nessuna tirannia di parte religiosa o politica ebbe n pu avere in suo arbitrio mai.
Qui , in fondo, il segreto delle inimicizie mortali che nel seno stesso della Chiesa cattolica germinarono, covarono, insorsero, mal piegarono al comando di Pio nono, attesero con pazienza feroce il loro giorno e, quando venne, fecero di quest'uomo, de' suoi scritti, del clero a lui devoto, rabbiosamente, tutto lo strazio che poterono. Ci fu attribuito alle fallite speranze di un Ordine religioso che ambiva contare Antonio Rosmini fra i suoi, al dispetto di quest'Ordine per il nuovo Istituto da lui fondato e per le dottrine morali difese nel Trattato della coscienza contro moralisti cari alla Compagnia. Queste spiegazioni bastavano forse un tempo; adesso le credo insufficienti. La causa vera, fondamentale, permanente dell'odio implacabile onde una parte della Chiesa persegue ci che battezza, quasi con un nome di eresia, rosminianismo,  l'opera data senza tregua da questa parte a spogliare la coscienza e la parola cattolica delle loro legittime libert, a fare della Chiesa una specie di grande monarchia dispotica e militare, tanto pi potente  quanto pi silenziosa; ed  la resistenza invitta ch'essa trova nello spirito di Rosmini tuttavia vivente nei suoi libri e nei suoi discepoli: vivente e immortale.
Nell'altro opuscolo prevale il fuoco dell'amore. Correvano i primi mesi del quarantotto ed era per tutta Italia una primavera delle anime, un calore nuovo di sentimenti fraterni, un rinverdire di speranze immense. Rosmini teneva nella sua scrivania, fin dal 1822, un progetto di costituzione. Lo riprese, ne fece un progetto di Statuto per il Santo Padre. Alcuni Cardinali amici suoi lo volevano a Roma. Il Papa non aveva parlato e Rosmini non si mosse da Stresa, mand il progetto con una lettera e scongiurava che non si affrettasse nulla, che a nessun patto si prendesse una costituzione di tipo francese. Gli amici insistevano, gli dicevano che il Papa stava leggendo con soddisfazione le Cinque Piaghe, che lo vedrebbe volentieri. Ma il Papa taceva e Rosmini non si mosse.
Intanto gli avvenimenti mutavano faccia: il Papa, di bellicoso diventava pacifico, e tutta Italia ne fremeva. Rosmini ne fu atterrito. Divin tosto, nella sua mente sovrana, che rifiutando di mover guerra all'Austria, Pio nono segnava la fine del potere temporale dei Papi. La guerra all'Austria era un dovere del principe; se il Pontefice giudicava non poterlo compiere, il mondo avrebbe detto che gli uffici della signoria terrena non sono conciliabili con gli uffici della signoria spirituale. Ci non piaceva a Rosmini. In politica Rosmini era insieme un idealista e un pratico. Il suo ideale fu l'unit della patria; il senso pratico gli rappresent la difficolt di stringere frettolosamente in un solo Stato popolazioni fatte disformi dalla storia pi ancora che dalla natura e la difficolt creata dal dominio temporale del Pontefice. Gli parve che al desiderio comune di una Italia libera e potente, alle condizioni del popolo italiano partito fra sei principi e una signoria straniera, alla dignit e allo splendore della Santa Sede si sarebbe provveduto bene istituendo una Lega italiana, affidandone al Pontefice la presidenza d'onore e il governo effettivo a una dieta sedente in Roma, composta per due terzi di rappresentanti del popolo e per un terzo di rappresentanti dei principi i quali, a cominciare dal Santo Padre, avrebbero promulgato costituzioni identiche. Sottoponendo il Santo Padre all'autorit suprema della dieta, Rosmini sperava ottenere da lui che almeno per la fede giurata al patto federale, quando la dieta avesse deliberato di romper guerra all'Austria, egli obbedisse.

La guerra all'Austria era il sogno di Rosmini. A fronte di privati offensori, Rosmini si ricord sempre ch'era Ministro di un Dio di pace, e impar il perdono da Lui che fu mite e umile di cuore. A fronte degli offensori della verit Rosmini sempre si ricord di avere a maestro il Divino che sui farisei gir lo sguardo con ira e ai profanatori del tempio fu acerbo. A fronte di un governo che chiam violatore della nazionalit, della giustizia, della moralit, della libert naturale, Rosmini si ricord sempre di servire il Dio degli eserciti. L'Austria era per lui la grande nemica della Chiesa e della patria. La protezione che il governo austriaco esercitava per fini tirannici sulla Chiesa gli parve oltraggiosa e odiosa come la protezione offerta da don Rodrigo a Lucia. Rispetto e libert, non protezione, voleva egli per la sua Chiesa. Indipendenza e libert voleva per la sua patria. Poich solo si potevano ottenere in giusta guerra, Rosmini la predic, e poich con l'Austria non potevano gl'italiani misurarsi se non uniti, predic ai principi e ai popoli d'Italia l'unit, minacci di rovina coloro che rendessero l'unit impossibile.
Non valendo a persuadere il Pontefice renitente alla guerra, Rosmini concep un vasto disegno nell'intento di liberare la Lombardia e il Veneto senza guerra. Da grande uomo di Stato egli aveva letto nel libro del destino la futura unit germanica. Previde che si sarebbe compiuta a benefizio di un principe protestante. Questo era un pericolo per la Chiesa. Consigli che il Santo Padre appoggiasse con tutte le sue forze le aspirazioni unitarie del popolo tedesco e la risurrezione del trono imperiale tedesco dentro la reggia di Casa d'Austria per ottenere da questa, in compenso, l'abbandono delle sue provincie italiane. Il trionfo del gran disegno avrebbe soddisfatto due popoli e raffermato il potere vacillante del Pontefice. Ma fortunatamente queste ultime parole non erano scritte nel libro del destino. Pio nono non aveva Ministri atti a concepire divisamenti cos grandi n a eseguirli; e non chiam Rosmini. Lo chiam invece, in un'ora dolorosa, dopo i disastri delle armi piemontesi, il governo di Re Carlo Alberto.
Rosmini, posposta ogni cura del corpo malato e stanco, posposte le antiche consuetudini di vita nascosta e di studio, corse a Torino, confer con i Ministri che lo volevano negoziatore in Roma di una Lega per la guerra, chiese un mandato pi largo, ne segn i confini con ferma parola. Si accese una discussione. Vi era nella sala, fra i consiglieri del Re, il pi grande e fiero antagonista del Roveretano,  l'uomo che gli aveva scagliato non meno di tre grossi volumi col titolo: Errori filosofici di Antonio Rosmini e contro il quale Rosmini aveva scritto: Vincenzo Gioberti e il Panteismo. In tutta Italia e anche oltre le Alpi, durante il papato di Gregorio sedicesimo, grande amico e protettore di Rosmini, era corso il suono di questo conflitto fra i due pi potenti ingegni che tenessero allora il campo nelle regioni superiori del pensiero; conflitto fatto pi acerbo dall'accanimento dei discepoli; tanto acerbo, che si disse Papa Gregorio essere intervenuto a reprimere il soverchio ardore di un dignitario della Chiesa avverso al Rosmini. Il momento era solenne, e quel che accadde fu bello. Quando Rosmini rifiut il mandato ristretto ad un'alleanza offensiva con Roma e chiese tranquillamente poter trattare di tutto che riputasse utile all'Italia e alla Chiesa, i ministri sbigottirono. Com'era possibile abbandonarsi a tal segno nelle mani dell'abate? Allora Vincenzo Gioberti parl. "Ascoltate Rosmini," diss'egli "fate come Rosmini vuole." Momento epico, parole in cui si sente con un brivido la grandezza di quei due uomini, la grandezza pure della patria cui tutto donavano, la grandezza di Dio che li riempiva, nel sacrificio, di s. Rosmini usc della sala per andar incontro a giorni terribili e amari,  all'insuccesso della sua missione e de' suoi consigli, ai tumulti del popolo di Roma, alla fuga del Pontefice, alle persecuzioni borboniche, Gioberti ne usc incontro a un destino pi atroce, ad accuse di tradimento, a una caduta clamorosa, alla morte in un paese straniero. Io li vedo attraversar frettolosi, dopo la seduta, piazza Castello, passare accanto al Palazzo Madama, Certo n l'uno n l'altro pot immaginare che per effetto di luttuosi avvenimenti cui l'uno e l'altro avrebbe preso parte, bene salito un giovine principe sul trono del padre, male ricondotto un vecchio principe sul suo proprio, risorte le prostrate speranze della patria, meno di tredici anni dopo si sarebbero veduti uscire insieme da quel palazzo, raggianti, proclamato appena re d'Italia il figlio di Carlo Alberto, due vecchi amici di Rosmini, Camillo di Cavour e Alessandro Manzoni.

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Signori, io mi sono studiato di rappresentarvi la figura morale di Antonio Rosmini e ora mi pento di avere spese troppe parole a dire l'inesprimibile. Misero artefice di periodi, mi umilio davanti a un vecchio analfabeta che serv Rosmini e cui domandai  in Rovereto che mi descrivesse il suo venerato don Antonio. "Ecco" mi rispose "quando io qui per casa lo incontravo, anche senza ch'egli parlasse, solo a guardarlo, era una predica." Altro non mi disse, altro non gli chiesi. Poco prima, la baronessa Adelaide Rosmini mi aveva mostrato in un cortiletto la finestra dov'ella nascosta dietro un cortinaggio, soleva guardar nella camera del cognato, spiare il volto di lui orante. "Una cosa di Paradiso" mi disse la vecchia signora. Aggiungete a questi silenzi certe brevissime parole che ora vi ripeter. Nel 1848, essendo Rosmini in Roma, appena si seppe che il Papa lo voleva Cardinale, disegno troncato poi dal coltello che uccise Rossi, un altro suo vecchio fidatissimo servitore, uomo semplice fra i semplici, and diritto dal Papa. "Santo Padre," gli disse "non vogliate far cardinale il mio padrone che non  nato per questo." Compiuta la bella impresa, si present subito a Rosmini. "Signor padrone, sono stato dal Papa e gli ho detto di non far lei Cardinale, perch lei non ci  nato." "Avete ragione" rispose Rosmini, sorridendo "ma non mi pare che toccasse proprio a voi di andarlo a dire al Papa." Aggiungete finalmente le tre parole ch'egli rispose, sul letto di morte, a Manzoni singhiozzante: "che faremo noi  senza di lei?" "Adorare, tacere, godere." Voi ne sapete ora di questo spirito soave, umile, fine, profondo, pi che non ve ne possano apprendere volumi di panegirici.
La santit sua fu radice e misura dell'altezza intellettuale ch'egli raggiunse. Vide la verit con il cuore puro prima di vederla con il genio. Questo fu straordinario. La nutrice di Rosmini giudic ch'egli avesse a diventare un gran santo, perch lo vide sorridere al momento del lavacro battesimale. Chi l'ud chiedere a due anni perch mai l'improvviso bagliore di un lume oltre ad accecarlo gli facesse provare una scossa interna, avrebbe potuto divinare il grande filosofo. Conviene risalire ai Padri della Chiesa per incontrare altre nature umane cos magnificamente ordinate nella trina unit dell'intendere, dell'amare, del volere. Il cuore di Rosmini  illuminato di ragione, il suo genio  illuminato di amore. Egli  avido di tutto il vero e tutto lo intende. Si profonda nell'algebra,  capace di pensare, viaggiando, un metodo nuovo per sciogliere le equazioni di secondo grado. Si profonda nella fisiologia, e i suoi compagni di Universit lo antepongono al professore. Conosce l'ebraico, legge speditamente i papiri greci di Ercolano, intende il tedesco di Hegel. Porta senza parere una erudizione immensa.  Nella filosofia del diritto cita 450 opere e non  uomo da citare di seconda mano. Non sdegna di leggere romanzi n di studiare i fenomeni dell'ipnotismo. Indaga la natura divina, profunda Dei, con la potenza che si pu vedere nella Teosofia: scruta profunda hominis, le regioni pi oscure della natura umana, con l'acume che si pu vedere nel Trattato della Coscienza.  insieme artista e poeta. Adora la pittura, afferma che se avesse pi vite ne darebbe una intera ai pennelli.  poeta per il fuoco del sentimento, per il fervore dell'immaginazione. Nel verseggiare  minore di s stesso; nell'illuminare la prosa d'immagini e di similitudini  uguale a s stesso; nel creare sui confini della scienza umana ipotesi da gettar nell'ignoto,  maggior di s. La sua concezione dell'universo fu concezione di credente, di filosofo e di grande poeta. Gli piacque credere nella generazione spontanea per dedurne che ogni atomo di materia  animato dall'origine, che la vita esiste gi nella polvere prima di manifestarsi in un organismo. Tutto l'universo era per lui vivente, ma creato. Si figurava l'atomo in una forma piramidale che permette al principio animatore d'imprimergli un moto vorticoso. Al principio spirituale animatore attribu la potenza di organizzare la materia, dottrina che  trova un appoggio nei fatti ipnotici, nell'azione straordinaria che durante lo stato ipnotico un atto dello spirito esercita sull'organismo. Dieci anni prima che uscisse il libro di Darwin sull'origine delle specie ard accennare all'ipotesi di un corpo animale fatto uomo invece della famosa statua di fango. Anche divin, senza esperienze, i fenomeni telepatici. "Io sospetto" scrisse nella Psicologia "che nell'amicizia e nell'amore le anime stesse si sentano, le anime stesse esercitino scambievolmente qualche loro azione misteriosa."
L'opera sua filosofica intera, tanto profonda nelle fondamenta, tanto solida nella struttura, tanto irradiata da intimi fulgori di sentimento e di fantasia,  veramente un poema sacro, in capo al quale si avrebbero a iscrivere le parole del suo autore ad Alessandro Manzoni: "Ci ch' divino e che luce nel seno del mistero  come il comune alimento pel quale il poeta e il filosofo vivono immortali." Mi  impossibile, signori, esporvi il disegno di questo edificio che si chiama Sistema della Verit, e che Rosmini promise, sorridendo, di compiere in paradiso. Mi  altrettanto impossibile tralasciar d'indicarvene la pietra angolare. Malgrado la santit e il genio di Rosmini, malgrado le opere sue, la istituzione di un Ordine religioso, i servigi resi all'Italia, i suoi discepoli  non avrebbero affrontato battaglie, umiliazioni e dolori: noi non ci saremmo raccolti in suo onore a Rovereto, n io parlerei ora di lui per la terza volta se si trattasse della fama d'un uomo, dell'onore di una tomba e non della gloria di una verit. La pietra angolare del sistema filosofico di Rosmini  la dimostrazione che l'idea dell'Essere  il principio della intelligenza. L'idea dell'Essere, mediante la quale l'uomo pu giudicare che le cose hanno la qualit di essere, ossia che sono,  il lume della ragione.  un lume implicito nel primo giudizio che l'uomo proferisce, quindi precede la prima sensazione di cui il soggetto ha coscienza,  anteriore alla intelligenza umana perch la crea. L'Essere non  altro che la verit. La verit  dunque anteriore alla intelligenza umana perch la crea. Appunto questo  il beneficio immenso che ci ha fatto Rosmini. Ha dato a tutti noi la visione razionale dell'Essere assoluto ossia la certezza razionale che vi  una verit infinita ed eterna, indipendente dall'uomo, origine della ragione umana; che le verit parziali, apprese dalla ragione umana nel lume del primo vero, non sono quindi proiezioni di lei, non peccano per un vizio radicale, insanabile, di relativit, ma sono certe in noi e fuori di noi. Questa  una grande forza che Rosmini ci ha dato contro lo scetticismo e le  sue conseguenze. Il nostro dovere  di usarne, e urge, nell'ora presente, che noi ne usiamo perch nell'ora presente la gente si burla dei filosofi,  vero, ma nello stesso tempo gli uomini e anche le donne fanno pi che mai della filosofia per conto proprio. Ne fanno con pochissimo studio, con pochissimo sapere, e la maggior parte di queste filosofie private, n solide, n serie, riesce a base di scetticismo, il quale, nascosto o palese, si ripercote poi sulle energe vitali e le abbassa. L'ora presente somiglia all'ora passata di quel sensismo contro il quale Rosmini insorse. La dottrina ch'eleva i sensi a soli maestri del vero ed esclude quindi l'assoluto,  alquanto scossa in teoria, ma il suo potere  tuttavia grande nel campo della politica dove si manifesta come opportunismo e regge la condotta di tutti i partiti con l'expedit e il non expedit;  grande nel campo del diritto penale, dove sostituisce il concetto di difesa al concetto di giustizia;  grande nel campo della scienza, dove nega il soprasensibile;  grande nel campo dell'arte, dove consacra i sensi a soli maestri della bellezza. Tutte queste manifestazioni di una dottrina di errore, noi, discepoli di Rosmini, siamo chiamati a combattere, ciascuno nel proprio campo e Rosmini non ci ha dato solamente un terreno fermo sul quale far testa, ci ha pure dato  norme sicure per l'azione. Mettere in opera la verit: ecco la formola della morale rosminiana; dovunque e sempre corrispondere con l'azione alla verit: ecco la legge che noi dobbiamo proporci di seguire come uomini di scienza e come uomini di azione, come pensatori e come artisti. Operare la verit, per un artista, non  altro che conoscere con la mente la natura dell'arte e riconoscerla con l'opera. In questo concetto rosminiano, io, come artista, mi sono sentito libero dispositore della bellezza che appare ai sensi nella luce del sole e anche in certo modo negativo, nell'ombra; della bellezza che appare alla ragione nella luce del vero e del bene, e anche, in un certo modo negativo, nell'assenza di essi: della bellezza ch' nella stessa anima mia come specchio della bellezza esterna, come idea, come fantasma, come amore. E se la visione delle cose belle conduce per via di ragionamento il discepolo di Rosmini a credere in un Essere vivente ch' bellezza e dal quale ogni bellezza discende, il poeta perviene di slancio a tal fede nel palpito che l'oscuro tocco di questo Essere vivente gli suscita in cuore, come Shelley, rapito amante, cant.


***

Signori! Io chiudevo pochi mesi addietro un mio breve studio su Antonio Rosmini esprimendo il voto che per opera di qualche ricco munifico o di qualche gruppo di uomini devoti alle dottrine del Roveretano sorgesse in Italia una cattedra di filosofia rosminiana. Permettetemi di ripetere questo voto davanti a voi. Uscendo dalla cripta del tempio di Stresa dove dorme la spoglia mortale dell'uomo che tanto vide e tanto am, che tanta gloria diede alla Chiesa ed ebbe da infelici ministri di lei tanto dolore, pensavo a profetiche parole sue piene di fede nel trionfo del suo sistema: "Conviene che io muoia e marcisca sotterra. Allora sar il tempo." E pensavo quanto  da invocare nello stato presente d'Italia che quest'ora suoni. A minor prezzo che non si sarebbe sperato quando in faccia al golfo poetico dove Stresa siede tendevan la gola da Laveno i cannoni austriaci, l'unit politica della nazione si ottenne. Ma l'unit intellettuale che Rosmini, severo e acceso, ammoniva dover precedere l'altra,  pi che mai desiderio e sogno. Unit intellettuale perfetta neppure si spera, neppure  compatibile  con le condizioni della civilt presente; tuttavia i dissidii che pi fiaccano la mole malferma del nostro Stato e pi turbano le anime potrebbero felicemente comporsi secondo principii di libert e di verit, se un largo consenso avvenisse nelle dottrine di quell'uomo grande. Lavoriamo a creare un tale consenso e possano, nel 1955, per il centenario della sua morte, i nipoti nostri ascendere alla tomba di Stresa, l dove pi ride Italia, dire ginocchioni a Rosmini che finalmente la sua patria cara non  soltanto una, felice, forte di leggi e di armi, ma  anche una nel concetto del diritto e del dovere, nell'intelletto e nella pratica della libert.




ALESSANDRO MANZONI.
 
CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI.


Signore e Signori!


 1..
 
Qualcuno di voi forse ricorda che l'anno passato, nella conferenza che ebbi l'onore di tenere in questo stesso luogo, rilevai, a proposito di Alessandro Manzoni, la opinione mia intorno al romanticismo, considerato nel periodo in cui aveva raggiunto il suo momento pi operoso, tanto fra noi quanto in Europa.
Eravamo nel 1821, e Manzoni scriveva al Conte Cesare D'Azeglio: "Per me il romanticismo ha compiuto la sua vicenda, e ormai sarebbe un bene che non se ne parlasse pi, e non mi dorrei se anche il nome andasse in dimenticanza." E invero, ci che egli poteva fare l'aveva gi fatto: soppressione delle cos dette unit aristoteliche nel dramma, bando alle mitologie gentilesche, bando alla troppo servile e pedissequa imitazione degli autori classici; predilezione  ormai consacrata per argomenti d'indole nazionale e per quelli che attengono all'intimit dello spirito. Erano notevoli inoltre nella conquista del romanticismo certi atteggiamenti di forma, e una spiccata predilezione di tutto ci che aveva un po' del vago e del fantastico. Ma, soggiungeva poi il Manzoni, io credo che oltre tutto ci bisogni indagare un carattere pi intimo e pi profondo che  nel moto detto romanticismo, qualche cosa che sopravviver a lui anche quando esso rimanga un nome vano nella storia letteraria e che gli permette fin d'ora di guardare l'avvenire come suo. Consiste questo in un pi grande ravvicinamento dello spirito alla natura per mezzo dell'osservazione diretta, dello studio intenso, dell'ispirazione spontanea e geniale.
A questa massima il Manzoni ha informato tutta la sua opera. Appena che egli esce di puerizia, e abbandona gl'imparaticci classici e le servili imitazioni del Monti o del Parini, fin dai versi in morte di Carlo Imbonati, scritti come sapete nel 1805, egli d all'arte una base intima, psicologica: "Sentire e meditare." Poi vengono gl'Inni, poi le Tragedie, dove si comprende subito che l'unit di luogo e di tempo non  rimossa a semplice pompa di emancipazione: non sono dei vincoli di meno che il poeta domanda, sono limiti pi alti, per improntare tipi  schiettamente umani e raccogliere nel dramma il quadro di un'epoca.
Da ultimo viene il romanzo, il quale fu cominciato a meditare dal Manzoni nel 1821, data per tanti rispetti memorabile nella vita del nostro poeta, perch proprio in quell'anno sprigiona l'inno patriottico del Ventuno, perch in quell'anno egli inalza all'urna di Napoleone un canto che non morr. Nel 1821, il Manzoni comincia a ruminare la prima idea, a porre le prime linee del suo grande lavoro, che sar terminato all'incirca nel 1826. Ed  nel romanzo, o Signori, che noi troviamo la conferma e la illustrazione piena di quel profondo concetto che egli aveva dell'arte e della letteratura;  nel romanzo che mostr tutta intera la originalit dell'artista, perch se nella lirica egli si schiude vie nuove come idee e come sentimento, quanto alla forma letteraria (i critici arguti e acuti non hanno mancato di rilevarlo) noi troviamo sempre qualche cosa di composito, di ondeggiante, di ambiguo tra il vecchio e il nuovo. Nel romanzo invece, pare di entrare in un'altra atmosfera;  la modernit e nel tempo stesso la personalit dell'ingegno e del criterio artistico del Manzoni, che si rivelano in tutta la loro potenza e in tutto il loro splendore. Se, come nota giustamente Gaetano Trezza, nelle altre opere  il Manzoni procede alla testa del movimento letterario contemporaneo, col romanzo egli precorre di lungo tratto i suoi tempi. Non  pi un'evoluzione, o Signori,  un salto fenomenico, che a considerarlo ora a tanta distanza di tempo, ed a compararlo colle vicende successive della letteratura, e specialmente della letteratura narrativa, pare senz'altro un miracolo.
Gaetano Negri, nella bella conferenza che tenne sul Manzoni a Lecco, ha detto: "Se verista vuol dire un poeta amante di verit, se naturalista vuol dire un artista che s'ispira direttamente alla natura e mutua e trae da lei tutte le sue ispirazioni, senza porre nessun diaframma d'impedimento e di perturbazione tra il fatto organico e vivente, e la sua ingenua ed energica significazione; se verista e naturalista vogliono dire queste cose, nessuno  stato verista e naturalista prima di Alessandro Manzoni." E il Negri ha detto il vero. Avanti che cominciasse Balzac, dieci anni prima che nascesse Gustavo Flaubert, venti anni prima che nascesse Emilio Zola, Alessandro Manzoni in Italia poneva senza pompa di formule, senza esagerazione di sistema le grandi basi della letteratura e dell'arte moderna. E abbiatene una riprova in questo: quando apparvero i Promessi Sposi non ebbero subito quell'accoglienza  trionfale che altri riscosse meritamente, per esempio l'Ivanhoe di Walter Scott. L'Ivanhoe veniva dopo molti altri romanzi che avevano procacciato gran fama al narratore scozzese, e tutto quel trasporto del pubblico facilmente si comprende. Non furono le ultime copie della prima edizione dei Promessi Sposi rubate e disputate colla spada come quelle del Gil-Blas: ma nella coscienza degli uomini pi illuminati di quel tempo indusse un'impressione profonda. Il Visconte di Chateaubriand che pure era l'autore dell'Atala e dei Martiri disse: " Walter Scott  grande, ma Alessandro Manzoni  qualche cosa di pi." Wolfango Goethe che allora pontificava nella pienezza degli anni e della gloria, dal suo trono di Weimar su tutto quanto si produceva in Europa, disse, letto il romanzo e pure trovandolo censurabile per certi squilibri che vi aveva introdotto il troppo amore della scrupolosa narrazione storica, disse che rappresentava qualche cosa di meglio di quanto si era scritto fino ai suoi giorni in fatto di romanzi. E soprattutto notevole o Signori,  l'opinione di un filosofo dal quale si pu dissentire, ma che tutti riconoscono come uno dei fondatori della scienza moderna, anzi come colui che ha dato nome a ci che la scienza moderna inalbera a mo' di vessillo glorioso, il rigore della osservazione  naturale. Augusto Comte, l'autore della "Filosofia positiva" nel sesto volume delle sue opere, seguendo il suo magistrale concetto delle tre epoche, dice: "Noi siamo entrati nell'epoca positiva, nell'epoca dell'esame diretto e spassionato dei fatti, ma ci siamo entrati solamente col pensiero scientifico. Tutte le discipline collaterali secondano lentamente questo moto; per esempio, le discipline sperimentali sono entrate nel periodo positivo, ma la letteratura di tutti i popoli d'Europa  ancora improntata,  ancora intonata, per cos dire, alla vecchia scuola del periodo mistico, metafisico." Il Comte fa pochissime eccezioni, cita pochissimi libri, e, notate, nessun libro francese; ma conclude la sua breve enumerazione ricordando come ultimo libro uscito i Promessi Sposi e giudicandolo un libro sintomatico, un libro di significazione universale, un libro di cui i contemporanei non possono ancora apprezzare tutto il valore, ma che rappresenta proprio l'avvento della osservazione, il contatto immediato, sincero e genuino dell'artista con la natura; inizia insomma, letterariamente, quel terzo periodo che egli considera come il termine della evoluzione psicologica e intellettuale della civilt europea.
Dopo s luminose testimonianze, voi capirete, o Signori, che si rende sempre pi arduo per me, il parlarvi non del tutto indegnamente di questo libro, anche se si tenga conto del breve tempo che mi si  conceduto. Vi contenterete dunque, che io tocchi come di volo l'argomento, soffermandomi qua e l nei punti che per avventura creda pi caratteristici e pi adatti alla vostra attenzione. Che cos' questo romanzo? Una storia molto comune. Un giorno il Manzoni, raccontano, leggendo certe gride e certi bandi del governo di Lombardia nel secolo sedicesimo, contro i bravi e contro i vagabondi, vide che fra tante altre cose a cui era comminata una pena c'era l'impedimento al matrimonio. Allora cominci fra s a fantasticare: qui si potrebbe trarre fuori un racconto. E tanto s'invaghisce di quest'idea, che lascia da parte una tragedia d'argomento classico, lo Spartaco, dove voleva effondere tutto il suo amore di libert, tutte le sante ribellioni del civismo contro le tirannie, le oppressioni d'ogni genere che allora gravitavano sull'Italia, e si mette a pensare questo romanzo. Ma sceglie un soggetto molto umile. Due poveri contadini lombardi si amano, vogliono sposarsi; ma in quel paese cos ben governato dagli spagnuoli c' un signorotto a cui piace la contadina e vorrebbe farla sua. Incarica i suoi bravi di intimidire il curato, e il curato si ricusa al matrimonio. E qui le peripezie senza fine.

Secondo il primo concetto pare che il romanzo dovesse finire molto asceticamente. Lucia nella notte del terrore passata nel castello dell'Innominato, consacra la sua verginit alla Madonna; contro quest'ostacolo non vi  riparo. Il romanzo finisce. Lucia entra in un convento; ed il povero Renzo porta il suo dolore nella lontana Alemagna, essendosi arruolato per disperazione in una delle tante bande di lanzi, che scorazzavano l'Italia. Per fortuna dicono che monsignor Tosi, il quale aveva il governo allora della coscienza molto pia e molto timorata del Manzoni, allontan un poco il suo rigore. Allora il romanziere indulse alla ragione estetica pi liberamente, e venne fuori dalle sue fantasie l'intelaiatura del romanzo, come fortunatamente l'abbiano ora sotto gli occhi.


 2.

Il romanzo si divide in tre periodi, e comprende due anni: dal 1628 al 1630. Comincia la sera del 7 novembre 1628 colla passeggiata di Don Abbondio.
Ma avanti ch'io prosegua, permettetemi, o Signore, una domanda: avete mai letto i Promessi Sposi?... Non intendo di offendervi con questa domanda. Voi sapete che un giovane di molto ingegno  e del quale avete ammirato in questa sala la cultura e l'eloquenza, qualche settimana fa ingenuamente confessava al pubblico, scrivendo un bellissimo articolo, che era arrivato alla virilit senza aver letto i Promessi Sposi. Quindi io, parlando, dovr tener conto di due ipotesi, di quella parte del mio pubblico cortese che ha letto i Promessi Sposi e di quella parte che per caso non li avesse letti. Se non li aveste letti, io vi consiglio a leggerli; e prevedo allora che li rileggerete, perch intorno ai Promessi Sposi del Manzoni si pu dire quello che dicono gli spagnuoli del Don Chisciotte del Cervantes: che si pu non leggerlo, ma una volta letto bisogna leggerlo una seconda volta. Il racconto dunque comincia colla passeggiata di Don Abbondio, in quel vespro memorabile del 7 novembre 1628, e la prima parte va fino alla fuga di Lucia a Milano. Qui si chiude il primo periodo. Poi viene la seconda parte che  tutta occupata dai grandi avvenimenti della guerra per la successione di Mantova, la peste e via discorrendo. Questa la parte incriminata dal Goethe il quale scriveva al Cousin e diceva all'Eckermann: "Peccato che il Manzoni si sia abbandonato troppo alla compiacenza di narrare questi fatti! Egli mi ha l'aria di un uomo che esamina nella luce, poi ad un tratto entra in un pezzo d'ombra. Ma a breve andare egli percorre questo tratto d'ombra e risale e riesce nella luce gloriosa." Finalmente la terza parte va dalla morte di Don Rodrigo, oppure dal rinvenimento che il povero Renzo fa di Lucia in mezzo agli orrori del Lazzeretto, e si protrae fino al matrimonio dei due fidanzati che si compie alla fine "in quel benedetto giorno" l proprio in quella chiesa e per opera proprio di quel prete Don Abbondio, che per i suoi codardi timori era stato origine di tutti quegl'incidenti e di tutti quei dolori.


 3.

Qual  il gran merito di questo romanzo? Perch ed in che questi Promessi Sposi rappresentano quell'atmosfera nuova che Augusto Comte riconosceva in essi, e per quali titoli iniziano un'epoca letteraria? Perch tanti ingegni di prim'ordine non hanno dubitato di considerare i Promessi Sposi come una grande pietra miliaria nella storia dello svolgimento del pensiero artistico e letterario non soltanto italiano ma di tutti i paesi civili? Vi sono certi maestri di scuola ai quali pare di aver detto tutto quando hanno detto: i Promessi Sposi sono un gran bel libro perch sono un quadro storico, vivo e veridico  delle condizioni d'Italia e specialmente della Lombardia sotto l'ampolloso, fiacco e depravato governo di Spagna. Ebbene, io protesto con tutta l'anima contro questa maniera di giudizio: con giudizi di questo genere (e se ne emettono tanti ogni giorno!) si sposta completamente la questione, si turbano, si sconvolgono le categorie. Dei quadri storici veridici e completi ve ne sono molti in tutte le letterature che valgono i Promessi Sposi. Ha un bellissimo quadro storico, per esempio, delle condizioni d'Italia alla morte di Lorenzo De' Medici, il Guicciardini. Il libro della conquista normanna di Giacomo Thierry, alcuni periodi di storia inglese del Macaulay, certe pagine sfolgoranti di Tommaso Carlyle che vi mettono sotto occhio la rivoluzione francese, sono bellissimi quadri storici, che, per tale rispetto? valgono meglio di qualunque romanzo. Ma il romanzo dei Promessi Sposi,  un'altra cosa. Quando siamo nel campo dell'arte, l'elemento tecnico, l'elemento scientifico sar, se volete, il fondamento di tutto quest'organismo vivente e palpitante, ma la sua forza vera, quella per cui si differenzia e costituisce una categoria a s, consiste in una somma speciale di valori estetici ai quali aderisce la ragione, ai quali aderisce la fantasia ammirando gaudiosamente, ai quali aderisce il cuore umano sorridendo  piacevolmente. I Promessi Sposi sono una grande opera d'arte per tutto questo complesso di elementi, raccolti in magistrale unit. Dato il prestigio magico che nessuna mente umana sapr mai definire; data, insomma, l'abilit dell'artista e dello scrittore, quello che era soltanto quadro storico si converte davanti a noi in un quadro ideale che ci tocca, che ci commuove, che ci diverte, che ci esalta; e questo quadro ideale non arriverete mai ad equipararlo con la scienza. S'intende che anche la storia pu essere benissimo un'opera d'arte; ma la storia che qui concorre a formare il romanzo non  essa che forma l'opera d'arte. Ed io non dubito di affermare, o Signore, che il romanzo dei Promessi Sposi potrebbe essere molto meno storico ed anche pi bello di quello che ; come potrebbe essere molto meno bello ed essere anche pi storico.
Certe confusioni sarebbe ora di bandirle per sempre. Anzi, dacch abbiamo toccato questo tasto, fermiamoci un momento. Se c' qualche cosa che si possa censurare nella macchina dei Promessi Sposi  appunto un certo squilibrio e un certo soverchiare dell'elemento storico. Fu questo il portato dello spirito un po' meticoloso del Manzoni, perch il gran lombardo che ricordava tutti i placiti dell'antichit, qualche volta si dimenticava di  un detto sapientissimo: cave a consequentiariis. Una volta che egli aveva preso in mano un argomento, una volta che colla sua testa cos sottile e cos tormentatrice di s stessa arrivava a porre certe basi e certe premesse, egli non si contentava di andare fino all'ultimissima conseguenza, ma passava il segno. Sapete in fatto quello che gli accadde? Un bel giorno dopo aver ruminato entro di s tutte le ragioni pro e contro sul come fondere insieme l'elemento storico e l'elemento fantastico ed inventivo, sapete come concluse il Manzoni? Concluse che si credette in obbligo di sacrificare il suo capolavoro e quasi si pent di averlo scritto! Dunque tutta quella esattezza storica nella quale i pedanti hanno voluto trovare il maggior pregio dei Promessi Sposi non  n l'unico n il principale fondamento della nostra ammirazione. Qui invece troviamo un legittimo appiglio alla nostra critica.
Oh! no, Signore, il principio inesauribile della nostra ammirazione  nelle qualit essenzialmente estetiche che Alessandro Manzoni ha profuso nelle pagine del suo romanzo: lo troviamo in quel quadro ideale al quale ho accennato pi sopra. Qui egli  veramente grande, perch tocca le parti pi nobili, pi delicate, pi spirituali dell'animo nostro.



 4.

Numeriamone alcune: per esempio l'ironia e l'umorismo: quale grande ironista il Manzoni, quale umorista incomparabile!
Carlo Cattaneo lasci scritto che forse nessuno scrittore aveva mai saputo fondere in un amplesso la musa della satira e la musa della piet. L'irenismo e l'umorismo del Manzoni sorvola su quello di tanti altri scrittori, perch, dato il suo sorriso e talvolta anche dato il suo sogghigno, che potrebbe parere crudele, noi sempre vi sentiamo palpitare una profonda piet umana, che investe l'animo dell'artista e che lo fa pietoso di quei dolori, di quei difetti e di quelle miserie che egli ha fatto segno alla sua ironia e alla sua satira.
L'ironia manzoniana consiste quasi sempre nel fare intravedere, senza formalmente indicarlo, il contrasto che  tra l'apparenza e la sostanza delle cose, tra i nomi e i fatti. Prendete un esempio: alle prime pagine del romanzo il povero Don Abbondio, incontra i due bravi che gli fanno quella tale minaccia. Chi sono questi bravi? I bravi erano dei malviventi, o sfaccendati o di proposito birboni, che si mettevano allo stipendio di qualche signorotto, vendevano la loro pelle e si facevano ministri delle loro prepotenze e dei loro soprusi. Ma come mai in una societ civile e governata da leggi potevano esistere dei bravi? Oh la societ civile aveva provveduto perch bravi non ci fossero!... E qui il Manzoni comincia una narrazione la quale, all'apparenza, somiglia un brano arido di memoria erudita. S: le societ, il governo provvedevano, avevano anzi provvisto da un pezzo. Difatti fino dal 1582 (vedete bene che le cose vanno indietro e che il male dura da molto tempo) l'illustrissimo ed eccellentissimo signor Duca Don Carlo d'Aragona, Principe di Castel Vetrano, Duca di Terranuova, ecc., vieta (qui l'autore legge la grida) nel modo pi assoluto il mestiere di bravo, stigmatizzandolo e minacciandolo delle pi grandi pene affinch la mala pianta sia subito estirpata. Ma, prosegue sempre in vena di umile cronista il Manzoni, pare che questa grida non producesse tutti gli effetti desiderabili, perch appena sei mesi dopo ecco che vien fuori un'altra grida.... pene anche pi gravi con nomi anche pi rimbombanti, con minacce. Ah, questa volta poi i bravi saranno stati estirpati.... Ma nossignori!... Passano uno dopo l'altro governatori intestandosi sempre con quella filza di nomi gentilizi,ripetono sempre le medesime minaccie ognuna delle quali pare che debba indubitatamente estirpare la gena dei bravi.... ma poi, conclude il Manzoni, pare che dei bravi ce ne fossero ancora, perch Don Abbondio viene fermato da due di questi.
L'ironia del Manzoni  fatta appunto di questa bonomia, la quale penetra a fondo e ricerca le pi intime facolt dell'essere nostro per modo che non solo la ragione ma anche il sentimento si mette dalla parte dell'ironista; e questo ironista ci sentiamo obbligati ad amarlo. Anzi vi dir di pi; quest'ironia continua, onde il Manzoni persegue tutte le fasi del suo racconto, produce un curioso effetto nella immaginazione di noi lettori, ed  che il vero protagonista del romanzo non  Renzo, non la buona Lucia, non fra Cristoforo, non l'Innominato, non il Conte Zio, non Federigo. Il vero protagonista dei Promessi Sposi  lo stesso Manzoni, il quale  sempre l colla sua faccia bonaria e arguta ad effondere la sua ironia e il suo umorismo, a dare a tutti gli avvenimenti che si succedono una specie di suggello personale, nel quale e per il quale i caratteri e gli avvenimenti del romanzo assumono davanti alla nostra fantasia un significato cos vivo, cos parlante, cos palpitante. E questo, diciamolo di passaggio, prova una volta di pi (se mai ce ne  fosse bisogno) quanto siano sciocchi coloro i quali avrebbero voluto elevare a regola fissa, anzi a dogma indeclinabile la consuetudine che l'autore debba sempre nascondersi dietro il proprio racconto, e guai se un momento si arrischia a far capolino! Dobbiamo lasciare a tutti pi ampia libert. Proscrivere l'intervento diretto dell'anima dell'autore stesso nel racconto, la significazione del suo pensiero, l'effusione del suo sentimento, sarebbe un diminuire il gran campo dell'arte, un rompere, uno spezzare una delle corde che vibrano pi simpaticamente nelle narrazioni delle gioie e dei dolori della famiglia umana. Un'altra grande qualit manifesta il Manzoni nel suo racconto, ed  la sobriet. Egli sorse e scrisse in un periodo che fu detto il periodo dello sforzo e della tempesta. C' qualche cosa di agitato e di violento, che si rispecchia nello stile degli scrittori. Gli scrittori passano volentieri il segno, esorbitano facilmente, qualunque sia il tema che essi trattano. Il Manzoni invece si accampa sereno in mezzo a tutti questi agitati: e tra l'enfasi del Foscolo nell'Ortis, e le declamazioni dello Chateaubriand nei Martiri, spiega una meravigliosa sobriet.
Io paragonerei il suo romanzo ad un gran quadro di pastello, dove il colore  molto sobriamente distribuito,  ma questa sobriet fa poi s che quando arriva il momento delle pennellate ardimentose, queste hanno un rilievo ed una potenza formidabili. 11 padre pio e glorioso della prosa moderna era stato Gian Giacomo Rousseau a cui tutti avevano attinto; e lo stesso Manzoni non di rado ci fa ricordare che anch'egli ha letto il Rousseau. Ma quanto egli, anche in questo, si differenzia dagli altri! Con Gian Giacomo Rousseau tutti hanno esagerato, per esempio, l'intervento della natura nei racconti; e la esagerazione dura ancora; anzi in alcuni romanzieri modernissimi l'esagerazione  arrivata ad un punto, che ormai non si pu pi tollerare. Sono capaci di fermarvi a mezzo di un tragico avvenimento, per descrivervi il vento che brontola per di fuori, la luna che splende sul lago, o per descrivervi minutamente i giuochi di riflesso e d'ombra che fa un raggio di sole entrando fra i drappi di una portiera. Alessandro Manzoni ebbe certamente un concetto pi sobrio e pi vero dell'intervento della natura nei racconti umani. Egli pens, e giustamente, che l'azione della natura sopra di noi  immanente; noi la sentiamo sempre questa natura che ne circonda, i suoi fenomeni e le sue leggi; ma una cosa  sentirla, altra  avvertirla. Il contadino, per esempio, che vive sempre in mezzo ai campi, avr nell'anima il caldo e  lo splendore del suo sole, sente nelle vene vibrare l'aria salubre del colle e del piano, ma non date mai al contadino meditazioni e contemplazioni sentimentali della natura, perch mostrereste di non conoscerlo. Pi l'uomo  in diretto contatto della natura, pi egli si ferma a quella immanente impressione sopra di lui, e meno d luogo a considerazioni riflesse. Il Manzoni, nel descrivere, ubbidisce sempre a questa legge. Ma quando arrivano certi momenti nei quali c' proprio bisogno di far avvertire la unit vivente e indissolubile dell'uomo col luogo dove  nato, dove si  svolta la sua mente e il cuore, dove ha palpitato il primo palpito d'amore, dove ha avuto i primi terrori e le prime speranze, allora ecco che interviene la descrizione manzoniana; ed  cos viva, cos esatta, cos potente nella sua sobriet, che voi subito avvertite che quella descrizione non  inutile perch completa e corona il dramma vivente che si sta svolgendo. Ricordatevi la descrizione del cielo di Lombardia, la mattina seguente all'orrida notte che il povero Renzo ha passata alla campagna, tra il freddo e la paura, fuggendo da Milano.



 5.

E dite lo stesso di tutti gli altri sentimenti che governano i personaggi del racconto. Nei Promessi Sposi, per esempio, dove si passa a traverso a tante iniquit, dove la ragione e il cuore tante volte hanno motivo di ribellarsi, voi trovate che delle imprecazioni e dell'invettiva  fatto un uso moderatissimo. Appena un momento nel palazzotto di Don Rodrigo al termine del famoso dialogo fra lui e fra Cristoforo. Quando il ribaldo signorotto, non contento di avere meditato un'iniquit osa ancora alla presenza del frate di affermarla con una cinica alterigia, allora fra Cristoforo alza e inalza inveendo la mano che Rodrigo afferra di subito.... Ma egli non la dimenticher pi mai; quella mano alzata egli la vedr ancora, sogno della notte terribile in cui dormendo avr i presentimenti della peste che gi hanno invaso il suo miserabile corpo. Poi via. Il frate  tornato padrone di s; e il racconto rientra nella sua pacata sobriet, nel suo andamento tranquillo. Ma quanto risalto, quanta potenza viene appunto da questa tonalit abitualmente calma  quando vengono quei rari momenti in cui l'autore assurge e si libra a qualche affermazione potente.
E cos dite dell'enfasi. Voi l'enfasi non la trovate mai nei Promessi Sposi, e s che di enfasi e di voli enfatici erano piene le carte ai tempi del Manzoni. Ho ricordato lo Chateaubriand e Ugo Foscolo, il quale era pure uno degli autori che il giovine Manzoni aveva letto e ammirato e che dominavano sul gusto dei lettori. Appena un momento, quando sono in presenza il Cardinale Federigo e l'Innominato l'enfasi si fa sentire. Il Cardinale parla a questo terribile uomo un linguaggio di ragione animato, ordinato, calmo. Ma quando si avvede di avere espugnato le ultime resistenze di quell'anima, quando vede la terribile testa dell'uomo del delitto chinarsi umiliata e vinta sopra le sue spalle, quando sente che le lacrime del peccatore pentito scorrono silenziose sulla castit della sua porpora, allora l'anima del sacerdote si effonde ed alza a Dio un'apostrofe, che potrebbe parere di una tonalit un po' inverosimile, ma non . Voi sentite invece in quel momento l'uomo, anzi il prete, che ha l'anima piena della lettura dei libri sacri, del Vangelo, delle omelie; e parla a quel modo perch sente a quel modo, n potrebbe diversamente parlare. E cos dite del patetico. Il  patetico aveva tante occasioni di sprigionarlo e farlo trascorrere a grandi fiotti, attraverso la sua narrazione. Ma se l'avesse fatto, io penso, la narrazione non avrebbe avuto nemmeno un decimo dell'efficacia che ha sull'animo nostro. Disse bene Cicerone: "le lacrime presto inaridiscono". Guai allo scrittore che abusa delle lacrime! Nelle emozioni pi vive e profonde c' qualcosa di sacro; e un vero artista deve accostarsi ad esse con rispetto e con mano sobria. L'anima umana ama di nascondere quello che  in lei di pi intimo e di pi geloso. Anche nei Promessi Sposi arriva il momento in cui il patetico trascorre. I due poveri giovani non hanno potuto raggiungere il loro intento. Si lasciano persuadere dalla buona vecchia a sorprendere Don Abbondio, a maritarsi per forza o per frode. Ma il vecchio prete, sorpreso in canonica, reso audace dalla sua paura, butta il tappeto del tavolino addosso alla timida Lucia e le impedisce di dire le parole sacramentali. Per il matrimonio mancato cresce in loro la paura di Don Rodrigo. La difesa di fra Cristoforo non basta pi. Lo stesso Cristoforo dice: "Via figliuoli, non c' tempo da perdere.... Andate." E se ne vanno di notte, montano sopra una barca e si allontanano lungo il fiume per raggiungere la sponda opposta del lago.  una notte tranquilla, la luna illumina tutto  il paese. I disgraziati profughi, seduti nel fondo della barca, hanno l'anima occupata di terrore e tristezza. Lucia guarda dalla barca, vede il palazzotto di Don Rodrigo che lass a mezza costa pare un ribaldo che in mezzo a dei poveri addormentati vegli meditando un delitto. La fanciulla ritrae inorridito lo sguardo e come per consolarsi cerca gi gi nel paesello la sua casa, e arriva a scoprire la cima dell'albero del fico che le sovrasta, e a scoprire la finestra della sua cameretta verginale.... Allora uno schianto di lacrime esce dal cuore di Lucia. Abbassa il volto sulla palma della mano, appoggia il gomito sulla sponda della barca e rimane silenziosa.... Allora il poeta interviene: "Addio, monti sorgenti dall'acque...." Chi di voi non ricorda quel passo delizioso per averlo letto o nel romanzo o in qualche raccolta? Ma notate che il Manzoni par quasi voglia farsi perdonare questo suo momentaneo abbandono di sentimentalit, e subito ammonisce il lettore: Badate, questi non furono veramente i pensieri della buona Lucia e degli altri due; saranno stati di quel genere. E quasi con una nota ironica verso s stesso, il poeta rimette la narrazione nel suo naturale andamento e nella sua intonazione normale. Confrontate questo addio poetico col pietoso racconto di Cecilia, la povera madre che porta le figlioline morte sul  carro dei monatti. Avrete la medesima arte meravigliosamente efficace nella sua sobriet.


 6.

Come ha trattato il Manzoni nel suo romanzo la passione d'amore?
Qui ci sarebbe da fare un libro. Si pu sapere, domandava stizzito Luigi Settembrini, di che colore fossero gli occhi di Lucia Mondella? Non li alza mai! Il Manzoni, difatti, non spende nemmeno una linea a descriverci fisicamente la bellezza di Lucia; anzi di questa stessa bellezza ci indurrebbe quasi ad essere dubitosi; perch, quando arriva gi sposa di Renzo in quel di Bergamo, anche perch l'avevano troppo decantata, cominciano le comari e i giovanotti del paese a tagliare a forbici doppie su questa tanto decantata bellezza, dicendo "ch'era una contadina come tant'altre." E non fu senza grande stizza di Renzo, il quale and in un altro paesello, dove ebbe la compiacenza di sentir dire: "Avete veduto quella bella baggiana che c' venuta?" Certo  che in questo tema dell'amore il Manzoni procede con una cautela tanto strana, che qualche volta c'irrita. Si direbbe che egli ne ha paura!

Vi  per una donna che esercita un certo fscino sulla mente, sulla fantasia e, direi quasi, nei sensi, del Manzoni: ed  Gertrude, la Monaca di Monza. Quella "bellezza delicata e sfiorita", quegli occhi nerissimi che alle volto hanno lampi audaci, alle volte si raccolgono in una meditazione fredda o triste, quella fronte bianchissima, il cui candore gareggia con la bianchezza immacolata del velo, quella slanciata figura femminile, ma un poco curva e quasi raccolta in s stessa, che ha movimenti scomposti sotto la sua tonaca monacale, questa donna, io vi ripeto, deve avere esercitato un certo fscino sull'animo del Manzoni; e non ve lo dico a caso. Se anderete a Milano, e a Brera, nella sala tutta dedicata alla gloria e ai manoscritti del Manzoni, esaminate i manoscritti dei Promessi Sposi. A proposito della Monaca troverete delle cose interessantissime. Per esempio c' un punto in cui il padre provinciale che accompagna Lucia, al solito sprofondandosi in inchini ripete sempre: - Madre, madre! - E la monaca lo interrompe: "Ma che madre!" Poi rimasta sola ripete a s stessa: "Bella madre!" Quanto significato in quel grido prima, poi in quel breve monologo! E quella nerissima ciocca di capelli che scappa fuori del sogglo come un'attestazione d'indisciplina, come una protesta  della vita, del senso, della volont contro tutte le forze cospirate dell'albaga, del sangue, dei pregiudizi sociali che hanno gettato quella disgraziata in un chiostro, come una protesta contro la crudelt delle forbici della tonsura!... Anche quella ciocca di capelli finisce col persuadervi quanto l'autore ha carezzata questa figura e come se ne sia pericolosamente invaghito.
Ma qui si ferma. Sopprime lunghi passi nel manoscritto, che risguardano la Monaca e poi comincia a trattare sul serio la grande questione, dicendo: "Insomma questo amore uno scrittore deve o non deve trattarlo?" E intanto, siccome egli era finissimo tormentatore di s stesso, il Manzoni sente bisogno di dar forma ai propri giudizi, ai propri scrupoli, intavolando un dialogo fra s e un supposto lettore; e questo dialogo  tutto ci che si pu immaginare di pi curioso e importante. In conclusione il Manzoni dice: "Dato che le parole, dato che le idee e le immagini sono principio ed eccitamento di azioni, io non mi sento di promuovere nei miei libri questa misteriosa passione dell'amore. E sapete perch? Perch io sono convinto che l'amore sia buono in s, ma che nel mondo ce ne siano almeno seicento volte di pi di quanto abbisogna per la conservazione della nostra riverita specie." Certo la  differenza  grande, a questo proposito, tra il Manzoni e i romanzieri dei nostri giorni. Che contrasto con certi romanzi che probabilmente, o Signore, sono sul vostro tavolino e che leggete con tanta avidit! Io qui non critico, osservo. In quelli invece, abbiamo una preoccupazione, un'orientazione completamente opposta. Non solo l'amore non  temuto e evitato o lievemente trattato, ma diventa il grande, l'unico bisogno del romanziere. Nei romanzi che avete letto ieri o leggerete domani, voi fino dalle prime pagine vi accorgerete come le qualit dei personaggi e l'impostura di tutto il racconto siano coordinate ad un'unica e grande scena d'amore, che avverr quanto prima: e questa scena voi la prevedete e la presentite andando di pagina in pagina; e voi l'aspettate, voi la volete.... E quando questa scena si  compiuta sotto gli occhi della vostra fantasia, con maggiore o minore audacia secondo il temperamento dei diversi romanzieri, voi sentite improvvisamente che il volume vi si appesantisce fra le mani; voi sentite che il racconto ha gi dato tutto ci che poteva e voleva dare!... La linea equatoriale  gi stata valicata!... Il libro seguita perch il racconto vuole avere uno svolgimento e un fine, ma il lavoro  finito con questa grande scena erotica, che  il clou di tutto il libro.



 7.

Adesso io toccher molto brevemente degl'imitatori del Manzoni e del suo romanzo. Ve l'ho gi detto, Signori, sui Promessi Sposi bisognerebbe fare un ciclo di conferenze, dove ognuno prendesse un personaggio, un episodio. Allora con coscienza tranquilla si potrebbe dire d'aver trattato questo tema per noi cos caro, poich si tratta del libro pi glorioso che ha dato l'Italia al mondo in questo secolo; e ce ne sono pochi degni di potergli stare accanto. Quando avete preso Dante, l'Ariosto, il Tasso, e il Petrarca, metteteci subito vicino i Promessi Sposi e non osate mettervi altri libri perch scapiterebbero.
E scapiterebbero sovrattutto i suoi imitatori. Perch il Manzoni non ha avuto successori degni di lui, o Signore? La risposta ve la darebbe, se fosse qui, uno dei personaggi del Manzoni, quel Don Ferrante, il quale, perch aveva nel cervello tutta la filosofia di Aristotile, credeva che con quella si spiegasse tutto. Ed egli spiegherebbe forse anche questo fatto; ma io, che non sono Don Ferrante non ve lo posso dire. Accenner a un grande difetto della nostra schiatta italica, questo proprio bisogna convenirne; ed  la furia dell'imitazione. Appena uno fa una bella cosa, eccoci tutti dietro non ad ispirarci, non ad emularlo, ma a decalcare servilmente sopra le sue formule, a ripetere fino alla stucchevolezza, fino alla noia ci che quello ha con un rapido accenno d'invenzione posto innanzi ai nostri sensi e ai nostri occhi.
Certo , o Signore, che quando s'incontrarono Walter Scott e Manzoni, e Walter Scott complimentava l'autore italiano lombardo del suo lavoro, Manzoni modestamente disse: "I Promessi Sposi sono opera vostra" accennando allo studio che Manzoni aveva fatto del romanziere scozzese. E allora lo Scozzese con arguzia gentilissima rispose: "In questo caso i Promessi Sposi sono il mio miglior romanzo." Non si poteva pi cortesemente rispondere.
Ma Alessandro Manzoni non avrebbe certamente potuto dire una cosa simile n al Grossi, n al Cant, n al d'Azeglio, n al Carcano e nemmeno a quell'Ippolito Nievo, in cui forse era riserbato all'Italia un grande romanziere, se giovine ancora non fosse scomparso nel Mediterraneo quando si sfasci il vecchio bastimento dove egli salpava dalla Sicilia all'Italia. Passiamo dunque su questi imitatori; rendiamo loro il merito che hanno, ma convinciamoci che rispetto al gran modello essi sono pallide ombre. Dimentichiamo gl'imitatori e torniamo al maestro! Torniamo a questo grande, che tanta luce ha diffuso sulla prosa e sulla poesia italiana; torniamoci senza feticismi, anzi come disse opportunamente nel suo recente volume Arturo Graf, torniamoci rinfrancati e fortificati da quella stessa libera critica che per venti anni abbiamo fatto al lavoro immortale di Alessandro Manzoni, specialmente per opera di Giosu Carducci. Torniamo come vi  tornato lo stesso Carducci, il quale da ragazzo lesse per cinque volte i Promessi Sposi, poi pareva che non volesse pi leggerli; ma l'anno passato interrogato da un amico che cosa leggesse, disse: rileggo i Promessi Sposi; e quando con una concezione gagliarda volle ricongiungere la poesia e l'arte al suo principio morale e civile e stringere la mano del vecchio Parini, sent che il gran Lombardo alzava la sua e aveva diritto, e voleva essere anche egli in quella stretta immortale. Tornate al Manzoni massimamente voi, giovani; tornateci, ripeto, senza feticismi, con libero ossequio, per attingere specialmente da lui il senso nobile, geniale, umano dell'arte, di quest'arte alla quale ora tutti si prosternano con inni paradossali come ad unica Deit della vita.... Parole, parole, parole!...
Quando siamo al fatto, questa Augusta, Divina,  quest'anima dell'anima umana, noi la vediamo ancora trascurata per le alcove, per i manicomi, per i postriboli, come se tale fosse un suo destino ineluttabile, e come se la sua tanto decantata libert non fosse che la fatale selezione del male.




GIUSEPPE MAZZINI E IL SUO PENSIERO FILOSOFICO.

CONFERENZA DI ARTURO LINAKER.


"In noi tutti, figli del secolo diciannovesimo, v'ha del Titano e dell'Amleto a un tempo. Cominciamo dal credere esclusivamente in noi stessi e finiamo col non credere pi in cosa alcuna; due fasi dell'anima che dipendono dalla mancanza d'una fede santa e comune. La vita, cos diseredata, ci sfugge in linea spezzata, a traverso una successione di scosse, ora sfiorando il cielo, ora immergendosi nel fango, invece di spandersi forte e calma nella sventura come nella ventura. Il Titano cade fulminato dalla forza delle cose: Amleto si accascia sotto il peso dell'idea.... Solo il credente rimane in piedi come vecchia querce solcata dalle tempeste.... Triste e silenzioso, egli prosegue senza codardo sconforto il compito della sua giornata. Ei sa che il fiore dell'anima sua, la speranza, non pu espandersi se  non al di l di quella culla di trasformazione, che quaggi vien chiamata tomba!"
Questo, con un tratto Michelangiolesco, l'ideale della vita che Mazzini tracciava: non Titano, non Amleto, ma credente in una fede santa e comune!
A lui la madre non sussurr imprudentemente all'orecchio con un bacio: sii felice! A lui il padre non disse: sii ricco! Ma la madre al primo svegliarsi della sua intelligenza avevagli detto: sii buono e puro! sii forte: impara a soffrire!
E la memoria della madre egli benedisse! Benedisse, in mezzo alle dure prove della vita, l'educazione avuta.
Gli uomini del 21 che, profughi dall'Italia, andavano a combattere e a morire per la libert della Spagna, avevano lasciato profonda impressione in lui, giovinetto di 16 anni; aveva intraveduto che si doveva e si poteva lottare per una fede santa e comune, la libert della patria!
L'immagine di que' proscritti gli stava dinanzi; e, in mezzo alla irrequieta, tumultuante vita degli studenti, era cupo, assorto, invecchiato precocemente; vestiva sempre di nero, sembrandogli portare il lutto della patria; ed era talmente fuori di s per la lettura dell'Ortis, che la buona madre temette del suicidio del figlio!

Sono fasi che la tempestosa anima de' giovani traversa: belle, quando la causa dello sconforto  una grande, una santa idea; tristi, quando  l'egoismo insoddisfatto, una smodata brama di godere non appagata, la stanchezza della vita!
Una donna, la madre dei suoi amici Ruffini, lo riconcili colla vita, gl'infuse, accanto all'amore per la patria, la fede religiosa! Bisogna leggere le pagine affettuosamente belle del Lorenzo Benoni per aver un'idea del Mazzini studente all'Universit, uscito dalla sua crisi di scetticismo.
Giovanni Ruffini scrisse del Mazzini quando gi s'era staccato politicamente da lui; ma nell'anima sua era rimasto un ricordo che non si cancella mai, il ricordo puro, poetico della giovinezza.
Il Mazzini (ch'egli chiama Fantasio) era per lui il giovane pi affascinante che avesse conosciuto. La sua testa era assai ben modellata; spaziosa e prominente la fronte; gli occhi neri morati mandavano lampi. L'espressione della sua faccia grave e quasi severa era addolcita da un sorriso soavissimo; era bello e facondo parlatore: e, se si fosse incalorito in una disputa, era ne' suoi occhi, nel gesto, nella voce un fscino irresistibile. Magro e gracile di corpo, aveva un'anima infaticabilmente attiva. Appassionato amatore d'ogni libert, l'anima  sua fiera spirava un indomabile spirito di rivolta contro ogni tirannia ed oppressione. Buono, affettuoso, liberale....
Questo  il ritratto del Mazzini studente.
Dante e Alfieri, Shakespeare e Byron, Goethe e Schiller riscaldavano l'anima sua. Dante per era l'autore prediletto da lui: dal 1821 al 1827 egli l'aveva profondamente studiato, e aveva imparato a venerarlo come padre della nazione; lo commentava ad un nucleo di giovani scelti, d'intelletto indipendente, anelanti a nuove cose, che si raggruppava intorno a lui. Il nome d'Italia che s frequente ricorre nel poema, diventava sacro per loro, e destava i palpiti del loro cuore.
Il suo primo scritto, sull'Amor patrio di Dante, lo mand all'Antologia che non lo pubblic: lo fece inserire poi nel Subalpino Niccol Tommaso, che nel culto di Dante aveva pure attinto forti ispirazioni.
"O Italiani (esclama il Mazzini in quell'articolo), studiate Dante! non su' commenti, non sulle glosse, ma nella storia del secolo in che egli visse, nella sua vita, nelle sue opere!"
Ed impar da Dante come si serva alla patria finch  vietato l'operare, e come si viva nella sciagura!

Egli era nato letterato! S'affaccendavano alla sua mente visioni di drammi e romanzi storici senza fine e fantasie d'arte, che gli sorridevano come immagini di fanciulle carezzevoli a chi vive solo. Ma, a che l'arte? Senza patria e libert si potevano avere profeti d'arte, non arte. Il problema era essenzialmente politico: bisognava avere una patria! "L'arte italiana fiorir sulle nostre tombe!"
Cos sperava; e fu letterato geniale, e critico profondo, come mostr in un suo magistrale discorso il compianto Nencioni nostro.
Allora, nella lite che ferveva fra classicisti e romantici, il Mazzini e i suoi amici si schierarono per il romanticismo; ma la controversia letteraria era per loro convertita in politica. Basta mutare alcune parole per avvedersene; l'indipendenza in fatto di letteratura era il primo passo ad altra indipendenza.
L'Indicatore Genovese, povero, modesto, innocente foglio d'avvisi, accolse gli scritti di quei giovani: i principali eran del Mazzini sui Promessi Sposi, sulla storia del Botta, sul Monti, sulla storia dello Schlegel, sulla Battaglia di Benevento.
Riviveva il Conciliatore. Chiunque avrebbe scorto  che la letteratura era pretesto! Al Guerrazzi il Mazzini in quelle pagine aveva detto: "da te l'Italia  in dritto di attender molto, e scrivi; snuda la vilt del delitto, colpisci con quadri di terrore i fiacchi a' quali il rimprovero  poco." E il Guerrazzi scrisse! Nel Monti aveva pianto non solo l'autore delle cantiche in morte di Ugo Bassville e del Mascheroni, ma anche l'autore della Proposta, che di l'ultimo crollo alla schiavit in fatto di lingua. Allo Schlegel, che rimproverava all'Italia di non aver poesia nazionale, risponder la colpa non esser degli scrittori, e faceva sperare che la macchia sarebbe stata lavata. Del Foscolo vaticinava che un giorno l'Italia gli avrebbe eretto un monumento d'amore, e lo avrebbe riposto fra i grandi delle nazioni. E la profezia s' avverata!
11 governo Sardo fin anch'esso per comprendere le tendenze del Foglio d'annunzi e soppresse il giornale, che torn a rivivere a Livorno come Indicatore Livornese.
E l il Mazzini scrisse sul Faust del Goethe, sulle Fantasie del Berchet, sull'Orazione del Foscolo a Bonaparte, sulle tendenze d'una Letteratura europea, sull'Esule di Pietro Giannone.
Nel Faust egli vede la rappresentazione di un'intera epoca che sta per chiudersi. Faust  il genio  isolato: Faust cade nello sconforto, bestemmia l'alto concetto che lo spirito nutre di s, le illusioni dell'immortalit, l'entusiasmo, la speranza, la pazienza! Rovinato, sfumato il mondo intellettuale, il mondo materiale  l'unico che rimanga alla sua smania di attivit; vuol godere, ed eccolo in lega con Mefistofele, che pone a fine dell'esistenza il piacere, l'egoismo! Il genio isolato e l'egoismo si uniscono; il genio vuol liberarsene, ma non pu; dissecca la sorgente della celeste volutt per lasciarlo in braccio a' traviamenti delle tenebre. Il genio cos trasformato disprezza gli uomini a cui si crede superiore: la sua potenza  pel male; trascina al delitto l'improvvida, la fragile creatura.... Margherita! Faust  fra gli uomini, non per gli uomini: erra in mezzo ad essi solitario e senza oggetto come lo straniero in mezzo a gente che non intende la sua favella! Vae soli!

***

Signore! Questa non  che una pallida e troppo rapida sintesi di quelle caldissime e potenti pagine colle quali il Mazzini ritrasse il Faust del Goethe, in cui cerc e trov un gran pensiero filosofico. Ma, esclama, v'ha un affetto che pu salvare le anime della tempra di Faust dal regno di Mefistofele; puro quanto l'amor filiale, vasto quanto l'universo, sublime quanto il pensiero di Dio; che commuove ogni fibra, che santifica ogni pensiero, un affetto che pu bastare a un'intera esistenza, che dovr formare il carattere di questo secolo, fonder quella concordia di voti e di opere che mancava all'epoca scorsa, ritratta da Faust. "Dovr io nominarlo (chiude cos quel suo splendido studio il Mazzini) dovr io nominarlo parlando a' miei fratelli Italiani?"
A quale affetto alludesse, lo comprese il governo Toscano che, per non essere inferiore, ne' gusti letterari, al governo Sardo, soppresse l'Indicatore.
E allora il Mazzini mand i suoi articoli all'Antologia di Firenze. Gli uomini che si accoglievano attorno a Gino Capponi e al Vieusseux parevano timidi a lui, giovane pieno d'impeti: ma li amava perch d'animo italiano. E con loro si un.
Nelle pagine di quel glorioso giornale, soppresso nel 1833 per ordine dell'Austria e della Russia, scrisse animosamente parlando del dramma: "Siamo diseredati di dramma per le stesse ragioni per le quali siamo diseredati di storia: e, finch quelle ragioni non cessino, dovremo star paghi a lavori pi o meno fecondi di critica."

Le ragioni si comprendevano. Gl'Italiani non avevano patria. Avere una patria! Questa l'idea del Mazzini: la Grecia aveva fatto la sua rivoluzione: perch non l'avrebbe fatta l'Italia? La Grecia aveva avuto la sua Etaria: perch non l'avrebbe avuta l'Italia? E il Mazzini aveva steso un piano particolareggiato d'un'Etaria Italiana, approvato dai suoi compagni. Ma l'aver potuto, dopo lungo tempo e molte difficolt, essere iniziato all'ordine de' Carbonari insieme a Iacopo Ruffini, lo distolse da questa idea.
Il Carbonarismo, sperava, sarebbe divenuto la Etaria Italiana.
Non ammirava il simbolismo complesso, i gradi gerarchici; anzi, tutto quell'apparato lo faceva sorridere di compassione, specie le tremende prove dell'iniziamento che, in sostanza, eran grottesche. Vedeva nella Carboneria un corpo invecchiato, ma ancora potente per le sue filiazioni numerose in ogni classe di cittadini.
Venne in Toscana a conoscere i suoi collaboratori letterar: Carlo Bini, F. D. Guerrazzi, Enrico Mayer, Pietro Bastogi; le amicizie letterarie eran divenuti legami politici; il Mazzini, elevato a' gradi superiori dell'Ordine, aveva accumulato gli affiliati fra i giovani; ma, poco dopo le giornate di luglio  a Parigi, i governi, insospettiti, scopersero l'associazione: non mancarono le spie, i delatori. Giuseppe Mazzini fu arrestato e chiuso in una cella della fortezza di Savona!
L, fra cielo e mare, due simboli dell'infinito e la vista delle Alpi, le pi sublimi cose che la natura ci mostri, confortato da' canti del pescatore che arrivavano fino alla sua cella, egli medit il disegno della Giovine Italia. Al prigioniero fu lasciata la Bibbia, un Tacito, un Byron. Forse perch la Bibbia era un libro religioso; Tacito perch latino e il latino non aveva fatto mai paura; Byron perch inglese e la polizia non sospettava di libri inglesi, tanto meno de' poeti!
Que' tre libri lesse, rilesse, medit nella solitudine del carcere: un po' di tutt'e tre ritroviamo ne' suoi scritti, specie nello stile.
Un'immensa speranza balenava nell'anima del prigioniero. Roma, pensava, ha avuto due grandi civilt. La Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari aveva solcato dietro al volo dell'Aquila il mondo noto coll'idea del Diritto, sorgente della Libert. Poi era risorta pi grande di prima co' Papi, centro accettato d'una nuova unit, che levando la legge dalla terra al cielo sovrapponeva all'idea del diritto l'idea del dovere comune a tutti, e sorgente  quindi dell'eguaglianza. La terza Roma, la Roma del popolo Italiano, doveva dare una terza, e pi vasta unit che, armonizzando terra e cielo, diritto e dovere, avrebbe parlato non agl'individui, ma ai popoli una parola di associazione insegnatrice, ai liberi ed uguali una parola della loro missione quaggi.
Il nuovo lavoro doveva essere morale, non solo politico, religioso non negativo; basato sui princip non sull'interesse; sul dovere, non sul benessere. Egli aveva sempre dinanzi la figura di Faust; bisognava annientare l'egoismo, infondere questa nuova vita a Faust; poich, anche in alcuni suoi amici, specie nel Guerrazzi, vedeva lo scetticismo che uccide!
Liberato dalla fortezza di Savona, posto nel bivio di abitare una piccola citt del Piemonte o di andare in esilio, scelse quest'ultimo; e tutta la sua vita dovette ripetere questa triste parola: "esilio!" "Colui (aveva scritto nel 1829 quasi presentendo il suo fato) colui che primo invent questa pena, non aveva n madre, n padre, n amici, n amante. Egli volle vendicarsi sulle altrui teste, e disse agli uomini suoi fratelli: siate maledetti dall'esilio com'io dalla fortuna.... siate orfani.... io vi torr tutto fuorch un soffio di vita, perch possiate ramingare,  come Caino, nell'universo col chiodo della disperazione nel petto!"
Si reca a Ginevra, poi a Lione, poi in Corsica, poi a Marsiglia. E di l scrive la lettera a Carlo Alberto: l riprende l'antico disegno meditato nel carcere di Savona, la fondazione della Giovine Italia.
La Giovine Italia doveva seguire vie differenti dalla Vecchia Italia, che egli vedeva attraverso a Filippo Buonarroti ed ai Carbonari.
Quindi non v'immaginate simbolismo, non cerimonie tremende, terrorizzanti solo gl'ingenui, non un'interminabile gerarchia; non voleva riprodurre ci che gi v'era e che l'aveva fatto sorridere: ricordava le commedie di cui era stato testimone; dalla pistola che doveva esplodere e non esplodeva alle riunioni de' congiurati chiusi ne' loro neri mantelli, che, al tocco della campana di mezzanotte, si riunivano per proclamare la punizione d'un rivelatore di segreti, e via via fino alle scene nella prigione di Savona, in cui il Da Passano, percuotendolo sulla testa, l'aveva iniziato non so a quale suprema dignit.
Due gradi soli: iniziati e iniziatori: gl'iniziati non avevan facolt di affiliare; gl'iniziatori s. Congreghe, nome desunto da' ricordi di Pontida, i nuclei di direzione: un comitato centrale all'estero per dirigere l'impresa e stringere vincoli fra l'Italia e gli elementi democratici stranieri. In ogni citt un ordinatore: i viaggiatori mettevano in rapporto gli affiliati col Comitato centrale. Simbolo dell'associazione, un ramoscello di cipresso; il motto: Ora e sempre; la bandiera, il tricolore italiano; da un lato la scritta Libert, Uguaglianza, Umanit, indicanti la missione internazionale italiana; dall'altro Unit, Indipendenza indicatrice della missione nazionale. Dio e l'Umanit formula per le relazioni esterne: Dio e il popolo per i lavori riguardanti la patria.
Vedete che, pi che un'associazione politica, la Giovine Italia  sistema religioso e morale. Nella mente del Mazzini non doveva essere setta o partito, ma credenza e apostolato: doveva chiudere il periodo delle stte e iniziar quello dell'associazione, d'una vita operosa e rigeneratrice.
Le idee della Giovane Italia eran palesi e pubblicate in un giornale che portava questo titolo.
In quel giornale il Mazzini scongiurava la giovent d'Italia a tralasciar di scrivere inezie e canzoni d'amore e rivolgere invece la letteratura a promuovere l'utile del popolo con sacrific d'ogni genere: a cominciare dall'istruzione elementare, a  diffondere l'insegnamento popolare, a viaggiare, a portar di paese in paese, di villaggio in villaggio, sui monti, alla mensa del coltivatore, nelle officine degli artigiani l'educazione, la persuasione delle sante parole di libert. Dio e il popolo! Ecco la formula mazziniana. Il popolo  l'eletto di Dio a compiere la sua legge, legge d'amore, d'eguaglianza, di emancipazione universale.
Era una religione nuova! E il codice della Giovine Italia, dettato in stile biblico, rassomigliava ad un codice religioso. La giovent che aveva sete d'ideale am questa Etaria Italiana: e, come sulle orme del fraticello d'Assisi cresce la gente poverella,

Dietro allo sposo; s la sposa piace,

crescono ogni giorno, si affratellano gl'iniziati della Giovine Italia, gli scritti si propagano; da Marsiglia, chiusi dentro botti di pece, i fascicoli della Giovane Italia arrivano nella Penisola; son ristampati da tipografie clandestine, si moltiplicano: le polizie ne hanno sentore, raddoppiano la vigilanza, le spie; si dissuggellano le lettere per scoprire le fucine rivoluzionarie.
E la gran fucina che impensierisce i governi d'Italia era una povera stanzuccia dove, fra le strette  della miseria, Mazzini, Lamberti, Usiglio, G. B. Ruffini lavoravano al giornale e dirigevano il moto.
"Furono dal 1831 al 1833 due anni di vita giovane, pura e lietamente devota come la desidero alla generazione che sorge!" esclamava nel 1861 Mazzini. E poteva esser lieto dell'opera sua. La parte eletta della nuova generazione italiana, pendeva da lui, giurava con lui, era affratellata nelle idee della Giovine Italia. I profughi del 31 da Parma, da Bologna, da Modena, lo raggiungevano a Marsiglia. Niccola Fabrizi, Celeste Menotti, Usiglio, Gustavo Modena, Lamberti, Melegari, Carlo Bianco, Giuditta Sidoli.
Vincenzo Gioberti, che allora apparteneva alla Giovine Italia col nome di Demofilo, gridava: "Io vi saluto, precursori della nuova legge politica, apostoli del rinnovato Evangelio.... La vostra causa  giusta e pietosa essendo quella del popolo, la vostra causa  santa essendo quella di Dio. Noi ci stringeremo alla vostra bandiera e grideremo Dio e popolo e cercheremo di propagar questo grido!"
Nelle diverse parti d'Italia l'associazione aumentava: a Genova Iacopo Ruffini e i fratelli, Campanella, Elia Benza, Lorenzo Pareto, il conte Camillo D'Adda: in Toscana Guerrazzi. Bini, Mayer, Corsini, Montanelli, Franchini, Matteucci, Cempini figlio d'un ministro del Granduca, Carlo Fenzi, Pietro Bastogi, cassiere; nell'Umbria il conte Guardabassi; nelle Romagne gli uomini pi eminenti fra i quali Farini; congreghe a Roma e Napoli; in Piemonte la rete era estesissima: vi appartenevano Depretis, Barberis, Vochieri; in Lombardia i fratelli Ciani, il marchese Gaspare Rosales, la principessa Belgioioso....
Educazione, insurrezione, era il programma della Giovine Italia; la prima insurrezione doveva scoppiare nell'esercito piemontese a Genova, a Torino, ad Alessandria; di l si sarebbe propagata per tutta l'Italia. Carte trovate in un baule diretto dal Mazzini alla madre, sequestrato, avevan dato la chiave per intendere il disegno della Giovine Italia. Cos la congiura fu scoperta: le repressioni odiose e terribili: fucilato Vochieri co' compagni; piene le carceri di prigionieri; Iacopo Ruffini, con un chiodo strappato alle porte del carcere, si apr una vena del collo e si rifugi nel seno di Dio, sottraendosi al pericolo di piegare e di far rivelazioni!
La Giovine Italia aveva avuto il battesimo del sangue; e quanto e quale! Mazzini, in contumacia, condannato a morte ignominiosa; Garibaldi pure!
E Mazzini allora volle precipitar l'azione; il 3 febbraio 1834 fu tentata la spedizione di Savoia.

Anche qui delazioni, tradimenti, disfatta!
Era finito il primo periodo della Giovine Italia, e finito con una sconfitta! Processi, condanne, sgomento in tutti: i pi arditi vanno a combattere in Spagna, come Manfredo Fanti e Niccola Fabrizi.
Il Mazzini allora "rimane immerso in un letargo di melanconia; si legge sul suo volto un pallore di morte proveniente dalle pene del cuore!" Cos si esprimeva il rapporto d'un traditore messo a lato di Mazzini.
Ma non era di quelle tempre in cui l'abbattimento tolga l'azione; come il ragno paziente ricostruisce la sua tela, e comincia per lui un altro periodo di operosit.
A Berna, cacciati di cantone in cantone eran rimasti Ruffini, Rosales, Melegari, Ciani, Campanella, Gustavo Modena. Altri esuli tedeschi, polacchi si erano uniti a loro, e il Mazzini pensa allora ad una nuova vasta associazione europea.
I primi abbozzi sono scritti in francese, ed hanno, anche pi del programma della Giovine Italia, la forma biblica.
Non vi sar discaro udirne alcuni brani:
".... La notte della sventura era nera. Un lampo illumin la scena sulle Alpi e s'intese una voce....

"La voce chiamava i disgraziati esuli a consiglio.... essi si misero in via.
"Venivano a due a tre sulla vetta della montagna.
"Usci una voce e disse: sono lo spirito di coloro che son morti. Pregateli che Dio sia con voi.
"E tutti colla mano sul cuore pregarono in silenzio i martiri che morirono per le nazioni.
"La voce poi mostr una fede nuova. Un uomo la scrisse.
"In nome di Dio e pel bene dell'umanit le nazioni si uniscono in un patto di difesa, di soccorso, di fratellanza.
"Piace la nostra fede?
"S, risposero quegli uomini e primi posero le basi della Confederazione i Polacchi, gli Italiani, i Tedeschi; l, in vista del Rtli dove tre uomini avean posto le basi della Confederazione Elvetica."
La Giovine Europa  costituita.
Comprese il Mazzini essere allora un sogno l'azione immediata: la fallita sollevazione del Piemonte, la spedizione di Savoia l'avevano duramente ammaestrato. Bisognava diffondere le idee della Giovine Europa. Cacciato dalla Svizzera co' suoi amici si rifugia a Londra.
 il gennaio del 1837.
La tempesta del dubbio lo assale. Quella fede che l'aveva mantenuto dalla spedizione di Savoia in poi cominci a essere scossa; l'anima sua fu prostrata in un senso di profonda disperazione.
Le anime una volta affezionate, si ritrassero da lui; alcuni lo sospettarono d'ambizione.
"Udite (scrive disperato alla madre di Ruffini), mia seconda madre, mia prima amica, madre mia d'amore: udite ci ch'io vi dico, giurando per ci che abbiamo tutti e due di pi sacro, la memoria di un morto: io amo i figli vostri come io li amava quando vi eravamo vicini: li amer finch io viva riamato o no, perch non  in me cessare di amarli; ogniqualvolta ho temuto mutato per me il loro core, ho pianto, letteralmente pianto e non piango per altre cause, ho pianto anche davanti a loro!..."
Allora, si sent solo nel mondo, solo fuorch colla sua povera madre lontana e infelice per lui.... Allora in quel deserto s'affacci il dubbio. Forse egli errava e il mondo aveva ragione: forse l'idea che egli seguiva era sogno.... Si vedeva come un condannato conscio di colpa e incapace di espiazione. Rivedeva in fantasma i fucilati di Alessandria, di Genova, di Chambry; aveva egli diritto di decidere sull'avvenire e trascinare centinaia, migliaia di uomini, al sacrifizio di s e d'ogni cosa pi cara?

Dal dubbio torn repentinamente alla fede.
Noi siamo, riflett, un pensiero religioso incarnato: abbiamo una missione: che importa se riesca o no? La vita umana non  felicit,  dovere. Dovere di avvicinarsi a Dio coll'opera, incarnare la sua parola, tradurne in atti il pensiero. L'anima  immortale: la morte  trasformazione. Una cagione esterna materiale non pu cancellare la vita, scintilla escita dal seno dell'Eterno.
Lo strumento dell'opera s'infrange, ma l'operaio  altrove chiamato ad altra missione!
E, solo, calca per profondo convincimento una via sparsa di triboli, di disinganni, di defezioni, coll'anima aperta all'amore e sempre solo. Non Titano n Amleto, ma credente!
A Rosales scriveva: "Io non fo riflessioni; a che servirebbero? A mutarmi, a convertire in ira l'amore e sviarmi? Posso disprezzare gl'Italiani ad uno ad uno senza che ci scemi di un grado ci che ho nell'anima per l'Italia!"
Tommaso Carlyle lo chiam utopista; Carlyle derideva le rivoluzioni all'acqua di rose, le pazzie della giovent che sognava vincere l'Austria coi pugni e le torture di Mazzini nel non poterle infondere la sua fede nel resultato finale.
Mazzini stimava ed amava Carlyle per la sua sincerit, per la sua tendenza verso l'ideale, pel concetto della vita derivato non dalla felicit, ma dal dovere, per l'adorazione del dolore e del sacrificio, per le sue tendenze umanitarie, per l'arte grande con cui rivestiva il suo pensiero; ma da lui dissentiva, perch l'autore degli Eroi non riconosceva la vita collettiva dell'umanit nel mondo, non vedeva se non Dio e l'individuo, e Dio era per lui rifugio a' dolori senza speranza, piuttostoch sorgente di diritti e di forza.
Se Mazzini, triumviro della Repubblica Romana, avesse vinto, Carlyle lo avrebbe posto tra i suoi Eroi: non lo pose, ma nel 1844 lev la sua autorevole voce in suo favore per protestare contro il turpe fatto commesso dal governo Inglese di dissuggellare le lettere.
"Ho avuto l'onore (disse) di conoscere il signor Mazzini per pi anni, e checch io possa pensare del suo senso pratico e dell'abilit sua negli affari del mondo, posso testimoniare in coscienza a tutti gli uomini che  uomo di senno e di virt, di veracit genuina, di umanit, di nobilt di mente, di quegli uomini rari, anzi, unici, in terra, che siano degni di essere chiamati anime martiri, uno di quegli uomini che in silenzio e nella vita d'ogni giorno sanno e praticano quello che s'intende per  martirio." Pochi uomini hanno avuto da Carlyle tale testimonianza.
Ora che si comincia meglio a conoscere l'animo del Mazzini, per le lettere alla madre di Ruffini, al Ruffini, al Melegari, al Mayer, al Rosales, si vede qual martirio fosse il suo.
Non parlo delle miserie con cui visse in Londra nutrendosi di poche patate, tormentato dagli usurai, vendendo i suoi abiti, vivendo in una misera stanza e stendendo a mala pena sul lettuccio le edizioni dantesche, torturandosi per non poter finire la Vita di Foscolo promessa a Giulio Foscolo e alla Magiotti; eran prove che varcava sorridendo: ma ben altro martirio ei prov, quel martirio a cui pochi son preparati. Il martirio del corpo  nulla di fronte a quello dell'anima, la delusione! Le amicizie che credeva avrebbero durato eterne, svanirono come i sogni del mattino.... il suo pensiero, l'opera sua eran fraintesi....
"Se talora (scrive al Mayer), le mie parole hanno amarezza, pensate che ho l'anima ben pi amara, che sono povero, che non ho un amico che non mi abbia tradito e che amo come pochi amano i miei fratelli e non li stimo; credo pi fortemente che voi non credete nell'Evangelio, nella via che ho  scelto, e vedo i migliori, quelli ne' quali io fidava pel trionfo dell'idea scostarsene sempre pi."
E quest'uomo calunniato, perseguitato, dipinto come una specie d'Omar italiano, sanguinario, senza cuore, nemico d'ogni istruzione, che affilava nell'ombre pugnali omicidi, fanatico della forza brutale, a Londra insegnava a leggere e a scrivere la storia patria a molti italiani che disonoravano l'Italia con l'ignoranza, l'accattonaggio, le coltellate. Osteggiato dai preti della Cappella Sarda, lottava aiutato da Filippo e Scipione Pistrucci, da Luigi Bucalossi, poveri ed esuli anch'essi. In mezzo a que' fanciulli che dall'Italia andavano nella capitale britanna a suonare l'organino e a vendere i gessi, egli risentiva la patria co' suoi dolori, le sue miserie, la sua abiezione. Nominava ad essi l'Italia di cui non conoscevano il nome.
Ed era povero ed esule! Fra i tanti bisogni d'Italia, aveva compreso quello d'istruire gl'Italiani fuori della patria. E la patria, allora, non c'era! Oggi gli Italiani redenti dimenticano i loro fratelli sparsi per tutto il mondo, spinti dalla miseria lungi dalla patria, e che offrono miserando spettacolo di loro. La Dante Alighieri, test istituita, fa bene sperare di s; ma intanto non arriva che a raccogliere, a stento, poche migliaia di lire!

Ed ora vediamo un altro lato del Mazzini.
C' stata per un tempo una specie di leggenda che ce lo rappresenta come un uomo che non abbia mai conosciuto l'amore; la leggenda  sfatata.
Fu detto pure che il suo primo amore sia stato per donna Eleonora Curlo madre de' Ruffini; ma  un amore filiale, passionato s, come passionato  sempre Mazzini ne' suoi sentimenti;  un amor filiale che ha qualche cosa di mistico e che va sempre pi esaltandosi. Il Mazzini

Nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d'angosce e di desio

aveva negato Dio, e la signora Eleonora lo aveva ritratto dalla negazione di Dio alla fede. Poi Iacopo Ruffini si uccide, primo martire delle idee del Mazzini, e la madre e l'amico piangono insieme quel povero morto.
Udite, Signore e Signori, l'amor del Mazzini per donna Eleonora: "V'amo (esclama) come una madre, come un'amica, come una santa; v'amo nel passato come l'ente che educ l'anima mia ancora incerta al culto del bello, del buono, della virt, del dolore, del sacrifizio; v'amo nel presente come la madre di un martire, del primo fra i miei amici, come la creatura pi infelice e pi meritevole di felicit ch'io mi conosca nel mondo; v'amo nel futuro  ed oltre la stessa vita come un angelo che pregher Dio per me, che si interporr sempre fra me e la disperazione."
La passione amorosa, Signore, non ha di queste espressioni!
Un'altra donna il Mazzini am di vero amore: amore umano, esaltato, fremente di tutte le agitazioni della passione: fu una proscritta che ho gi ricordata, Giuditta Sidoli, e che aveva raggiunto nel 1831 gli esuli a Marsiglia.
Si amano con esaltazione; ma ambedue amano la loro idea! E la Sidoli prende il falso nome di Paolina Girard, un'avventuriera, e si fa emissaria della Giovine Italia.
Le amicizie, l'amore, sua madre stessa, tutto, il Mazzini impiegava pel trionfo della causa d'Italia.
La falsa Paolina Girard  spiata, le sue lettere d'amore e quelle del Mazzini, vengono lette dal cinico auditore Bologna, Presidente del Buon Governo a Firenze, col suo sorriso freddo e sarcastico di poliziotto. "I tuoi capelli (scriveva il Mazzini) mi sono stati come il talismano; sei un angelo, sei sublime per me." E le parlava, dopo altri sfoghi tenerissimi d'affetto, de' suoi compagni d'esilio. "Amami (chiudeva) con tutte le tue forze, dimmelo come nella tua ultima lettera...."

Ma  un amore infelice! "Piango, gli risponde la povera donna, piango tanto! Ho bisogno di vederti solo per un minuto per lasciar cadere le mie lagrime su di te e dirti che sono stanca di vivere!"
Arrestata, cacciata di Toscana, relegata a Napoli, fuggita di l e rifugiatasi a Lucca, cacciata pure di l, tornata a Firenze, mendicante il ritorno nelle braccia dei suoi figli a Parma, osteggiata dal Duca e dalla famiglia che non le perdonarono mai d'essere stata l'amica e l'emissaria di Mazzini, questa eroina sconosciuta, trasform l'amore ardente della giovinezza in un'affettuosa amicizia. Assistendo, come fece negli ultimi giorni della vita Gustavo Modena, uno de' primi amici del Mazzini, le parve rivivere coll'uomo amato, ritrov i ricordi di quei tempestosi ma pur cari giorni d'amore.
Ne' suoi sfoghi melanconici il Mazzini confessava che il suo amore aveva fatto agli esseri da lui amati assai pi male che bene.
Affascinava; le donne si affezionavano a lui, tutte, d'un affetto esaltato, mistico.... Quando dovette abbandonare Losanna por Londra, una buona e innocente fanciulla sent spezzarsi il cuore. Nel silenzio, lentamente, era cresciuto in lei un amore grande per il profugo italiano, pel cospiratore infaticabile: la povera fanciulla diviene malata; i genitori di lei chiamano a Losanna il Mazzini: egli non pu, non vuole....  una dura lotta che sostiene fra la piet, l'amore, il dovere. "No (grida), io non sono libero davanti a Dio: Giuditta mi ama, io l'amo e le ho promesso di amarla.... Ma quella povera anima soffre...." Ed anche lui soffriva, perch sentiva che l'avrebbe amata.... e non voleva che morisse!
"Ebbene (scrive allora al Melegari), quello che essa ama in me  la mia fede, il mio amore per l'umanit, per la patria, i miei scritti, la costanza nell'opera intrapresa:... se, per ridarle la pace, voi dovete spogliarmi a' suoi occhi di tutte le mie qualit, strapparle l'aureola di poesia di cui mi circonda, fatelo!"
Signore, questi sono drammi psicologici, sono battaglie interne, dalle quali si pu escire vittoriosi, ma si esce sfiniti, ma si esce col cuore straziato!
Il Mazzini esercita quel fscino che sulle anime gentili esercitano tutti coloro che combattono per una grande idealit: Giorgio Sand lo chiama fratello; vuole che le porga la mano: "Son malata moralmente e fisicamente; ho bisogno di consigli che non ho osato domandare a nessuno, e che voglio da voi!" Ed egli traduce le Lettere d'un viaggiatore, libro che gli era stato come amico e consolatore;  scrive la prefazione alla traduzione inglese, proclamando la Sand "la migliore fra le nostre sorelle a cui Dio ha concesso il genio che a lui manca."
Margherita Fuller, americana, l'amica di Emerson, la nobile donna che cur i feriti alla difesa di Roma, esclama: "Ah! Mazzini, Mazzini! Avr io l'onore di rappresentare al mondo quanto siete grande?"
Signori,  impossibile, s mi spinge il lungo tema, ch'io vi accenni, sia pure a larghi tratti, tutta la vita del Mazzini. Fino al 1848 segue un cammino ascendente;  il profeta in cui tanta parte di giovent ha fede. Appare quel che appariva al comandante la fortezza di Savona - quando guardato a vista gli faceva conoscere di saper tutto quello che avveniva nel mondo - una specie di mago, di genio, di taumaturgo!
Una poesia popolare, credo del Dall'Ongaro, cantava:

Se volete saper dov' Mazzini
Domandatelo all'Alpi e agli Appennini.
Mazzini  in ogni loco ove si trema
Che giunga ai traditor l'ora suprema.
Mazzini  in ogni loco ove si spera
Versar il sangue per l'Italia intera.


 la disperazione di tutte le polizie d'Europa, che non arrivano ad atterrarlo.
Dopo il 1849, decade politicamente: nel periodo di raccoglimento,  posto da parte. Egli si unisce con Kossuth, e cercano di far l'alleanza de' popoli, opposta all'alleanza de' re. Mira a trasformar la carta d'Europa, a formargli Stati Uniti, prendendo a base le Nazionalit. L'Austria e la Turchia prevede debban cadere; e le razze slave prendere un gran posto nelle famiglie de' popoli europei, purch si emancipino dallo tzarismo, sola politica che possa impedire il pan-germanismo.
I disinganni non gli mancarono. Vide in Italia i suoi intenti raggiunti da altri senza e contro di lui: in Germania, in Ungheria formarsi le nazionalit con politica differente dalla sua. Si ritrasse dal movimento con pochi discepoli, sempre agitatore, ma svolgendo principalmente le sue dottrine filosofiche, religiose, sociali. Quasi tutti i suoi antichi amici e compagni di fede si erano stretti alla Monarchia Piemontese.
"Ho la morte nel cuore (scrive ad un giovane amico suo, oggi illustre); io vi portavo un vincolo di simpatie straniere, un po' di fascino esercitato sui giovani d'azione. Potevate giovarvene e spegnermi, annientarmi il d dopo; non avreste  avuto un rimprovero da me, come  vero ch'io esisto!"
Molte profezie sono ne' suoi scritti; molte pagine furon per alcuni

.... savor di forte agrume.

A Napoleone, nello splendore della sua gloria grida: "Un giorno, abbandonato, schernito, maledetto da quei che oggi s'avviliscono di menzogne e di lodi davanti a voi, andrete, vittima espiatrice di Roma, a morire in esilio!"
Allora, lo dissero pazzo!
Di s afferm che sarebbe alfin venuto a morire in Italia e venne; ma non trov dintorno a s che tombe di cari e non pi sua madre!
Trov l'Italia!
Passando da Firenze, colse colle sue mani alcune rose in un giardino e le depose in Santa Croce sulla misera pietra che copre ancora la ossa del cantor de' Sepolcri.
Poi si rec a Pisa, e confortato da profonde amicizie, ripos nella pace della morte la stanca anima!
Lo strumento dell'opera era infranto, ma l'operaio, aveva fede, non sarebbe perito!


***

Or vediamo particolarmente quali fossero le sue dottrine dalle quali attinse tanta forza per le battaglie della vita!
Come tutti i pensatori, il Mazzini vede immenso il mondo del pensiero puro, del pensiero metafisico e comprende che, senza questo, niente di durevole, di veramente grande si pu fare nel campo dell'azione. Certo, Antonio Rosmini costru un sistema di filosofia pi completo, pi organico del suo: il Mazzini invece anche pi del Gioberti e del Mamiani, consum le sue forze nello studiare i problemi politici ed economici, e nell'azione!
Il secolo diciottesimo si era chiuso coll'ateismo materialistico del D'Holbach, col Deismo del Rousseau in Francia, co' successori del Locke in Inghilterra, colla filosofia del Kant in Germania.
Il nuovo si apriva con grandi sistemi metafisici: col panteismo idealistico del Fichte e dello Schelling in Germania, cui terr dietro il panteismo hegeliano e un ritorno alla filosofia dello Spinoza. In Francia Augusto Comte, dopo aver creato la filosofia positiva, stabiliti i tre periodi teologico, metafisico e positivo, aveva finito col creare una nuova religione: l'essere supremo era l'Umanit. Il sensismo era combattuto da Royer Collard, Jouffroy, Maine de Biran poi da Vittorio Cousin, non estraneo all'idealismo panteistico delle scuole tedesche. E accanto a Vittorio Cousin, l'abate Lamennais che, senz'avvedersene, s'avvicinava alla filosofia dello Schelling. Il Lamennais colle Parole d'un credente aveva rotto colla Chiesa di Roma; e poi aveva dato col Saggio d'una nuova filosofia una vasta sintesi filosofica, la pi vasta che in questo secolo abbia avuto la Francia.
In Inghilterra l'Hamilton si faceva notare pel suo Criticismo religioso; Geremia Bentham trionfava colla sua filosofia utilitaria: la Deontologia era divenuta il nuovo codice morale.
Herder, fra i Tedeschi, letterato anche nelle sue opere teologiche e metafisiche, credente, ispiravasi all'alto concetto dell'Umanit, imagine di Dio sulla terra; nell'opera sua Idee sulla filosofia dell'umanit, apparisce come un continuatore di G. B. Vico, vede un miglioramento degli uomini; vede cadere il regno della forza, predice la caduta degli stati fondati sulle conquiste guerriera e religiosa; la riunione per mezzo del Cristianesimo di tutti i popoli in uno solo!
Tutti questi sistemi, specie i panteisti, ebbero  influenza sul Mazzini, che apertamente per dichiara di non essere panteista; ma pi spiccatamente egli discende dall'Herder e dal Lamennais.
Avversario del Materialismo, sotto tutte le forme esso si presenti,  lontano da un Idealismo eccessivo. Ammette un solo Dio, autore di quanto esiste, del quale il nostro mondo  raggio: la sua legge si manifesta obbiettivamente, nel doppio ordine della natura e della storia dell'umanit; subbiettivamente alla coscienza dell'uomo. E l'uomo, dotato d'intelletto, di volont, di libert, pu scoprire la legge della vita, conformare gli atti propri all'interpretazione e allo svolgimento della medesima nel seno dell'umanit. L'umanit forma una personalit collettiva che ammaestra e dirige, sotto gli auspicii di Dio, l'opera de' singoli individui e de' popoli, educandoli all'adempimento dei doveri.
Non  panteista: basterebbe per escluderlo l'affermazione del libero arbitrio e la distinzione della personalit umana dal mondo esteriore.
Non deista alla maniera del Wolf e del Lessing, perch ammette una forma di provvidenza che regola il mondo.
E neppure pu dirsi mistico.
La vita per lui non  contemplazione, la vita   missione,  dovere! Pensiero e azione!  la sua formula solenne.
Lo stile biblico delle sue scritture, il potente sentimento religioso, la fede profonda nell'immortalit hanno potuto farlo classificare fra i mistici.
Avverso al materialismo, che solo per un momento attravers la sua mente, avverso all'egoismo, all'utilitarismo, cerca, ovunque li trova, ausiliari per le sue dottrine.
Si potr in lui trovare qualche idea dell'Hegel, quando afferma l'umanit eterna, divina, verbo vivente di Dio, religione all'uomo;, il pensiero dello Schelling nell'unione provvidenziale de' disegni di Dio e dei destini dell'uomo; di Beniamino Constant nel riconoscere che il pensiero religioso va congiunto al progresso dell'umanit; del Cousin quando afferma l'eterna e progressiva rivelazione del Creatore nella creatura; dell'Herder specialmente riguardo al Progresso dell'umanit; del Mill, nella critica al Benthamismo, dello Spencer in ci che riguarda l'evoluzione dell'umanit verso un ideale in cui l'altruismo avr preso il posto dell'egoismo; ma non  stretto seguace di nessuno;  un pensiero filosofico che doveva sorgere nella prima met di questo secolo, in una mente e in un cuore come quello del Mazzini.

Egli afferma avere avuto da Dante la prima ispirazione al suo filosofare, e nelle opere minori del Divino Poeta ritrovar il concetto del Progresso. Ammiratore del Telesio, del Campanella, del Bruno, forse vide in loro pi la vita, che la dottrina, che non ebbe maniera di approfondire.
In religione, non  cattolico, non  cristiano; ma molta parte della morale evangelica  ne' suoi Doveri: forse non comprese tutto il valore della sua affermazione quando disse: "Niente ho da togliere alla morale cristiana, ma sibbene alla sua teologia." E come, nel Cristianesimo, si pu staccare la teologia dalla morale? Lo diresti protestante, perch nega gli intermediari fra Dio e l'uomo; ma il protestantismo  per lui impotente a formar religione;  destinato a morire spezzandosi all'infinito in chiesuole e in stte.
Vuole l'unit religiosa; ma rigetta il Papato, rigetta le chiese nazionali.
Dove sar dunque questa suprema autorit religiosa?
Nel Concilio!
Il Concilio dovr essere adunanza di tutti i credenti per mezzo de' loro mandatari; quello che negli ordini politici dovr esser la costituente.
"Roma sar redenta (esclama), Roma diverr  capitale di 25 milioni d'Italiani e diverr la Roma d'un Concilio che fonder l'unit religiosa in Europa e porr fine a tutti gli scismi!" E questa  la vera utopia; il mondo andr per altre vie; difficile  prevedere l'avvenire religioso dell'umanit, or che vediamo il Buddismo penetrare in Europa. Ma una religione ha bisogno di una fede positiva, concreta, il che manca nel sistema religioso del Mazzini.
Anima d'artista e di letterato, ebbe sempre una speranza che, ritirandosi dalla tempestosa arena politica alla solitudine, potesse consacrare l'ultimo periodo della vita alle lettere, sogno della sua giovinezza; poi, coll'anima inaridita alla gioia dai dolori, dalle delusioni, diciamolo pure, dalla ingratitudine, voleva scrivere un libro sulle idee religiose. Non ne ebbe tempo! Negli ultimi anni dovette combattere l'Internazionale e quella critica filosofica che ci aveva dato la Vita di Ges e l'Abbesse de Jouarre! Egli combatte Renan, fortemente, colla vigoria giovanile: e quello scritto  come il suo testamento filosofico: usc, due giorni prima ch'ei morisse, nell'Italia del Popolo.
Si oppose all'individualismo in tutte le sue manifestazioni, in tutte le forme dell'arte. Due termini in ogni questione emergono in lotta, egli dice: l'uomo e l'umanit: e questi termini, queste  tendenze sono anche nella musica: si chiamano - Melodia e Armonia - rappresenta la prima l'individualit, l'altra il pensiero sociale. Nell'accordo di questi due termini fondamentali, nella consacrazione di questo accordo ad una santa missione, sta il segreto dell'arte, il concetto della musica europea. Rossini  un titano; Rossini rappresenta per un periodo che ha compiuto il suo intento: il trionfo dell'individualit. Bisogna emanciparsi da Rossini; la musica italiana pu isterilire nel materialismo.
Ma, dall'altro campo, la musica tedesca ha Dio, senza l'uomo: rappresenta il pensiero sociale, l'idea senza l'individualit che traduca il pensiero in azione, che sviluppi il concetto: la musica tedesca si consuma nel misticismo.
Presentiva una musica europea, quando i due indirizzi rivolti ad un intento sociale si sarebbero affratellati nella coscienza dell'unit; quando la santit della fede che distingue la scuola germanica avrebbe benedetto la potenza d'azione che freme nella scuola italiana; i due termini fondamentali Dio e l'uomo sarebbero riassunti.
 utopia? si domandava il Mazzini.
Sul nostro labbro corrono spontanei due nomi: quello di Riccardo Wagner e di Giuseppe Verdi.

A Riccardo Wagner sorrideva questa unione del genio Italiano col genio Germanico; e sperava il suo Lohengrin "l'araldo di queste nozze ideali."
Giuseppe Verdi, se non ha fatto assolutamente divenir realt l'utopia del Mazzini, ha dato pure un grande esempio: ha mostrato che l'utopia Mazziniana del 1836 poteva in un tempo non lontano avverarsi.
Ma quell'individualismo nell'arte musicale che egli credeva chiuso, doveva ricomparire e trovare il suo filosofo nel Nietzsche combattente la musica wagneriana ed esaltante il Bizet.
Egli vedeva gi nel suo tempo prepararsi i germi d'una filosofia che avrebbe detto: Dio, il mondo delle cose in se, la verit, l'imperativo categorico non esser che fantasmi della nostra imaginazione; la sola realt conoscibile, il mondo delle nostre passioni; i nostri atti, la nostra volont, i nostri pensieri esser governati dai nostri istinti, che si riducono ad un solo: la volont di potere.
Vedeva come un temporale funesto addensarsi sull'umanit, una filosofia che avrebbe affermato la morale una invenzione umana per soddisfare i vari istinti; che avrebbe insegnato a dir s a ci che rende la vita pi bella, pi degna d'esser vissuta; che avrebbe approvato l'errore e l'illusione, se questi  allo sviluppo della vita potessero servire; che avrebbe approvato il male, il peccato, se fosse dimostrato che gli istinti, detti cattivi della morale attuale, crudelt, inganno, audacia, aumentassero la vitalit dell'uomo; che avrebbe negato scienza e moralit se si fosse scoperto che la verit, la virt, il bene, tutti i valori rispettati e riveriti ora dagli uomini, nuocessero alla vita!
Vedeva una filosofia che avrebbe considerato ogni religione di piet come degradatrice della stirpe europea e ostacolo alla produzione di uomini superiori, alla evoluzione dell'umanit verso l'Uebermensch, il superuomo; una filosofia che avrebbe combattute le tendenze democratiche, che avrebbe detto: la felicit dell'uomo ha nome "io voglio", quella della donna "egli vuole!"
Per questa filosofia ch'ei vedeva sorgere, la democrazia, suo ideale, diveniva una forma degenerata dello stato; la religione della piet, una morale da malati; Dio, la verit, il dovere, spariti: l'avvenire dell'umanit posta nel superuomo, nell'ineguaglianza necessaria degli uomini, avente da un lato una casta co' suoi privileg, i suoi diritti, dall'altro un'altra casta inferiore che deve mantenere le caste superiori e obbedire, conducente una esistenza semi-animale che ha per conforto  la Fede e la schiavit. E al di sopra la casta de' difensori dell'ordine, de' guerrieri, e alla loro testa il Re! E pi in alto i savi, i padroni per cui  fatta la morale dell'Uebermensch, di questo Uebermensch che crea la sua morale, la sua verit.
Questa filosofia, invece di affratellare i popoli avrebbe inneggiato alla guerra e veduto con gioia le Nazioni insanguinarsi per l'egemonia del mondo!
Filosofia, che si compendia, nell'also sprach Zarathustra, di Federico Nietzsche il filosofo oggi pi letto e studiato dopo Arturo Schopenhauer e Eduard Hartmann, a cui crede ispirarsi una letteratura di moda, che pel momento ha i suoi sacerdoti e i suoi ammiratori.
Quando il Mazzini mor, il Nietzsche non aveva scritto le opere sue maggiori e non era noto che come filologo; ma la tendenza egli l'aveva presentita, temuta e s'era affrettato a combatterla.
E di fronte a questa tendenza individualista e a quella socialista, oppose sempre i doveri degli uomini che sono il riassunto di tutto il suo apostolato religioso, morale, politico, economico. C' in una forma calda, vibrata, apocalittica, tutta una serie di dottrine da contrapporre alla morale eudemonistica, al Machiavellismo, al Bentamismo, all'opportunismo, alla separazione della morale dalla  politica, al socialismo, tutto un sistema da opporre a' libri di Nietzsche e dell'Engels.
Il grande utopista avr ragione anche nelle sue altre concezioni come ebbe ragione in quella che fu detta Utopia dell'Unit d'Italia? Verr un giorno un altro Carlyle a proclamare che quell'utopista aveva ragione, che "la sua utopia si  trasformata in una grande e potente realt?"
Questo l'avvenire decider. Il secolo che volge al tramonto lascer in eredit al futuro molti problemi; e pi grandi di tutti, i problemi sociali.
Mente vasta e comprensiva, il Mazzini s'accorse che il vizio de' sistemi stava nel vedere un solo lato del problema umano, una sola faccia del poligono.
La dottrina de' diritti individuali chiudeva un periodo storico; ma era insufficiente e monca. Le classi medie avevano colla Rivoluzione inglese e la Rivoluzione francese, combattuto pe' diritti: conquistati questi, avevan posato, e le moltitudini eran rimaste escluse da' frutti della conquista.
Che cosa sono i diritti, pensa il Mazzini, per chi non ha potenza di esercitarli? Che cos' la libert d'insegnamento per chi non ha tempo da consacrare allo studio? A che giova la libert del commercio, per chi manca di capitali e di credito?

Colla dottrina de' diritti, dell'utilitarismo del Bentham, colla dottrina della libera concorrenza, i pi potenti vincono i pi deboli e sprovveduti; la ricchezza si accumula nelle mani di pochi, la miseria cresce nei pi; una nuova aristocrazia si vien formando; si crea, non il benessere dei pi, ma il lusso di alcuni; si educano gli uomini all'egoismo e all'avidit de' beni materiali.
La moltitudine de' lavoratori  soggetta alla legge fatale dell'offerta e della domanda, alla legge detta dal Marx e dal Lassalle, legge di bronzo: ecco la lotta fra imprenditori e operai!
A tutti questi mali si aggiungono le perturbazioni politiche, derivanti dal sistema degli Stati Europei, i danni economici e sociali de' grandi eserciti.
I mezzi che da' pensatori del suo tempo furono escogitati per rimediare a questi mali, il Mazzini riteneva insufficienti; non le sole Casse di risparmio e altre simili istituzioni filantropiche, perch (diceva aveva ragione)  difficile l'economia per chi vive nella miseria; non la economia degli ortodossi, perch mira ad accrescere la ricchezza non a farne un'equa distribuzione; la libera concorrenza, pensava, profitta ai pochi e forti non alle moltitudini lavoratrici.
Quindi, n i filantropi n gli economisti eran per lui atti a risolvere il problema economico, perch trascuravano l'uomo.
Aveva veduto sorgere i sistemi utopistici dei sansimoniani, de' fourieristi co' falansteri, le idee di Louis Blanc, del Proudhon, il comunismo che accentra nello stato la reggenza economica della societ, e il comunismo anarchico, l'apostolo sterminatore, Michele Bakounine.
Nessuno per lui aveva risoluto il problema!
E neppure credeva che avrebbero risoluto il difficile problema le teorie socialiste di Carlo Marx e del Lassalle, n le teorie dell'Internazionale, perch reputava difetto massimo di tutti posporre il problema politico e morale al problema economico.
A queste dottrine opponeva ci che per tanti anni era stato il suo apostolato: il programma della Giovine Italia e della Giovine Europa.
Armonia fra libert e associazione; al vertice dello stato l'idea della patria: intorno a lei i cittadini uguali per diritti e per doveri; speranza di un equo e prospero avvenire sociale, la cooperazione. La libert, mezzo non fine; non doversi abolire la propriet, ma avviare la societ verso basi pi eque di rimunerazione fra il capitalista e l'operaio;  la famiglia, concetto di Dio, doversi render sempre pi santa e inanellata alla patria, come la patria all'Umanit.
Signori, oggi in Inghilterra e in Francia questi concetti del Mazzini si studiano con interesse; il concetto delle cooperative trionfa!
In Italia son morti i suoi interpetri, gli apostoli delle sue dottrine; morto Saffi, Quadrio, Campanella; poche anime solitarie (fra le quali fervida sempre d'amore per l'Italia, sua seconda patria, colei che del maestro scrisse degnamente la vita, Jessie White Mario) serbano un culto al Maestro!
Ventura per lui che i malcontenti, gli agitatori di mestiere si sono adunati sotto altra bandiera e che il suo nome non sia pi segnacolo in vessillo a partiti turbolenti che, non conoscendolo, tanto era alto per loro, ne fraintendevano le nobili aspirazioni.
Fra le accuse che si muovono al Mazzini non come filosofo, n come economista, ma al Mazzini uomo, le pi insistenti e che ciascuno di voi avr sentito ripetere, sono di aver sacrificato tante giovani vite, rimanendo egli illeso; di essersi ostinato nel suo ideale repubblicano, creando fatali divisioni nell'Italia risorgente, difficolt a chi voleva giungere, per vie diverse, all'indipendenza d'Italia.

Per l'avvenire d'Italia Egli credette necessarie le cospirazioni, il martirio; le religioni, come le nazioni, hanno bisogno de' loro martiri. Risuona ancora quest'aula delle calde parole di Romualdo Bonfadini, colle quali inneggiava al martirio dei Bandiera.
Ma, que' martiri, il Mazzini li piange tutti; non  rettorica il dolore che spira dalle pagine ammirabili sopra Jacopo Ruffini e i Bandiera:  dolore vero che ci commuove, e ci fa anche oggi inumidire il ciglio. I martiri per il Mazzini continuano l'opera loro in un'altra vita... la morte non esiste!
Se Mazzini fosse morto nelle carceri di Genova come Ruffini: fucilato come Vochieri, come i Bandiera: trafitto da armi straniere nelle guerre d'indipendenza del 48, come i professori e gli studenti delle universit, o come Pisacane; ferito insieme a tante anime generose, sarebbe stato pi grande, perch il martirio del corpo, ha, per le moltitudini, un gran fascino, ognuno, di qualunque partito, avrebbe portato uno sguardo riverente alla sua memoria.
Il martirologio italiano avrebbe contato un martire di pi: ma quanto pensiero fecondo sarebbe mancato!

Se non ebbe il martirio del corpo, ebbe quello ben pi triste, il martirio dell'anima! E l'uomo  preparato pi al primo che al secondo; il primo termina in un istante, il secondo dura la vita intera!
E poi vi son tempi in cui bisogna morir come Socrate, altri in cui bisogna combattere come Washington, come Garibaldi; altri in cui ci vuole la penna del pensatore, unita alla spada dell'eroe!
Egli credette di dover compiere una missione; si guard intorno e non vide nessuno che avrebbe potuto sostituirlo e prosegui, credente, nella sua via triste e silenzioso senza codardo sconforto. "Fo quel che mi pare debito mio (scrisse al Mayer), ma senza entusiasmo o speranza di vita individuale. Benedirei il momento in cui vedessi sorgere altri a predicare la stessa fede ch'io predico per dire  finita e ritirarmi."
Questo scriveva nel 1849 quando, proclamata la repubblica, era acclamato Triumviro. Mor repubblicano com'era vissuto; non intollerante verso chi, per profondo convincimento, tenne altra via.
"Rimanete (diceva nel 1848), rimanete nelle vie legali, gridate viva Carlo Alberto, esprimetegli gratitudine s'ei fa, ma colla dignit d'uomini che non assorbono tutta la causa in lui." Per insistette  sempre dell'idea che repubblica o monarchia non era questione di forma ma di principio.

***

Il secolo che s'approssima vedr questa severa figura d'artista, di pensatore, di agitatore, crescere sempre pi, sempre pi purificarsi. E, come in fondo alla campagna di Roma sorge e s'innalza maestosa la cupola di San Pietro che scompare a chi si ponga sotto di essa, cos Mazzini, disconosciuto, calunniato, crescer nella estimazione de' lontani, sedata l'invidia, l'odio, l'indifferenza de' contemporanei.
Domani, o Signore e Signori, compiono 26 anni dacch Giuseppe Mazzini  sceso nella tomba; inestinguibili od e indomati amori hanno gi cominciato a cedere il posto a giudizi pi sereni. Noi della presente generazione non abbiamo n gli od, n le idolatrie dei nostri padri: abbiamo invece l'amore per chi dette agl'Italiani una patria, per chi aiut a compiere quello che dar il nome a questo secolo, le nazionalit.
C'inchiniamo riverenti dinanzi a Superga e al Pantheon, come a Santena, a Caprera, a Staglieno.

L, dentro la sua tomba granitica, ha finalmente, riposo accanto all'essere che in vita ador, sua madre, "quest'uomo che (disse scultoriamente Giosu Carducci) tutto sacrific, che am tanto e non odi mai, che pens e volle e ricre una la nazione."




LA POESIA PATRIOTTICA E GIOVANNI BERCHET.
CONFERENZA DI GUIDO MAZZONI.


Signore e Signori,

Qualche anno fa, nel chiudere una di queste letture fiorentine nelle quali vo ormai militando da veterano, ebbi a citare tra le poche liriche vivaci del secolo sedicesimo la Canzone in laude dei Venzonesi. Concedetemi che di quella chiusa io faccia il principio alla lettura d'oggi.
Nel 1509 i Tedeschi sboccano dalla Pontebba in Italia: i nobili veneziani abbandonano il varco che loro  stato commesso per le difese; ma vi accorre un dottore di Venzone con quaranta de' suoi concittadini; e costoro sorreggono le scorate milizie di San Marco, per tre giorni combattono, aiutati di munizioni da una gentildonna che fonde a ci le scodelle di stagno e con rischio di vita le reca ella stessa nella battaglia, e ricacciano gl'invasori.

Eran gionti al stretto passo
Nove milia e pi Germani:
Avean preso il monte i cani!:
Ma cacciati fro al basso
Da quaranta di Venzone.
Su su su, Venzon, Venzone!

Tale il canto allora subito levatosi ad esaltare l'eroica prova fatta dalla virt italiana che in "tanto piccol bastione" aveva "spinta e esclusa la gente cruda e atroce fuori d'Italia." Par di sentire il ritornello dell'inno garibaldino. Ed io, qualche anno fa, lette alcune strofe, dicevo: "Un popolo che opera cos e canta le sue glorie cos, meritava lirici d'arte migliori di quelli del secolo sedicesimo: e perch li meritava, mutati i criterii dell'arte, li ebbe."
E proprio a me tocca l'onore di parlarvi oggi di lirici ben pi degni che non furono, in genere, que' petrarchisti, que' classicheggianti, e poi que' francesizzanti, pi o meno eleganti e ingegnosi, ma senza anima. Subito che il popolo d'Italia fu scosso e sussult l dentro il secolare sepolcro, e ne risorse con la spada in pugno, se non ancora con l'alloro alle chiome, altri canti ascolt di speranza e d'incitamento; e li impar e fe' suoi per le congiure, pe' martirii, per le battaglie. Certo, anche innanzi, dal Cinquecento in gi, si era molto parlato in rima dell'Italia: basti rammentare il Filicaia: "Italia, Italia, o tu cui feo la sorte - Dono infelice di bellezza," "Dov', Italia, il tuo braccio?"; e cos via via. Ma che avrebbero mai che fare que' sospiri, anche se fossero tutti sinceri, que' sospiri di cortigiani o di buoni eruditi, con l'enorme voce e co' lapilli ardenti che eruppero dall'Italia, fatta tutta un vulcano? Morivano innocui i sospiri entro una tazza di cioccolata o sulla polvere d'un in-folio; i boati e la lava cacciaron via dalla terra, che gli ondeggiava sotto i pi, lo straniero. Sonetti e canzoni dilettavano,  vero, gli orecchi colti e le fantasie addottrinate co' suoni e con le immagini d'una romanit accademica: ma i canti nuovi confortarono l'esule e il prigioniero, suscitarono nel giovane la bramosia delle congiure o della guerra, mossero e ringagliardirono i muscoli nelle marce, si levarono di tra il fumo delle mischie quasi a guidare "Arcangeli della nuova et" (come il Carducci disse della Marsigliese) le baionette italiane contro gli oppressori.
Non tutti codesti effetti dovremo vedere oggi, perch il giro prefisso quest'anno alle letture ci rattiene di qua dalle battaglie per l'indipendenza, di qua dal Poerio, dal Mameli, dal Prati, dal Mercantini;  ma di tutti sar facile vedere almeno il germe, nell'esame, sia pur necessariamente rapido, della nostra poesia patriottica nel risorgimento fino al 1846.

 1.

La poesia del risorgimento italiano nacque indubbiamente con l'Alfieri; il quale, dopo aver convertito in politico il sentimento civile del Parini, dopo aver mosso su le scene guerra a' tiranni, e aver cantato l'abbattimento della Bastiglia, e averne baciate le rovine con labbro di fervido ammiratore della Rivoluzione, sbigott degli eccessi, e odi i Francesi calati e rimasti in Italia non tanto da redentori quanto da spadroneggiatori. Pare che su gli estremi della vita si pentisse, almeno un po', di aver confuso i rancori suoi privati e il disdegno de' fatti brutali con la grande idealit, la grande opera, la grande efficacia, che erano state ad ogni modo e duravano ne' rivolgimenti dal 1789 in poi: ma se quel sentimento lo fe' dubitare, forse, di essere riuscito, nel Misogallo, ostile a torto o troppo; perch mai avrebbe dovuto rinnegare la dedica del Bruto secondo al futuro popolo italiano, e il sonetto in cui aveva  vaticinato che quel popolo, educato anche da lui medesimo nella coscienza nazionale, sarebbe poi sceso in campo contro i Francesi? Pot rimpiangere di avere scagliato qualche freccia avvelenata, non gi di avere ridesti gli animi e poste egli in mano le armi ai soldati dell'Italia sua.
Se non che, mentre l'Alfieri da quella solitudine sdegnosa, e direi misantropica per amor di patria, guardava bieco gli eventi, questi suscitavano intanto per ogni parte della penisola, e pi specialmente a Torino, a Milano, a Venezia, a Bologna, le voci de' verseggiatori in due cori discordi, d'ammirazione e amore, di scherno e abominazione. Non mette il conto d'aggiungere che le vittorie del Bonaparte fecero presto tacere quest'ultimo coro, n, finch il primo console e l'imperatore dur, pi che qualche sommesso borbotto o qualche maliziosa risata fecero agli orecchi bene attenti la parte commessa un tempo da' Romani agli schiavi ne' trionfi. Fatto sta che avemmo subito, nel 1796, la Marsigliese:

Cittadini, a noi tornati
Son di gloria i fausti giorni;
De' Tiranni insanguinati
La memoria gi per;

e tutto un Parnaso democratico ossia Raccolta di poesie repubblicane de' pi celebri autori viventi  usc in luce nel 1801, vantandosi de' nomi (per dir solo i principalissimi) del Gianni, del Fantoni, del Mascheroni, del Foscolo, del Monti. Ne' due volumetti del Parnaso  manifesto, non pure il fatto storico, essere ormai in molti eletti pieno e cosciente il desiderio d'un'Italia unita tutta quanta e indipendente e libera, perfino con Roma capitale, ma anche la tendenza estetica verso espressioni nuove della vita nuova nazionale. Certo vi perdurano i metri consueti alla lirica patriottica de' secoli innanzi, il sonetto meditato, la grave canzone; e non vi mancano le immagini e i nomi della mitologia e della storia greco-romana, cui anzi davano un certo rincalzo gli avvenimenti stessi; ma si fa innanzi ardita e snella ne' settenarii e negli ottonarii la canzonetta, e l'inno vi romoreggia d'incalzanti decasillabi.
Onde ecco scendere sulla Lombardia due nuove Dee, la Fede e la Libert, sorelle:

Ecco l'aere d'Insubria, e la terra
D'una luce novella risplende;
 la coppia divina che scende
Dai natali soggiorni del Ciel.
L'una Diva sostien la grand'asta
Colla mano ai tiranni funesta;
L'altra copre le membra e la testa
E i bei lumi d'un candido vel....

Ecco giungonsi amiche le destre,
L'una e l'altra concorde si abbraccia.

Sembra un inno del 1848 per Pio nono. Sapete chi, nel 1796, cantava cos? Un seminarista, infervoratosi nel piantare l'albero della Libert in mezzo al cortile del suo Seminario; e quel seminarista era Giovanni Torti; l'amico del Berchet e del Manzoni; l'autore de' versi che il Manzoni dir pochi ma valenti; il patriotta che da vecchio esulter ammirando e cantando in Milano, ben altro che l'albero della Libert!, le barricate de' cinque giorni gloriosi.
Basti un tale esempio per tutti. E voi mi concederete, a vantaggio vostro, di saltar pi anelli della catena che lega strettamente, pi assai che non veggano di solito i critici della nostra letteratura, la poesia di quegli anni fortunosi a quella che fu poi detta romantica. Ma di tal saldatura ecco subito una conferma e una riprova: proprio quel Parnaso democratico del 1801 fu ristampato a Bologna da' liberali rivoluzionarii nel marzo 1831, come libro di propaganda, sotto il titolo nuovo d'Antologia repubblicana: e in fine, senza alcuna avvertenza, come normale e giusta continuazione, vi si trovano rime di Gabriele Rossetti e di Giovanni Berchet. Ch il grido gioioso del poeta  abruzzese per la rivoluzione napoletana del '20, e il grido incitatore del poeta milanese pe' moti del '30 nell'Emilia e in Romagna, dovevano apparire infatti, quali erano, la risposta che tutto un popolo faceva ormai, unanime e ad una voce sola, a ci che pochi eletti, su la fine del secolo scorso e su' primi di questo, avevano cantato volgendosi a lui.
Ma se a intendere come Napoli e l'Italia ebbero dal '20 in poi l'arte del Rossetti non occorre quasi altro che tener d'occhio lo svolgersi della lirica dal Metastasio nel Monti, e dal Monti ne' suoi immediati prosecutori, per l'applicazione ai fatti e ai sentimenti politici; mal s'intenderebbe l'arte del Berchet trascurando a questo punto colui che gli fu amico e maestro, Alessandro Manzoni.
Oh come ho goduto, mercoled scorso, a sentirne in questa medesima sala le lodi, dalla voce eloquente del Panzacchi, a proposito de' Promessi Sposi! N per la strettezza dell'ora pot l'amico mio aggiungere alle altre questa lode, che il libro, nel '27, quando usc, era altamente benefico anche perch animato di nobile patriottismo. Non sono un'allegoria, come affermarlo sul serio?, i Promessi Sposi: gli Spagnuoli che vi son descritti nostri padroni nel secolo diciassettesimo, son essi gli Spagnuoli,  e non i Tedeschi del diciannovesimo; Renzo  un povero contadino lombardo, non il popolo italiano angariato; e le sue nozze con Lucia, avversate da don Rodrigo e aiutate da fra Cristoforo, non simboleggiano per nulla le nozze del popolo italiano con l'Italia, a dispetto della Santa Alleanza, sotto la protezione del pontefice. No; mettiamo da parte queste chimere. Ma appunto perch la macchina fantastica del romanzo s'incardina cos saldamente nella verit storica, e la Lombardia sotto il mal governo straniero  rappresentata quale veramente fu, miseranda; quanti seppero leggere e ripensarono (che che ne pensasse sulle prime anche il Berchet) si accorsero la lezione del passato valere pel presente e dover valere per l'avvenire: un popolo non pu essere felice quando  amministrato dallo straniero. Cos i Promessi Sposi apparvero fecondi di bene morale e politico anche al Sismondi e al Giordani; quegli protestante, questi classicheggiante: e contro ci cui poteva indurli la loro fede religiosa ed estetica verso un'opera d'intendimenti cattolici e di fattura romantica, que' due valentuomini le plaudirono. L'Italia, dissero, di tali libri ha bisogno. E libri tali che neppur la cruda censura austriaca poteva proibire, erano anche per ci meglio desiderabili ed efficaci; come efficaci, voi lo  sapete, riuscirono per la loro semplice verit Le mie prigioni del Pellico. Pi d'un censore austriaco de' furbi, io mi credo avrebbe preferito di gran lunga si diffondessero i canti della maledizione anzi che s fatte pagine innocue della cos detta rassegnazione.

 2.

Ma tutto il Manzoni, per grande che egli quivi apparisca, non sta entro i Promessi Sposi; n tutto il pensiero suo politico sta in un consiglio indiretto. Quando nel '27 di in luce il romanzo, gi da un pezzo aveva scritte le liriche e le tragedie, e tutti gi lo acclamavano o biasimavano capo di quella scuola romantica che era ormai sinonimo di congiura liberalesca, come scuola classica voleva ormai dire congrega di reazionarii e di spie: tanto fra noi la questione letteraria si era rapidamente snaturata e confusa nella grande questione nazionale. E gi allora i prigionieri dello Spielberg si canticchiavano l'un l'altro a consolazione certi versi del Trionfo della Libert del Manzoni giovinetto; gi i nostri giovani imparavano a mente i cori del Carmagnola e dell'Adelchi; gi gli amici del poeta  sapevano la canzone pel Proclama di Rimini del '14 e l'ode pe' moti del '21.
Al Manzoni, che nel '14 firm la protesta contro il Senato perch gli sembrava non doversi invocare dagli stranieri il re, ma adunare i comizi che deliberassero: nel '48 firm, durante le Cinque giornate, per la strada, sul cappello d'un amico, la petizione a Carlo Alberto perch occupasse Milano, e s'addolorava poi che la firma, riuscitagli necessariamente tremula in quel disagio, potesse esser creduta tremula per altra ragione; accolse in sua casa il Mazzini, e gli disse: - Noi due siamo forse i pi antichi unitarii che conti fra i vivi l'Italia! -: accolse il Garibaldi, e, andandogli incontro, esclam: - Se mi sento un nulla dinanzi a qualsiasi de' vostri Mille, che sar dinanzi al loro capitano? -; accett di esser fatto senatore del Regno d'Italia, e le due volte che si rec a votare furono per la proclamazione del Regno e pel trasferimento della capitale da Torino a Firenze, verso Roma; di Roma libera accett la cittadinanza onestamente vantandosi delle aspirazioni costanti della lunga sua vita all'indipendenza e unit d'Italia; scrisse parole di reverente encomio per Anita Garibaldi; rifiut di dettare l'iscrizione pel monumento milanese a Napoleone terzo, reo di Villafranca  e Mentana; al Manzoni, tale e storicamente s fatto, nessuno pu ormai, n deve, negare un alto sentimento patriottico, non scemato mai dalla fede cattolica altamente sentita, e serbato incolume e puro, sempre, da ogni indegna mistura.
Bene ha narrato Giambattista Giorgini il dialogo tra il Manzoni e il Cavour quando, proclamata la costituzione del Regno, uscirono que' due insieme dal palazzo Madama, e la folla ammirata li applaud. "Due grandi forze avevano fatto insieme l'Italia. Prima il sentimento a cui s'era inspirata tutta la nostra letteratura, quando, da palestra di verseggiatori eruditi, che era divenuta dopo il Petrarca, torn a essere nazionale e civile. Secondo, la politica di Casa Savoia. Queste due forze avevano camminato per secoli verso la stessa mta, ma senza conoscersi, senza sapere l'una dell'altra: anzi l'una dell'altra sospettose e nemiche. I due pi grandi rappresentanti di queste due forze che s'eran finalmente incontrate, qui per la prima volta si mostravano insieme, e si stringevano in quel momento la mano." Il Manzoni, agli applausi, non resse; e nella sua invitta modestia, per istornarli da s, si volse anche lui al Cavour e si di a picchiar le mani pi forte degli altri. Poi, usciti dalla calca, l ne' Portici, un battibecco: a  chi andavano veramente quegli applausi? nessun de' due li voleva per s.
- Insomma, disse il Manzoni, Ella vorrebbe ch'io dessi ragione al campanaro che, sentendo levare a cielo la predica, si meravigliava che tutti lodassero quello che l'aveva fatta, e nessuno parlasse di lui, che l'aveva sonata. - Sicuro, rispose il Cavour; se il campanaro non l'avesse sonata, nessuno ci sarebbe andato, e il predicatore avrebbe parlato alle panche! -
Gi, una buona parte di questa Italia si deve ai poeti! esclam poi Garibaldi, il poeta che poco innanzi di morire salutava sul davanzale della finestra le capinere, riconoscendo in esse le anime delle sue bambine. Il Cavour e Garibaldi ebbero piena ragione. Fu l'arte che in Italia diffuse e scald l'amore alla patria; l'arte in tutte le sue forme, plastiche, figurative, melodiche, letterarie; fin l dove meno si addiceva, nella espressione cattedratica della scienza. Ma di esse forme vi si prest una pi direttamente, la poesia; nel melodramma, nel dramma, nel romanzo (che fu allora pi che mai opera di poesia), nella lirica, nella satira. N voi crederete che io possa in tempo s corto parlarvi a fondo di tanto; e vi attenderete da un altro lettore almeno la figura di Giuseppe Giusti e l'esame dell'arte di lui, del quale cos nel 1846 scriveva il Berchet ad una ammiratrice di tutt'e due: "Uno sguardo acuto e malizioso sulle magagne del secolo, una forma nuova data alla satira, e un'assenza di tutte le reminiscenze della scuola, uno stile vividissimo, un accozzamento di imagini originali, una lingua tutta fresca; che vuol di pi?"
La musica. "Veramente per amare la musica italiana d'oggi e comprenderla con intelletto d'amore (scriveva nel 1828-29 Arrigo Heine) bisogna aver dinanzi agli occhi il popolo stesso, i suoi dolori, le sue gioie.... Alla povera Italia schiava  vietato di parlare, ed ella non pu esprimere i sentimenti del cuor suo che per mezzo della musica. Tutto il suo odio contro la dominazione straniera, il suo entusiasmo per la libert, il tormento della propria impotenza, il mesto ricordo dell'antica grandezza, e poi la debole sua speranza, l'ansioso attendere, la bramosia di soccorso; tutto ci si nasconde in quelle melodie che dalla pi grottesca ebbrezza della vita trascorrono in elegiaca tenerezza e in quelle pantomime che da lusinghevoli carezze prorompono in minaccioso sdegno." N le melodie avevano in s tale anima, senza che le parole del libretto non si sentissero talvolta sospinte a incauti sospiri, a gridi pericolosi. Si alza fin dall'Italiana in Algeri, gi  nel 1813, d'accanto a Mustaf che sta per essere nominato Pappataci, la cabaletta patriottica:

...... Ah se piet ti desta
Il mio periglio, il mio tenero amore,
Se parlano al tuo cuore
Patria, dovere, onor, dagli altri apprendi
A mostrarti Italiano, e alle vicende
Della volubil sorte
Una donna t'insegni ad esser forte.
Pensa alla Patria e intrepido
Il tuo dovere adempi;
Vedi per tutta Italia
Rinascere gli esempi
D'ardire e di valor!

Se questo fu nel melodramma buffo, voi sapete quanto pi nel serio: e anche l dove n il maestro n il librettista ci avevan pensato, musica e versi divampavano di patriottismo per la volont sovrana del pubblico, che non pur coglieva a volo ogni allusione, ma occasioni e pretesti inventava da s. Pi ancora, ben s'intende, nel dramma, dove cercata e voluta fu da tanti la diretta o indiretta commozione del sentimento liberale; dallo slancio, fuor di luogo, di Paolo nella Francesca del Pellico:

Per te, per te che cittadini hai prodi,
Italia mia, combatter se oltraggio
Ti mover la invidia. E il pi gentile
Terren non sei di quanti scalda il sole?

D'ogni bell'arte non sei madre, o Italia?
Polve d'eroi non  la polve tua?
Agli avi miei tu valor desti e seggio,
E tutto quanto ho di pi caro alberghi!

alla profezia di Giovanni da Procida nella tragedia del Niccolini, profezia che il vecchio poeta pot rammentare con nobile orgoglio a Vittorio Emanuele secondo in Firenze nel 1860:

Qui necessario estimo un re possente;
Sia di quel re scettro la spada e l'elmo
La sua corona. Le divise voglie
A concordia riduca; a Italia sani
Le servili ferite e la ricrei;
E pi non sia, cui fu provincia il mondo,
Provincia a tutti, e di straniere genti
Preda e ludibrio. Cesseran le guerre
Che hanno trionfi infami; e quel possente
Sar simile al sol mentre con dense
Tenebre ei pugna, ove fra lor combattono
Ciechi fratelli; e quando alfine  vinta
Quella notte crudel, si riconoscono
E si abbraccian piangendo!

alla sentenza che divenne proverbiale, nel Giovanni da Procida stesso,

...... Il Franco
Ripassi l'Alpi e torner fratello!

a tutto quanto l'Arnaldo da Brescia, dove l'argomento  non porge soltanto occasioni ma  esso stesso concepito dal poeta come una macchina di guerra, contro le idee che a lui sembravano dannose, e per la libert degli ordinamenti e delle coscienze.
Affine al dramma storico fu allora pensato ed eseguito, con la mistura del racconto e del dialogo, quel genere di romanzo di cui il germe spiccatosi da un dramma del Goethe si era svolto cos mirabilmente sotto il caldo alito avvivatore dello Scott.
Dianzi ho richiamata per un momento la vostra attenzione a considerare il valore de' Promessi Sposi, anche rispetto al sentimento patriottico; ma come sfuggirei meritata censura di grave dimenticanza se non rammentassi qui i libri del Guerrazzi? La Battaglia di Benevento e L'Assedio di Firenze, ne' quali ei volle di proposito, fondendo insieme il romanzo storico dello Scott co' poemetti epico-lirici del Byron, combattere una battaglia, ebbero su la giovent l'ardente sapore e i rapidi e convulsi effetti dell'alcool. E dopo di essi piace rammentare i libri del Grossi, del Cant, del D'Azeglio, di tutt'altro intendimento e di tutt'altra esecuzione: perch appunto, in tanta variet di temperamento e di propositi estetici, stupenda riesce la concordia universale a conseguire un fine comune.


 3.
 
Siamo giunti alla lirica. Delle voci che essa ebbe ne' primi decennii del secolo nostro, due furono le solenni: quella del Manzoni e quella del Leopardi. Ora, se difficilmente si potrebbe immaginare tanta differenza tra due scrittori quanta veramente fu tra l'uno e l'altro di loro; da una parte il romantico, dall'altra il classico; dall'una il credente cattolico, dall'altra il filosofo scettico; un amore ebbero comune, e lo espressero tutt'e due liricamente.

.... L'armi, qua l'armi: io solo
Combatter, procomber sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio!

esclamava romanamente il povero contino di Recanati, dopo aver da poco dismesso l'abito di seminarista. Poi disper di tutto e di tutti; o forse cred disperare? Quel dolore mondiale bene il Mazzini vide che celava la ferita profonda d'un dolore personale, ferita esulcerata dalle sorti della patria. Alla quale a ogni modo diede il Leopardi anche i canti pel monumento a Dante, per Angelo Mai, per  le nozze della sorella Paolina, per un vincitore nel pallone: augurandole uomini e donne forti, e animatori al bene gli esempii de' grandi nel passato, i conforti de' migliori nel presente. Fin quando, esausto dal male, si di a deridere nell'allegoria de' Paralipomeni la rivoluzione napoletana del 1820-21, nel narrare la morte eroica di Rubatocchi, dinanzi a quel topolino che si sacrificava alla patria ei fu vinto dal fantasma della virt che aveva fatto sconfessare da Bruto, e a lei si volse con l'apostrofe fervida: - Santa Virt! - dove Virt val quanto Amore di patria. Onde Alessandro Poerio, che doveva morire di piombo austriaco, difendendo egli napoletano Venezia, nel piangere la morte del Leopardi, bene a ragione lo esaltava poeta della patria comune e magnanimo consigliere de' futuri soldati d'Italia; e bene a ragione le polizie proibivano que' canti ribelli e perseguitavano chi li possedesse.
Dal canto suo il Manzoni, con modi e intenti, in tutto il resto, diversi; e gi accennai ad alcune delle sue poesie dal Trionfo della Libert in poi. Chi tanto ammirava l'Alfieri da sdegnarsi, pure amando il Monti, che altri osasse metterli a pari, s'era nel 1814 levato su, in una canzone, contro la memoria delle guerre di Napoleone che aveva tratti fuor d'Italia, per una causa non loro, gli Italiani; e aveva detto, egli il Manzoni, ci che poco dopo dir con simile pensiero il Leopardi:

Oh giorni! oh campi che nomar non oso!
Deh! per chi mai scorrea
Quel sangue onde il terren vostro  fumoso?
O madri orbate, o spose, a chi crescea
Nel sen custode ogni viril portato?
Era tristezza esser feconde e rea
Novella il dirvi: un pargoletto  nato.

E al proclama del Murat, l'anno dopo, quel proclama in cui si suscitava dalle Alpi allo stretto di Scilla l'Italia tutta alla indipendenza, aveva dato la canzone, che pur gli rimase interrotta dagli eventi, in cui affermava:

...... Eran le forze sparse
E non le voglie; e quasi in ogni petto
Vivea questo concetto:
Liberi non sarem se non siamo uni;
Ai men forti di noi gregge dispetto,
Fin che non sorga un uom che ci raduni.

L'impresa del Murat fall; l'Italia cadde tutta, volente o nolente, sotto le unghie dell'Austria, fredde e aguzze. Ma non per nulla i soldati nostri avean combattuto accanto ai Francesi pi anni eroicamente; non per nulla quanto la penisola aveva di menti e di cuori aveva meditato e scritto  e cantato su la libert e l'indipendenza nostra. Napoli e il Piemonte insorgono, vogliono la costituzione, la ottengono: i Lombardi sperano che le milizie costituzionali scendano in campo a liberare anche loro, e, affrettandosi incontro, varcano il Ticino.

Soffermati sull'arida sponda
Volti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel nuovo destino,
Certi in cor dell'antica virt,
Han giurato: Non fia che quest'onda
Scorra pi tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l'Italia e l'Italia, mai pi!
L'han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell'ombre le spade
Che or levate scintillano al sol.
Gi le destre hanno stretto le destre;
Gi le sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte
O fratelli sul libero suol.

Il metro, e un qualche accenno, vi han subito rammentato l'inno del Torti seminarista; ma non mi curavo di farvi osservare ci (che ha mai che fare, quanto alla forza lirica, l'inno di lui con questo del Manzoni?), e il raffronto, se mai, tende a un'osservazione che dovrem fare pi oltre. Qui importa  soltanto riconoscere, che il Manzoni, come gi per la lirica sacra, nel coro La battaglia di Maclodio, e in questi versi, accettava i metri e le intonazioni de' predecessori suoi, che furon molti tra piccoli e minimi nella poesia della seconda met del secolo scorso e ne' primi anni del presente: se non che, infondendovi per entro l'anima e l'arte sua superiori, veniva a effetti originali e spesso sublimi.
Sublime  infatti la chiusa, come di rado fu la lirica antica e la moderna:

Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d'altrui,
Come un uomo straniero, le udr!
Che a' suoi figli narrandole un giorno,
Dovr dir sospirando: io non c'era;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel d non avr.

Sorrideva poi, da vecchio, il Manzoni quando gli chiedevano se proprio allora, nel '21, avesse composto questi versi profetici, o non piuttosto nel '48 dopo le Cinque giornate; sorrideva, e confess ch'era stato profeta.


 4.
 

I moti del 1820-21 mandarono allo Spielberg il Pellico: e Giunio Bazzoni ne pianse la morte, di cui s'era a torto sparsa la voce, in un'ode allora famosa: l anche mandarono il Maroncelli; ed egli, mentre aspettava l'amputazione della gamba, inviava canticchiando alle aure d'Italia una sua improvvisata canzonetta. Que' moti stessi fecero passare in Inghilterra, tra altri molti, Gabriele Rossetti e Giovanni Berchet.
Scoppiata la rivoluzione, il Rossetti, tra il popolo che glielo chiedeva, aveva improvvisato a Napoli un canto che era divenuto subito popolare. - Oh finalmente siam liberi! - e il facile improvvisatore e librettista eccolo tessere rime in ghirlanda attorno al ritornello tolto dalla canzone del Metastasio a Nice:

Non sogno questa volta,
Non sogno libert!

Poi un altro canto, del pari improvvisato, per l'alba del 9 luglio 1820, quando il re giur la costituzione per farsi, come poi si vide, spergiuro:

Sei pur bella cogli astri sul crine!


Ma di l a pochi mesi, minacciato di morte come carbonaro, si salv travestito da officiale inglese e and a Malta. Dal vascello inglese che lo recava nell'esilio malediva "il re fellone". Poi, a Londra, rabbrividendo sotto la nebbia eterna, rimpiangeva il sole del suo Mezzogiorno; ma quando gli veniva in mente a qual caro prezzo di libert e umana dignit i suoi concittadini se ne godessero i raggi, preferiva durare a soffrire:

O Britannia venturosa,
Trista nebbia,  ver, t'ingombra,
Ma quest'ombra orror non ha.
Sii di luce ancor pi priva
Pur ch'io viva in libert!

L a Londra andava, dopo la carcere austriaca, Giovita Scalvini bresciano, che a quel clima non resse, e ne ripar in Francia. Meditava sull'amara lezione, si accorgeva che le congiure non basterebbero a suscitare la nazione tutta, e al poemetto L'Esule affidava cos i suoi dolori come gli ammonimenti: - No, l'Italia non lever l'infermo fianco da terra senza il poderoso braccio della sua plebe. -
E l a Londra, del pari, il modenese Pietro Giannone, che carcerato due volte non aspett la terza; improvvisatore come il Rossetti, esule come lui. Da Londra, nel '27,  datato il suo Esule, romanzo storico in versi, sui carbonari emiliani, in cui confessava d'aver troppo sovente sacrificato al cittadino il poeta; santo sacrificio, quando l'arte voleva e doveva riuscire arma di guerra. Dopo aver tanti anni tribolato senza casa e senza tetto, senza refrigerio, ostinato nel peccato dell'amore di patria, come bene cant di lui il Giusti, mor, voi lo sapete (e forse tra voi mi ascolta chi gli fu gentile consolatrice) qui a Firenze, tra noi, nel '72.
E l anche a Londra, Giovanni Berchet. Nato a Milano il 23 dicembre 1783, aveva cominciato la sua vita di poeta, a venti anni, traducendo nel 1807 dall'inglese del Gray le maledizioni e le tremende profezie scagliate dal bardo gallese, superstite a tutti i trucidati compagni, su Odoardo I invasore e carnefice, innanzi di precipitarsi dalla rupe ne' flutti, subito dopo compiuto quel suo canto postremo. Si direbbe un simbolo profetico della Musa dello stesso Berchet. E intanto satireggiava con eleganza su' funerali e sull'amore, secondo la tradizione pariniana, rinnovata allora dallo Zanoia e dal Manzoni medesimo ne' sermoni: ma pi gli era giovamento, e nella vita, per gli offici, e nell'arte, per l'avanzamento del gusto, tradurre ancora dagli stranieri, il Visionario dello Schiller, il Vicario di Wakefield del Goldsmith, rimpiangendo nella prefazione di  questo libro, che tanto bene potrebbero fare i romanzi, e nol facessero, e che il buffone alle spese della virt avesse pi fortuna che il moralista. Cos nel 1809 invocava (e qui l'augurio profetico va sul Manzoni) che l'Italia imitasse pe' romanzi buoni l'Inghilterra. Ora, nel Vicario  una ballata che il Berchet tradusse in polimetro; d'un pellegrino che chiede ricovero a un eremita; e questi, impietosito dal dolore di lui, lo ricetta, lo ascolta, finisce con l'accorgersi che  una fanciulla; ed ella gli narra allora come gi derise Edevino che l'amava; onde Edevino disperato and a morir nel deserto, ed ella ne cerca la tomba a morirvi sopra: naturalmente si riconoscono, e fan pace. Chi pensasse ad alcun che di mezzo tra il Bardo del Gray e l'Edevino del Goldsmith, un poemetto cio in cui lo spirito del canto politico fosse infuso nella forma d'una ballata affettiva, avrebbe ci che riuscirono le romanze patriottiche del Berchet.
Nel novembre del '21 si trovava questi una sera in casa di amici, quando eccovi un commissario di polizia, che trae da parte una signora nota per le opinioni liberali, e l'avverte secretamente, qualsiasi ne fosse la ragione, che il conte Confalonieri sta per essere arrestato. Il Berchet ode l'avviso; sa di che ha da temere anche per s; corre a casa; fugge, mentre  la sorella gli arde tutte le carte; e quando la polizia arriva a perquisire e sequestrare, egli  di l dal confine, in salvo. Quali colpe temeva lo facessero impiccare o dannare al carcere duro? Era stato col Pellico l'anima del Conciliatore, il giornale romantico; aveva aiutato con mille lire dell'Arrivabene a comprare un cavallo per un aiutante di campo di Carlo Alberto!; era de' liberali sospetti gi innanzi i moti del '21, s che il governo gli aveva negato un officio di traduttore. E che d'essere sospetto si meritasse, mostr indi a poco ne' fatti.
A Londra, impiegato in una casa commerciale di milanesi, sent subito profondamente ci che gli esuli italiani fossero allora; e potrebbero essere sue le parole che indi a poco scriveva di l Santorre Santarosa al Panizzi: "L'emigrazione italiana prende, a' miei occhi, un carattere di permanenza; comunque sia,  certo che ha un carattere storico: e siamo tutti debitori all'infelice nazione di cui siamo la parte sagrificata, di ogni nostra opera, di ogni nostro pensiero nell'esilio non meno che se noi fossimo nel fro di Roma o nei comizi di Modena o di Torino. Possiamo onorare il nome italiano nella Gran Brettagna coll'intierezza della vita, coll'utilit dei lavori, colla dignit dei discorsi e dei costumi, e col sopportare, anzi vincere, la povert colla costanza  e col lavoro." Ed egli, il poeta, mentre teneva la corrispondenza mercantile, dando pi lavoro di quanto il principale benefico volesse, e sfuggendo alla tentazione di farsi troppo amico del Foscolo, che non godeva piena stima per poca dignit di vita, scriveva a conforto suo e a vantaggio della causa italiana I profughi di Parga, cominciati a Milano, e scriveva e pubblicava a pi riprese le romanze sotto l'emblema di una lampada in cui una mano versa nuovo olio, col motto alere flammam, e l'altro motto in epigrafe "Adieu, my native land, adieu" (doloroso compendio di dolori e speranze); Clarina, Il romito del Cenisio, Il rimorso, Matilde, Il trovatore, Giulia. Quindi, nel '29, Le Fantasie.

 5.

Ci che, sotto le apparenze di Grisostomo, il Berchet aveva detto nella Lettera semiseria sul Cacciatore feroce e sulla Eleonora del Brger, che fu nel 1816 l'esplicito programma della scuola romantica in Italia, la poesia dover essere popolare di caratteri e propositi, e tale di modi da riuscire accetta ed efficace ai pi, fuor dalla strettezza delle regole viete e della vieta mitologia, in argomento da suscitare  gli affetti vivi a scopo di bene; egli stesso cerc di ottenere con que' poemetti e nelle romanze.
Parga, sulla costa dell'Albania di contro a Corf, per salvarsi dai Turchi si era data agli Inglesi protettori: e questi nel '19 la rivenderono ai Turchi. Il fatto pietoso mosse tutta l'Europa cristiana: il Goethe lo consigliava al Manzoni come argomento adatto a suscitare di per s quella commozione che sembrava anche a lui potersi desiderare pi intensa ne' drammi mirabili del poeta italiano; il Leopardi voleva introdurlo come episodio in una sua canzone alla Grecia; anche il Byron vi pensava su per qualche lirica; e una gentildonna italiana, saputo di tale intendimento dell'inglese, si affrettava a novellarne in prosa.
Avevano que' di Parga dissotterrate le ossa de' morti loro, che non fossero profanate da' Mussulmani; e sopra un rogo di fronde d'olivo le avevano arse; poi, compiuta la sacra cerimonia, s'erano imbarcati per Corf. Il Berchet esule fa narrar la scena pietosa alla moglie d'un eroe di Parga, che dal rogo ha sottratte le ossa di due fratelli suoi, uccisi dal Turco, e seco le ha recate, e vi spasima su, rammentando la patria perduta: s che tenta d'uccidersi. Ed  quello il punto pi alto esteticamente del poemetto:


Quando il rogo funereo fu spento
Noi partimmo: - e chi dir ti potria
La miseria del nostro lamento?
L piangeva una madre, e s'udia
Maledire il fecondo suo letto,
Mentre i figli di baci copria.
Qui toglievasi un'altra dal petto
Il lattante, e fermando il cammino,
Con istrano delirio d'affetto
Si calava al ruscello vicino,
Vi bagnava per l'ultima volta
Nelle patrie fontane il bambino.
E chi un ramo, un cespuglio, chi svolta
Dalle patrie campagne traea
Una zolla nel pugno raccolta.
Noi salpammo: - e la queta marea
Si coverse di lunghi ululati,
Sicch il d del naufragio parea.

Ma non  quivi l'intendimento vero del poeta: la scena non  per lui che un mezzo onde cattivare agli esuli tutta la commiserazione de' lettori: a lui importa, quando la commiserazione sia piena, mostrarci a che debba condurre l'amor della patria. L'uomo di Parga  stato salvato, fuor dalle onde in cui si gett, da un officiale inglese; e da questo ha l'offerta di soccorsi; ed ha l'affermazione del biasimo che ogni onesto inglese di al governo della turpe vendita di Parga. Ebbene, quell'esule miserrimo respinge l'aiuto. Oh,  ormai guarito  l'esule, n cercher pi sottrarsi al doloroso dovere della vita; piegher a' lavori pi umili de' campi la mano avvezza alla spada; ma non sar che avvilisca s e la patria accettando l'oro di chi  d'una patria che ha tradita e venduta la sua!

Forse il d non  lunge in cui tutti
Chiameremci fratelli, allorquando
Sopra i lutti espiati dai lutti
Il perdono e l'oblio scorrer.
Ora gli odii son verdi: - e nefando
Un spergiuro gli intima al cor mio;
Per, s'anco a te il viver degg'io,
Sappi ch'io non ti rendo amist.

C' soltanto lo sdegno contro la politica de' reazionarii, contro il Castelreagh, per Parga tradita? c' soltanto la miseria dell'esule che ne' primi tempi l a Londra si trovava in una brutta casa, tra quattro donne brutte da far paura al demonio, come scrisse a un amico, senza conoscenze, senza amicizie, da maledirne l'isola che gli fu poi tanto cara perch l'uomo v'era pi simpatico che altrove e l'unica sede era quella in Europa della cordiale dignitosa ospitalit? Sarebbe, io credo, diminuire l'animo di lui e il peso del suo poemetto, che in un momento d'ira chiamava inezia e avrebbe volentieri venduto a chiunque per quattrocento franchi. Come ne' Promessi  Sposi la giusta sentenza su gli Spagnuoli fu giusto avvertimento verso gli Austriaci, cos ne' Profughi di Parga il disdegnoso rifiuto del ramingo suona un consiglio di non venir mai a patti col nemico. Pu darsi che il Berchet pensasse anche alle promesse fatte e non mantenute da Lord Bentinck quando i collegati ci volevano indurre a sollevarci contro Napoleone; ma, certo, il pensiero suo non va contro l'Inghilterra, va acuto contro l'Austria.
L'Austria feriscono dritte le altre romanze. Uno straniero volenteroso d'ammirare l'Italia  fermato sul Cenisio da un eremita che gli grida: - Maledetto chi s'accosta senza piangere alla terra del dolore! -, e gli descrive la penisola, non lieta ma pensosa, non in plauso ma in silenzio, non in pace ma in terrore, e gli parla del suo Silvio (e voi supplite, Pellico) che langue ne' ceppi del carcere duro; onde

A' bei soli, a' bei vigneti,
Contristati dalle lagrime
Che i tiranni fan versar,
Ei preferse i tetri abeti,
Le sue nebbie, ed i perpetui
Aquiloni del suo mar

come vedemmo che faceva il buon Rossetti, che pure era oppresso dalla nostalgia. Una italiana (e intenderemo Maria Elisabetta, sorella di Carlo Alberto), che ha sposato (nel 1820) un ufficiale austriaco (l'Arciduca Ranieri d'Austria), e ne ha avuto un figlio, piange sopra s stessa e su lui, vilipesi. Matilde sogna che il padre le voglia dare per forza a marito un altro ufficiale austriaco, e ansa e si sveglia piangendo dal dolore:

.... L'altare,
L'anello  sparito
Ma innanzi le appare
Quel ceffo tuttor;
Ha bianco il vestito,
Ha il mirto al cimiero,
I fianchi gli fasciano
Il giallo ed il nero,
Colori esecrabili
A un Italo cor.

Il trovatore  cacciato via dal castello dove troppo, ma d'amor puro, am la dama, e sulle soglie si sente scoppiare il cuore: trasparente allegoria dell'esilio. Giulia si vede partire coscritto dell'Austria il secondo suo figlio; e il primo fugg esule: chi sa che i due fratelli non si abbian poi a trovare l'un contro l'altro! Le Fantasie poi, rappresentando in quadri simmetrici i sogni d'un esule che gli raffrontano i gloriosi fatti del giuramento di Pontida, della battaglia di Legnano, della pace di Costanza, con le veglie giulive, lo scoramento, l'obbrobrio degli Italiani odierni, mirarono a farli vergognare e a suscitarli; e anche in drammi storici ne risonarono con lunga eco i versi possenti.

Federigo? egli  un uom come voi.
Come il vostro  di ferro il suo brando.
Questi scesi con esso predando,
Come voi veston carne mortal. -
Ma son mille! pi mila! - Che monta?
Forse madri qui tante non sono?
Forse il braccio onde ai figli fer dono,
Quanto il braccio di questi non val?
Su! nell'irto, increscioso Alemanno,
Su! Lombardi, puntate la spada:
Fate vostra la vostra contrada,
Questa bella che il ciel vi sort....
Presto all'armi! Chi ha un ferro l'affili,
Chi un sopruso pat, sel ricordi,
Via da noi questo branco d'ingordi!
Gi l'orgoglio del fulvo lor sir!

Una sola di queste poesie, Clarina, pu sembrare che abbia altrove la mira: e l'ha. Vuol colpire infatti Carlo Alberto, reputato fedifrago dai liberali del '21. Ma la freccia volava contro lui perch egli era mancato al cimento nel d, che pareva fatale, della liberazione.
Perfino ne' giuochi il Berchet aguzzava la punta de' versi contro gli Austriaci: si racconta che una  volta, presenti parecchi Tedeschi, improvvis questa sciarada:

Pongo il primo sul secondo,
Pongo il tutto sotto i pi. [Te-desco].

Nel '18 il Manzoni, mentre ardeva la polemica suscitata dal Berchet con la Lettera semiseria di Grisostomo, aveva immaginato in una scherzosa canzone che Apollo per punire l'audace romantico lo scomunicasse per sempre dal sinedrio de' ricantatori delle formule solite: non pi il plettro aurato, non pi l'eburnea lira, non pi il corridore alato; tutto avrebbe d'allora in poi dovuto ricavare dal suo proprio sentimento. Un gelo, diceva il Manzoni,

Un gel me prese alla feral sentenza;
E sbigottito e pallido
Esclamai: Santi Numi, egli  spacciato!
E come vuoi che senza queste cose
Ei se la cavi? Come pu, rispose.

Da ci che abbiam visto pare che, sommato tutto, non se la cavasse troppo male.

 6.

Nella dedicatoria delle Fantasie il Berchet, come anche accadde al Giannone, si  confessato da s medesimo in colpa di lesa estetica. Mi son trovato, egli dice, nel conflitto di due sorti di doveri, quelli verso l'arte, quelli verso la patria; e ho creduto fosse onesta cosa la sottomissione dell'amor proprio all'amor della patria. Scuse magre! risponde il critico: se avesse saputo far meglio, certo ch'e' l'avrebbe fatto! Ed  vero. N si ha il capolavoro se non quando il poeta e l'uomo si stringano in una sola virt etica ed estetica insieme. Ma che il Berchet, d'altra parte, fosse nelle sue scuse sincero dimostra almeno una osservazione che quivi aggiunge ad esempio. Ed  che, nel descrivere la battaglia di Legnano, ha fatto parlare a lungo un moribondo, fuor della verisimiglianza. "Lo scoprirmi in fallo per questa parlata sarebbe la cosa del mondo pi facile a farsi, se un'altra non ve ne fosse pi facile ancora, quella per me di pigliare le cesoie, e tagliar via il corpo del delitto, o d'accorciarlo almeno. E sia lode al vero, due volte ho portate le mani per eseguirlo il taglio, e due volte - lo dir con una frase tutta di filigrana, rubata al Creso di tali frasi, - due volte caddero le paterne mani. E perch? Perch quelle poche ammonizioni contenute nella parlata erano le cose appunto che a me pi importava di dire; perch quelle ammonizioni possono essere come un tocco di campana che svegli altre riflessioni  nell'animo de' miei concittadini." L'Arlecchino dalle cento disgrazie, come sorridendo ei si chiamava, l'uomo che si consolava pensando d'essere stimato almeno un galantuomo, fu dunque galantuomo anche in ci.
Comunque sia, i difetti dell'arte del Berchet, diseguale spesso nello stile, poco chiaro e poco sottile psicologo ne' Profughi, troppo simmetrico nei sogni delle Fantasie, e via dicendo, son di quelli che appaiono a chiunque legga. E minore artista  nelle sue, del resto utili e opportune, versioni delle Vecchie romanze spagnuole, pubblicate a Bruxelles nel 1837; minore sarebbe riuscito in quel curioso poemetto, rimasto incompiuto, Il Castello di Monforte, donde traspira vivace l'idea anticlericale.
Ma provatevi a leggere ad alta voce, con animo ben disposto, que' versi patriottici, e come vi crescer via via nella lettura il respiro, come forse vi si veleranno qua e l gli occhi per una lacrima! Tanta  la corrispondenza, e cos diretta, tra il sentimento italiano e gli accenti che ne furono inspirati all'esule lombardo. Al quale fu premio il poter dare nell'inno ai moti emiliani e romagnoli del '30 quel saluto alla nostra bandiera che le  rimasto quasi direi consacrato:


Dall'Alpi allo stretto fratelli siam tutti!
Su i limiti schiusi, su i troni distrutti
Piantiamo i comuni tre nostri color!
Il verde, la speme tant'anni pasciuta;
Il rosso, la gioia d'averla compiuta;
Il bianco, la fede fraterna d'amor.

Premio maggiore, dopo il lungo pellegrinare in Inghilterra, nel Belgio, in Germania, in Francia, veder sventolare quella sua bandiera dai tre colori, per la guerra del 1848-49, nell'Italia sua; vederla sventolare per opera e merito del Piemonte divenuto asilo degli esuli italiani (ed egli vi fu deputato), e delle speranze di tutta l'Italia che ormai ciascun sentiva non poter tardare ad avverarsi, poi che l a Torino la Rivoluzione raccoglieva tante delle sue forze attorno alla Casa di Savoia.
Chi aveva bollato a fuoco nella Clarina Carlo Alberto, subito che lo vide risoluto ormai a capitanare le forze della rivoluzione e a rischiare tutto pur di redimere l'Italia, non titub. "L'unit assoluta dell'Italia verr col tempo.... Intanto qui, nella vallata del Po, da Alpi ad Alpi, noi vogliamo uno Stato (e di' pure un Regno) costituzionale, forte, compatto, di un dodici milioni almeno di abitanti, il quale ci salvi adesso e in futuro da qualunque irruzione straniera, sia ch'ella venga da Germania, sia ch'ella venga da Francia.... Fatto una volta  questo muro, da Torino a Venezia, nasca quello che vuol nascere in Europa, l'Italia potr tenersi tranquilla; e se col tempo questa gran base dell'unit dovr ingrandirsi ancor pi, ci penseranno i figli nostri; ch a noi basta di assicurarci il presente e il prossimo avvenire, e di assicurarlo in modo che non impedisca menomamente i pi brillanti destini che possano toccare all'Italia nel futuro.... Dunque  Carlo Alberto che noi vogliamo a Re dell'Italia superiore: e che sia io che predico su questo, tu che sai quello che io mi sia, puoi ben credere che la necessit imperiosa e l'amor disinteressato della mia patria me lo consigliano, e non altro." Cos scriveva nell'aprile del 1848.
Tutte le lettere di lui sono insigne documento del suo acume politico, della drittura dell'animo suo: v' indicata la opportunit, anzi necessit, per l'Italia nuova di comporsi a monarchia se vuol vivere entro l'Europa monarchica; v' predicata l'alleanza con gl'Inglesi, utile a noi e a loro; v' perfino predetta, nel giugno 1848, la cessione della Savoia alla Francia: "Pensa un poco se a far tacere quella maledetta Francia non vi sarebbe un mezzo, quello di cedere a lei la Savoia." Cercavano metterlo su contro Carlo Alberto? rispondeva: "Non tocca a me di fare il panegirico al Re; ma  come galantuomo che adora sopra tutto il vero, ti dico che, lasciato stare il passato, del quale siamo rei tutti, e veduto con occhio scrutatore il solo presente, dal cominciare dell'opposizione sua all'Austria fino adesso, Carlo Alberto si conduce davvero in modo schietto, onesto, lodevolissimo. Avresti mai creduto che io dovessi dire di queste parole? Ma a ciascun secondo l'opere sue." Cercavano, invece, fargli cantare la palinodia della Clarina? rispondeva essere stato il poeta del dolore, non poteva essere quel dell'amore, ma fare per Carlo Alberto ormai assai pi e meglio che lodi in versi; aiutarlo in ogni modo a divenire re d'Italia.
Per ci parve a molti, anche a Giorgio Pallavicino, o codino o rimbambito!
A Firenze era stato nel 1811, e l'aveva trovata quale la celebra la fama; e tutto qui gli piaceva "se ne levi gli abitanti parolai oltremodo, e in generale poco amici dei forestieri, perch economi, e pieni di tema che le cortesie debbano costar loro due crazie." Nell'autunno '47 torn in Toscana ad aiutare i moti liberali, ma nel tempo stesso a frenarli: egli, il poeta de' tre colori, temeva ora non compromettessero, inalberati a dispetto del Granduca, l'avvenire. I tre colori, diceva, sono un anacronismo, e non rappresentano che un'ipotesi: "Lasciamo all'ipotesi la  cura di tradurre s in atto; e allora trover essa il suo simbolo che le convenga." Che se l'ipotesi avverata scelse per simbolo proprio il tricolore, non per ci, chi giudichi spassionato riferendosi a quella data, aveva tutti i torti il Berchet. Ma i fati trassero presto anche lui ad acclamare la bandiera dell'Italia nuova, dell'Italia unita, e qui a Firenze, il 27 marzo dell'anno dopo, sulla piazza di Palazzo Vecchio, dov arringare i Toscani che festeggiavano le Cinque giornate della sua Milano, e si rallegr che al mirabile risorgimento ciascuno de' popoli d'Italia avesse apportata la parte sua: Roma l'amnistia e l'onnipossente parola d'amore, Toscana le riforme, Sicilia e Napoli la costituzione, Piemonte il forte esercito tutelare, Milano l'indipendenza senza della quale n riforme n costituzioni possono aver vita intera. "Artefici tutti del pari di questo superbo edificio, spetta a voi, o Toscani, il compierlo e il consolidarlo per sempre. Contenti delle nostre libert che sono pienissime, se saprete virilmente giovarvene." Dunque, tutti, popoli e principi, stringetevi (proseguiva) in concordia di istituzioni, di voleri, di sentimenti, e correte in armi ad aiutare Carlo Alberto.
Carlo Alberto aveva ormai spiegata al vento la bandiera del verde, del rosso, del bianco, speranza,  gioia, fede fraterna d'amore, come il Berchet l'aveva cantata. E nobilmente perdonato dell'offesa, nobilmente da lui stesso rinnegata, il poeta del '21, dopo aver avuta parte nel governo provvisorio della Lombardia, fu deputato due volte al Parlamento subalpino. Raccomand sempre la concordia intorno allo Statuto, e che non si diminuisse l'esercito: "I rossi per deliberato proposito, i neri per gretta avarizia lo vorrebbero disfatto.... Del resto poi, purch lo Statuto duri, bene o male non importa, v' speranza per tutta l'Italia ancora. Duri lo Statuto, si consolidi, e il tempo, o migliore occasione, far il resto." Altrove: "Non parlo dell'Italia: chi non ne vede la intera rovina nella ruina dello Statuto piemontese?"
Mor a Torino, divenuta patria sua, di lui lombardo che nel Piemonte gi vedeva tutta l'Italia, libera e indipendente, dell'avvenire, il 23 dicembre 1851.

 7.
 
Signore e Signori,

Impari sarebbe il paragone tra il Manzoni e il Berchet. Quegli non fu meno patriotta e fu troppo  pi grande poeta di questo; questi fu e si compiacque d'affermarsi sopra tutto un uomo pratico, cio politico, che, mettendo a servizio della patria il felicissimo ingegno artistico, ottenne effetti immediati, stupendi, di santa commozione e d'eccitazione. Ci che il Manzoni sent come massima filosofica e cristiana, e verseggi con arte somma che gli sgorgava dal sereno pensiero, il Berchet lo sent come verit pratica, attuabile; e ad attuarlo spese tutto s stesso. Ben pot il Manzoni, e fu bene che il facesse, dedicare l'ode pel marzo 1821 a Teodoro Koerner, al poeta tedesco morto per la sua Germania in battaglia, contro i Francesi, "nome caro a tutti i popoli che combattono per difendere o per riconquistare una patria." Il Berchet, di cui il Manzoni sorresse e lod le prime prove, e in cui ebbe poi sempre piena fiducia, non poteva che dire: - Armatevi e combattete! - Accett dal maestro pi forse, nelle forme dell'arte, che non fu osservato: perfino l'immagine de' fiumi che si confondono insieme, e i ricordi biblici, e il s che parve di retorico artificio, voi li ritrovate dall'ode manzoniana nelle Fantasie. Ma non poteva, cos diverso com'era, non restare originale. Son monete d'oro quelle del Manzoni; e appunto per ci era difficile spenderle tra il popolo minuto! bisognava che qualcuno le spicciolasse in argento, e spargesse. Tale l'officio, politico pi che poetico, del Berchet; e nessuno dir che sia, nella storia del nostro risorgimento, piccola parte o merito lieve.
Una delle pi belle pagine del Carducci racconta come il luned di Pasqua del 1847, mentre tutta la campagna e il mare sfolgoreggiavano intorno e dinanzi nella ridesta pianura, e tutto era fiori, in cielo e in terra, del pi bel giallo, del pi largo rosso, del pi amabile incarnatino, sua madre disse a lui per la prima volta i versi del Berchet:

Su! nell'irto increscioso Alemanno
Su, Lombardi, puntate la spada!

"Come son belli i fiori dei pschi a primavera! E pure, dopo sentiti codesti versi, non vidi pi nulla; o, meglio, vidi tutto nero: avevo una voglia feroce di ammazzare tedeschi."
Due nomi sacrosanti su tutti ha l'uomo; la madre e la patria. Nessuno a voi chiede, o Signore, di non seguire la moda anche nelle letture; anzi spetta a voi, o gentili, cogliere via via tutti i fiori che l'arte produca; e tanto pi, quando sono cos fiammeggianti di colore che gli stranieri ce l'invidiano, e siam noi italiani che, anzi che subirla, facciamo noi per un momento la moda a Parigi. Ma ogni tanto vogliate, voi madri al figlio, e voi sorelle al fratello minore, vogliate leggere qualcuna delle poesie del nostro risorgimento. L'Italia ha gran bisogno, pur troppo, di tornare a scaldarsi il cuore l a quell'ardente vampata di patriottismo: e voi fate che nella mente e nell'animo dell'uomo, come accadde al Carducci, si congiungano poi insieme per una forte e nobile lettura i santi ricordi della nazione e della famiglia.




SECONDA SERIE
PARTE TERZA..
LETTERE, SCIENZE E ARTI. 


Lamartine, Chteaubriand et l'Italie.
DEJOB CHARLES.
La pleiade musicale.
CHECCHI EUGENIO.
La elettricit animale.
FANO GIULIO.
Le Montngro.
YRIARTE CHARLES.









LAMARTINE, CHATEAUBRIAND ET L'ITALIE.
 
CONFERENZA DI CHARLES DEJOB.


Mesdames, Messieurs,
On a souvent reproch aux Franais, dans notre sicle, d'ignorer systmatiquement les langues trangres. Ce reproche, ils ne l'ont mrit qu'un moment. Nulle part pendant deux cents ans l'espagnol et l'italien n'ont t plus  la mode que chez nous; jusque dans le premier tiers de ce sicle, la France a t un des pays o, je ne dirai pas seulement on coutait, mais o l'on imprimait le plus de livres italiens; et depuis un certain nombre d'annes les trangers qu'on envoie chez nous en mission pour examiner la manire dont nos lyces enseignent l'anglais et l'allemand, confessent dans leurs rapports qu'il est difficile de mieux faire. Il y a toutefois un degr auquel nous n'atteindrons probablement jamais: hors de France, dans certains salons, une mme personne parle allemand  un interlocuteur,  anglais  un autre, franais  un troisime: peu de Franais seront polyglottes  ce point l. Mais faut-il le regretter? Apprendre, non pas seulement  lire mais  parler plusieurs langues vivantes, c'est prlever sur sa jeunesse pour apprendre des mots bien des mois qu'il vaudrait peut-tre mieux employer  approfondir sa propre langue et  penser ou  sentir; puis n'est-il pas bien difficile  un auteur de se former un idal s'il est pour ainsi dire, tourment par les gnies divers de plusieurs nations qui se le disputent? Ecrire sous la dicte d'une Muse, c'est fort bien; mais crire sous la dicte de trois ou quatre Muses qui nous parlent  la fois, c'est moins commode. En revanche, la France a toujours t un des pays o l'on trouve le plus d'hommes vous  l'tude des littratures trangres et employant leur existence  crire, non pas des articles sur des feuilles volantes et  propos de productions courantes dont tout le monde parle aujourd'hui et dont personne ne parlera dans vingt ans, mais des volumes sur l'art ou la posie des autres nations; et le grand public s'y intresse si fort aux chefs-d'uvre durables de l'tranger, qu'il se presse au pied des chaires o on les commente: il y a environ cent ans, Ginguen, le spirituel et perspicace historien de votre  littrature, en inaugura l'enseignement  l'Athne; cet enseignement, transfr depuis  la Sorbonne, y a brill du mme clat entre les mains de Fauriel, d'Ozanam, de M. Mzires et de M. Gebhart. Enfin la France est un des pays o les crivains clbres, les penseurs, viennent le plus volontiers en aide aux savants pour faire aimer les nations qui mritent d'tre aimes. Tout le monde sait que Stendhal a pour ainsi dire pass sa vie  persuader aux Franais que Milan, Florence, Rome, Naples taient les plus dlicieux des sjours: et j'ai eu occasion de montrer qu' une poque o tous les voyageurs du Nord de l'Europe exprimaient le plus profond ddain pour l'Italie contemporaine, le grand astronome Lalande, Roland le futur conventionnel, surtout Mme de Stal, prdisaient de la faon la plus claire votre glorieux relvement.
Je voudrais rechercher aujourd'hui les sentiments de Chteaubriand et de Lamartine  l'gard de l'Italie.
Au premier abord, il semble que Chteaubriand n'a pas d vous tre trs-favorable. Je ne parle pas de quelques rclamations passagres qu'il s'est attires. Giustina Renier-Michiel a loquemment rclam contre l'pithte de ville contre nature qu'il avait applique  Venise aprs son premier voyage, et Silvio Pellico s'est plaint avec raison de ce que Chteaubriand avait confondu les piombi de 1830 avec ceux de 1820. Ce sont l des dtails; mais un ancien migr, un lgitimiste qui avait longtemps t ultra, pouvait-il s'intresser au vritable bien de l'Italie moderne? L'homme qui a entran Louis 18  restaurer en Espagne le pouvoir absolu de Ferdinand 7 pouvait-il avoir quelque sympathie pour les patriotes italiens?
Pourtant ne nous arrtons pas aux apparences!
D'abord Chteaubriand connaissait fort bien vos classiques, qu'il cite assez souvent dans le texte. Dans le Gnie du Christianisme, il ne parle pas toujours de Dante comme il faudrait: mais songez qu'il l'crivait du vivant de Saverio Bettinelli; combien de gens, mme en Italie, malgr tout le parti que Monti venait de tirer pour sa Bassvilliana de l'imitation du pome sacre, continuaient  juger la Divine Comdie sur la foi des Lettere Virgiliane! Baretti, qui, pour faire pice  Voltaire, a russi  comprendre Shakespeare, n'a jamais russi  comprendre Dante. Du moins Chteaubriand reconnat-il que Dante n'a point de matre dans le pathtique et le terrible; et plus tard, dans son Essai sur la littrature anglaise, il avertit que Shakespeare, dont nos romantiques taient idoltres,  a eu moins  faire que Dante pour fonder la littrature nationale. Son apprciation sur le Tasse, pour qui vous savez que la France a toujours eu un faible malgr le mot de Boileau dont on exagre trangement le sens, est trs-pntrante; il appelle la Jrusalem Dlivre un chef-d'uvre de composition, et, quand il la blme, c'est en homme que le pote a conquis  son sujet, et qui voudrait collaborer avec lui pour atteindre la perfection. Enfin il a pieusement suivi le convoi funbre de cet Alfieri dont, par un hasard qui au fond n'en est pas un, les Franais furent les admirateurs dcids  une poque o les Italiens se partageaient encore sur son compte.
Mais ce sont principalement les beauts naturelles de l'Italie qu'il nous a comme rvles. Chose curieuse, et qui montre combien, en dpit d'Horace, la plume est quelquefois suprieure au pinceau pour la propagation des ides! Parmi les peintres qui ont le mieux fix sur la toile le charme du ciel italien, tout le monde place ncessairement deux Franais, Claude Gelle dit le Lorrain et Nicolas Poussin, et ils ont tous deux vcu il y a deux cents ans; toutefois, la beaut de ce ciel n'est proverbiale en France,  tous les degrs de la population, que depuis que Chteaubriand  et Lamartine l'ont dcrite. Chteaubriand a visit plusieurs fois l'Italie: ds le premier voyage il est ravi; il vante les chemins excellents de la Lombardie, ses auberges "suprieures  celles de France, presque gales  celles de l'Angleterre;" il donne sur les fouilles de Pompei un excellent conseil qu'on a fini par juger tel: laisser les objets l o on les trouve, protger par un toit les difices qui les contiennent, mais conserver  chaque chose sa signification en lui conservant sa place(16), surtout il a senti  ravir l'attrait de la campagne romaine et du golfe de Naples. Voici comment il peint le premier des deux tableaux:
"Rien n'est comparable, pour la beaut, aux lignes de l'horizon romain,  la douce inclination des plans, aux contours suaves et fuyants des montagnes qui le terminent.... Une vapeur rpandue dans le lointain arrondit les objets et dissimule ce qu'ils pourraient avoir de dur ou de heurt dans leurs formes. Les ombres ne sont jamais lourdes ou noires; il n'y a pas de masses si obscures de rochers et de feuillages, dans lesquelles il ne s'insinue toujours un peu de lumire. Une teinte singulirement harmonieuse marie la terre, le ciel et les eaux;  toutes les surfaces au moyen d'une gradation insensible de couleurs, s'unissent par leurs extrmits, sans qu'on puisse dterminer le point o une nuance finit et o l'autre commence. Vous avez sans doute admir dans les paysages de Claude Lorrain cette lumire qui semble idale et plus belle que nature. Eh bien, c'est la lumire de Rome."
Voici pour Naples:
"Des fleurs et des fruits humides de rose sont moins suaves et moins frais que le paysage de Naples sortant des ombres de la nuit. J'tais toujours surpris, en arrivant au portique, de me trouver au bord de la mer; car les vagues dans cet endroit faisaient  peine entendre le lger murmure d'une fontaine. En extase devant ce tableau, je m'appuyais contre une colonne et, sans pense, sans dsir, sans projet, je restais des heures entires,  respirer un air dlicieux. Le charme tait si profond, qu'il me semblait que cet air divin transformait ma propre substance, et qu'avec un plaisir indicible je m'levais vers le firmament comme un pur esprit."(18)
Ce qui a principalement aid  graver ces loges du sol de l'Italie dans la mmoire des Franais, c'est qu'ils se rattachent souvent  ce que j'appellerai la philosophie de Chteaubriand. Vous savez que la grandeur de Chteaubriand tient avant tout  la profondeur avec laquelle il a ressenti le prodigieux branlement de 1789. Toutes les rvolutions postrieures ne sont que des jeux auprs de celle-l, non seulement  cause des luttes intestines qu'elle a dchanes, de l'nergie qu'il a fallu  la France pour rejeter hors de ses confins l'Europe entire acharne  la destruction de la libert, mais parce que toutes les rvolutions ultrieures ne portent que sur l'extension du principe victorieusement tabli par les hommes de 89, la souverainet des nations. A cette date, un monde s'est englouti, un autre monde est sorti du chaos. La notion du roi sacr par l'Eglise, pre de son peuple et propritaire de son royaume, de l'Eglise matresse des consciences, des intelligences et dispensatrice privilgie de la charit publique, de la noblesse tantt opulente, tantt pauvre, mais toujours riche d'honneur, parce que sa fonction propre est de mourir pour la patrie, toute cette conception, trs-imparfaite assurment, mais brillante et longtemps glorieuse, s'est abime. Chteaubriand accepta, en partie du moins, le monde nouveau, mais ne cessa jamais de pleurer la grandeur  du monde disparu. De l, cette habitude de mditer sur le nant de l'homme qui tourne quelquefois  la manie, mais qui lui inspire souvent des pages dignes de Bossuet. Or l'Italie le conviait minemment  des mditations de cette nature. Avant lui, la plupart des voyageurs ne cherchaient dans Rome que l'antiquit ou la Renaissance, ou bien ils opposaient  la Rome d'autrefois la Rome de leur temps, pour mpriser celle-ci ou la plaindre. Au contraire, Chteaubriand qui professe, en vritable Breton, qu'un roi n'est jamais plus grand que quand il a perdu sa couronne, vnre dans la Ville Eternelle la splendeur qu'elle ne possde plus. Il la place, dans son imagination et dans son cur,  ct de ces Bourbons dont il ne mconnat pas les fautes, dont il n'adore pas les caprices, mais que le malheur a transfigurs pour lui:
"Figurez-vous quelque chose de la dsolation de Tyr et de Babylone, dont parle l'Ecriture: un silence et une solitude aussi vastes que le bruit et le tumulte des hommes qui se pressaient jadis sur ce sol.... Vous apercevez a et l quelques bouts de voie romaine dans des lieux o il ne passe plus personne, quelques traces dessches des torrents de l'hiver: ces traces vues de loin ont elles-mmes l'air de grands chemins battus et frquents, et elles ne sont  que le lit dsert d'une onde orageuse qui s'est coule comme le peuple romain. A peine dcouvrez-vous quelques arbres, mais partout s'lvent des ruines d'acqueducs et de tombeaux, ruines qui semblent tre les forts et les plantes indignes d'une terre compose de la poussire des morts et des dbris des empires.... On dirait qu'aucune nation n'a os succder aux matres du monde dans leur terre natale.... Dchue de sa puissance terrestre, Rome, dans son orgueil, semble avoir voulu s'isoler....; comme une reine tombe du trne, elle a noblement cach ses malheurs dans la solitude. Il me serait impossible de vous dire ce qu'on prouve lorsque Rome vous apparat tout  coup au milieu de ces royaumes vides et qu'elle a l'air de se lever pour vous de la tombe o elle tait couche. Tchez de vous figurer ce trouble et cet tonnement qui saisissaient les prophtes lorsque Dieu leur envoyait la vision de quelque cit  laquelle il avait attach les destines de son peuple."
Oui, me direz-vous; mais que pense-t-il des habitants de ces ruines majestueuses, de cet auguste dsert? Messieurs, voici sa rponse ds l'anne  1803 et quand il n'a encore fait que traverser l'Italie.
"Quant aux Romains modernes,... je crois qu'il y a encore chez eux le fond d'une nation peu commune. On peut dcouvrir parmi ce peuple trop svrement jug un grand sens, du courage, de la patience, du gnie, des traces profondes de ses anciennes murs, je ne sais quel air de souverain et quels nobles usages qui sentent encore la royaut." Notez qu'il parle ici, non des Italiens du Nord, qui venaient de donner au monde Alfieri, Parini, Goldoni, o la veille encore Turin et Venise taient les capitales d'Etats libres, o l'esprit public s'tait veill avec Pietro Verri et Beccaria, mais de cette pauvre Rome si endormie alors et si infortune depuis 900 ans qu' l'poque mme o les papes faisaient et dfaisaient les rois, elle tait en proie aux caprices alternatifs de ses barons et de sa populace. Jusque dans les traits des Romains modernes, Chteaubriand reconnat la physionomie du peuple roi, et cela entre Marengo et Austerlitz, c'est--dire  une poque o il fallait  un Franais beaucoup d'esprit et de cur pour ne pas oublier que l'orgueil est le partage des sots.
Il se prononcera bien plus fortement quand il sera plus compltement inform. Voici un passage  d'un rapport qu'il adresse au gouvernement franais en 1828, en qualit d'ambassadeur  Rome. Ecoutez d'abord comme il s'exprime sur les Bourbons de Naples, qui pourtant comptaient alors en France sur les marches du trne la mre du comte de Chambord et la femme du futur Louis Philippe: "Il est malheureusement trop vrai que le gouvernement des Deux Siciles est tomb au dernier degr du mpris." Ecoutez maintenant ce qu'il crit sur la perscution de vos patriotes  une poque o le Spielberg n'avait pas encore rendu ses proies: "On prend pour des conspirations ce qui n'est que le malaise de tous, le produit du sicle, la lutte de l'ancienne socit avec la nouvelle, le combat de la dcrpitude des vieilles institutions contre l'nergie des jeunes gnrations, enfin la comparaison que chacun fait de ce qui est  ce qui pourrait tre. Ne nous le dissimulons pas: le grand spectacle de le France puissante, libre et heureuse, ce grand spectacle qui frappe les nations restes ou retombes sous le joug, excite des regrets ou nourrit des esprances. Le mlange des gouvernements reprsentatifs et des monarchies absolues ne saurait durer; il faut que les uns ou les autres prissent, que la politique reprenne un gal niveau ainsi que du temps de l'Europe gothique.... C'est dans ce sens et uniquement dans ce sens qu'il y a conspiration en Italie."
Loin de flatter ses compatriotes, il ajoutait que c'tait seulement en ce sens que l'Italie tait franaise: "Le jour o elle entrera en jouissance des droits que son intelligence aperoit et que la marche progressive du temps lui apporte, elle sera tranquille et purement italienne." Rien de plus honorable que cette loyaut, qui lui interdit de mettre la main sur le libralisme naissant de l'Italie, de se prvaloir, pour le confisquer au profit de la France, du rveil que nos penseurs du 18esimo sicle avaient provoqu chez elle. Loin aussi de renvoyer  une date qui n'arriverait jamais l'accomplissement de ses prdictions, il disait: "Si quelque impulsion venait du dehors, ou si quelque prince en de des Alpes accordait une charte  ses sujets, une rvolution aurait lieu, parce que tout est mr pour cette rvolution."(20)
Vous voyez, Messieurs, que si Chteaubriand a sig avec M. de Metternich au Congrs de Vienne, ces deux hommes d'tat ne jugeaient pas de la mme faon les affaires de l'Italie.

Ma tche devient en apparence plus dlicate avec Lamartine: car son nom vous rappelle sur le champ quelques paroles un peu vives qui lui valurent tout prs d'ici un coup d'pe. J'espre que tout  l'heure vous conviendrez qu'il et t bien dommage que Gabriele Pepe tut Lamartine, et cela non seulement parce que, en vrit, le prix des deux existences engages dans le combat n'tait pas tout  fait gal, mais parce que, si un jugement svre, injuste mme, sur une nation signifiait ncessairement qu'on la mprise ou qu'on la dteste, il faudrait effacer Dante, Alfieri, Foscolo et beaucoup d'autres, de la liste des patriotes italiens: peut-tre reconnatrez-vous dans un instant que Lamartine a fait au moins autant pour l'Italie que son trs honorable adversaire.
D'abord, par ses premires lectures, par ses amis de France, surtout par ses frquents sjours au-del des Alpes, il avait eu le loisir de la connatre; il en crivait, il en parlait la langue. M. Mazzatinti a retrouv une lettre de lui crite en un italien fort satisfaisant  un Florentin; et j'ai lu, je ne sais plus o, qu'un jour dans sa vieillesse et devant des auditeurs qu'il savait videmment capables de la comprendre, il feignit de lire une scne de murs napolitaines qu'en ralit il improvisait et o des  pcheurs de Mergellina s'exprimaient dans leur dialecte. Il n'avait pas pass douze ans en Italie, comme il lui est chapp un jour de le dire: mais, sans compter de courtes visites, il y avait pass une partie des annes 1811 et 1812, de l'anne 1820, et trois ans de 1825  1828; si les salons italiens avaient t assez lents  s'ouvrir pour lui, il s'tait li avec Niccolini, surtout avec Gino Capponi avec qui, vous le savez, il resta en correspondance, et il avait t ml  vos affaires par ses fonctions diplomatiques,  Naples d'abord, puis  Florence.
Lui aussi, ce fut la beaut physique de l'Italie qu'il commena par goter; nul n'a exprim avec plus de sduction le charme d'une promenade nocturne sur le golfe de Baia au milieu des chants que se renvoient les pcheurs et des parfums terrestres dont la brise du soir embaume les eaux. Et, comme, pour la diffusion rapide des ides, la posie a sur la prose le mme avantage que la prose sur le pinceau, les vers de Lamartine dcuplrent chez nous en un moment les adorateurs de la nature italienne. Citons seulement quelques vers:

Maintenant sous le ciel tout repose, ou tout aime;
La vague en ondulant vient dormir sur le bord;
La fleur dort sur sa tige, et la nature mme
Sous le dais de la nuit se recueille et s'endort.

Vois: la mousse a pour nous tapiss la valle;
Le pampre s'y recourbe en replis tortueux,
Et l'haleine de l'onde  l'oranger mle
De ses fleurs qu'elle effeuille embaume mes cheveux.
A la molle clart de la vote sereine,
Nous chanterons ensemble assis sous le jasmin
Jusqu' l'heure o la lune, en glissant vers Misne,
Se perd en plissant dans les feux du matin.

D'ailleurs Lamartine, comme Chteaubriand, rapporta de l'Italie autre chose que des impressions, il en rapporta une doctrine; il y avait dcouvert pour son compte ce nant de l'homme que Chteaubriand y avait seulement approfondi. Trop jeune pendant la Rvolution franaise pour en avoir, comme son prdcesseur, ressenti directement la secousse, c'est en contemplant du sein de toutes les joies de la vie les ruines de l'antiquit qu'il avait appris que tout change, tout passe, que nous passons nous mmes "hlas, sans laisser plus de trace que cette barque o nous glissons sur cette mer o tout s'efface." Il y avait encore appris, ou plutt il s'y tait enseign  lui-mme par un commentaire vivant du Tasse qui avait t le premier en date de ses potes prfrs, sans doute aussi par une rminiscence de Ptrarque, un nouveau style d'amour. Un a dit en France, et avec raison, que ds avant lui, la posie spirituellement, schement galante qui n'avait que trop fleuri chez nous au 18esimo sicle n'y rgnait dj plus, que l'amour commenait  y tre une passion sincre et, par moments, mlancolique. Mais ce qu'on n'avait pas encore entendu chez nous, c'tait l'hymne religieux de l'amour: c'tait, non pas l'amour platonique, mais l'amour gravement, pieusement exalt, reconnaissant  la bont divine qui prte un instant la beaut  la terre pour en scher les larmes, mais qui la rappellera bientt  lui pour nous empcher d'oublier qu'aprs tout le ciel seul ignore les pleurs. Or ici Lamartine ne procde d'aucun Franais, pas mme d'Andr Chnier dont les vers les plus touchants demeurent paens. Certes nos classiques avaient admirablement dpeint les orages du cur; mais pour eux, la religion tait une chose, l'amour en tait une autre, et ces deux ordres d'ides n'avaient rien  voir entre eux: dans la tradition franaise, Dieu ne connaissait que le devoir, il ordonnait la continence aux clibataires, la fidlit aux poux: quant  l'amour honnte, il le permettait, mais il ne s'en occupait pas. Lamartine au contraire procde de l'amant de Laure et du chantre de Tancrde. Il ne les imite pas; il est moins homme de lettres qu'eux dans le bon comme dans le mauvais sens; son locution est moins travaille;  la nature lui offre autre chose qu'un pr fleuri, une claire fontaine et un chur d'oiseaux saluant le mois d'avril.
Mais, pour les avoir relus sous le ciel qui les a inspirs, pour avoir respir le bonheur qu'exhale la terre dont les habitants appellent tout ce qui enchante grazia di Dio, il a, comme eux et plus expressment encore, mont la posie amoureuse sur le ton des cantiques.

Celui qui, le cur plein de dlire et de flamme,
A cette heure d'amour, sous cet astre enchant,
Sentirait tout  coup le rve de son me
S'animer sous les traits d'une chaste beaut,
Celui qui, sur la mousse, au pied du sycomore,
Au murmure des eaux, sous un dais de saphirs,
Assis  ses genoux de l'une  l'autre aurore
N'aurait pour lui parler que l'accent des soupirs,
Celui qui, respirant son haleine adore,
Sentirait ses cheveux soulevs par les vents,
Caresser en passant sa paupire effleure,
Ou rouler sur son front leurs anneaux ondoyants,
Celui qui, suspendant les heures fugitives,
Fixant avec l'amour son me en ce beau lieu,
Oublierait que le temps coule encor sur ces rives,
Serait-il un mortel ou serait-il un dieu?
Et nous, aux doux penchants de ces verts Elyses,
Sur ces bords o l'Amour et cach son Eden,
Au murmure plaintif des vagues apaises,
Aux rayons endormis de l'astre lysen;

Sous ce ciel o la vie, o le bonheur abonde,
Sur ces rives que l'il se plat  parcourir,
Nous avons respir cet air d'un autre monde,
Elvire!... et cependant on dit qu'il faut mourir.

Lisez superficiellement les Mditations, vous vous demanderez pourquoi telle ou telle pice porte pour titre un site napolitain: vous n'y trouverez point de ces descriptions qui mettent les objets sous les yeux; Lamartine regarde beaucoup moins que Victor Hugo, mais il sent davantage; livrez-vous  lui et les motions qu'il veillera en vous ranimeront celles que deux de vos potes vous ont jadis donnes. Le tour n'est plus le mme: il y a dj un orateur cach sous le pote des Mditations: mais l'accent rvle la parent du cur.
De mme, cherchez  reconnatre le site de l'abbaye de Vallombrosa dans la pice o Lamartine l'a chante: vous n'y russirez pas. Mais il fallait peut-tre la splendeur d'une contre o la solitude fait  peine sentir son poids, o presque partout, ds qu'on s'lve au-dessus du sol des villes, on aperoit les deux spectacles les plus sublimes, le mer et la montagne, pour dcouvrir  un jeune Franais dj rpandu dans les salons parisiens les trsors cachs de la vie monastique, cette joie mystrieuse que le vulgaire admire sans la comprendre,  pour lui faire goter ce plaisir du recueillement qui ne suffit point pour vivre parmi le monde, mais qui suffit pour vivre avec le ciel et avec soi-mme.
Mais en comprenant, en aimant l'Italie, aurait-il mconnu, ddaign les Italiens?
Messieurs, une opinion assez rpandue de ce ct des Alpes veut que la sympathie de la France pour l'Italie date de 1859, ou mme qu' cette date encore un seul homme, le chef de la nation, il est vrai, ait vritablement souhait la dlivrance de votre nation. Ce qui est exact, c'est que pour que l'Italie entrant la France avec elle, il fallait qu'elle et eu le temps de donner  la masse de notre nation la preuve palpable, clatante de sa volont et de son hrosme. Il fallait que le belliqueux Pimont, le premier prt pour la lutte, et os affronter l'Autriche, il fallait que les bourgeois de Milan aprs une lutte de cinq jours eussent chass leur garnison, que la jeunesse universitaire, professeurs en tte, se ft fait craser  Curtatone et  Montanara, il fallait que le grand Manin et prouv une fois de plus qu'un homme peut quelque temps tenir tte  un empire, et qu'enfin les plus illustres dbris de cette mmorable anne, conduits par un instinct sr, fussent venus porter  chez nous le spectacle de leur courageuse pauvret et de leurs indomptables esprances. Mais, ds l'instant o l'on sut en France que ce n'taient pas seulement un Pellico, un Confalonieri qui voulaient au prix de ses jours la libert de l'Italie, ds l'instant o il fut manifeste que toute la nation tait dispose  mourir pour son indpendance, la France, qui respirait pourtant  peine de la sanglante guerre de Crime, fut acquise  votre cause; il put y avoir quelque inquitude chez certains politiques, mais les ennemis les plus irrconciliables de Napolon terzo, les ouvriers de Paris qu'il avait fallu massacrer en dcembre 1851 pour leur imposer le coup d'Etat, l'applaudirent avec transport  son dpart pour l'arme. Jusque l au contraire, le gros de la nation avait attendu. Rien en effet n'tait plus difficile pour un Franais de la gnration de 1830 que de comprendre pourquoi les rvolutions de Naples, de Pimont, des Romagnes avaient t si vite comprimes. Figurez-vous un pays uni, centralis depuis des sicles, ayant l'habitude de penser, d'agir en commun, et mme, depuis cinquante ans, de se lever tout entier  la voix d'une ville qui formait comme les Etats Genraux en permanence de la nation; figurez-vous ce peuple qui, grce  cette union, a bris un trne sculaire,  qui a refoul et puni sous sa premire Rpublique la plus formidable invasion que le monde moderne et encore vue, qui, quinze ans aprs une Restauration impose pur une invasion plus formidable encore, a chass  la face de l'Europe la dynastie restaure, et a, pour coup d'essai de sa libert reconquise, affranchi la Belgique. Comment comprendrait-il que l'Italie ne peut secouer le joug aussi aisment? Le paysan, l'ouvrier franais savent-ils que l'Italie morcele, humilie depuis quatorze sicles ne peut tout d'un coup retrouver sa vigueur? Ils voient les Polonais ne succomber que sur des morceaux de drapeaux enlevs aux Russes. Ils ne se disent pas que les Polonais qui se battent si bien  Grochow,  Ostrolenka sont des soldats rguliers aussi aguerris que leurs adversaires; quand ils voient les tentatives des patriotes italiens avorter si vite, ils en concluent,  tort mais sincrement, qu' part quelques mes d'lite, le peuple italien ne dsire pas changer de condition.
Mais le langage de Lamartine  la Chambre franaise va nous montrer comment les penseurs de notre pays, ceux qui avaient vu l'Italie chez elle, prparaient la France  mieux juger des sentiments intimes de leurs voisins. Car non seulement il se dclare personnellement partisan de l'entire indpendance  de l'Italie, non seulement il raconte avec fiert avoir t ml dans sa jeunesse aux ngociations o Louis 18 lui-mme, tout lgitimiste qu'il tait par mtier, et quoique surveill par la Sainte Alliance, offrait aux libraux de Naples et de Turin de les soutenir contre l'Autriche, pourvu qu' la Charte espagnole de 1812 ils prfrassent la Charte franaise de 1814 fort prfrable en effet; mais nous allons le voir attaquer de front les prjugs qui rendaient alors la France moins sensible aux malheurs de l'Italie qu' ceux des autres nations esclaves.
Voici comment, avant les Cinque giornate,  une poque o l'Italie ne s'tait pas encore mesure en bataille range avec ses tyrans, il rpondait  ceux qui arguaient du calme apparent qui depuis 1815 rgnait dans la Pninsule: "Sous ce calme apparent, ne l'oubliez pas, il y avait un abme, et dans cet abme couvait la plus incomprhensible de toutes les forces morales et matrielles, la nationalit morcele, la nationalit comprime de 26 millions d'hommes.... Il suffit pour chacun d'entre nous dont l'il est intelligent, dont le cur est sympathique d'avoir travers cette magnifique Italie pour sentir la vie sous la mort apparente, pour sentir cette ternelle protestation de la nationalit  qui est la dernire arme d'un peuple.... Nulle part cette protestation n'est aussi vidente qu'en Italie; nulle part, elle n'a des droits plus sacrs  la sympathie des peuples. Je ne crains pas de le dire, je ne serai dmenti par personne: il n'y a pas une race humaine qui ait donn au sol qu'elle habite une conscration plus grande que celle que la race italienne a donne pendant tant de sicles de gloire, de libert, de vertu,  ce point gographique de notre globe"(21). Puis il montre que l'on ne contentera pas l'Italie par la rforme de quelques abus, par un peu de bien-tre. Mais d'autre part il nie que le statu quo y ait seulement pour ennemis les rvolutionnaires dont l'Europe s'effrayait. Comme Chteaubriand, il proteste que l'agitation de l'Italie n'est pas le fait de quelques sectaires; mais ce n'est plus dans une dpche confidentielle qu'il dpose cette protestation; il la produit du haut de la tribune, et il avait en un sens plus de mrite encore que Chteaubriand  ne pas se tromper; car dans l'intervalle Mazzini avait paru, et bien des hommes d'Etat personnifiaient en lui seul les aspirations  de l'Italie. "J'affirme ici, s'criait Lamartine, par la connaissance personnelle qu'une cohabitation de 12 ans m'a donne, par la connaissance que j'ai du caractre, du gnie, du libralisme italien, que le mot mme de radicalisme n'a pas de signification dans la langue, que c'est une injure qui n'est mme pas comprise au-del des Alpes, que le mouvement libral n'est nullement un mouvement perturbateur..., mais que c'est un mouvement de l'esprit humain et de l'indpendance des peuples, qui couve dans tous les sicles au cur de l'Italie"(22). Notez, Messieurs, ces derniers mots; ne fallait-il pas  un homme qui n'tait point un rudit, un vif et intelligent amour de l'Italie pour deviner en quelque sorte les noms relativement obscurs des Italiens qui entre Ptrarque et Alfieri empchrent la prescription du sentiment national? Quant  la gnration prsente, il prouve son affirmation par l'nergie avec laquelle le pape refuse de cder aux Autrichiens un pav de Ferrare, par nombre de faits prcis emprunts  une brochure parue le matin mme et qui semble bien maner du Pre Ventura, par des correspondances particulires qui attestent les esprances que les plus illustres patriotes  de l'Italie plaaient sur notre pote; il en extrait les touchantes anecdotes d'un archevque, d'un cur de Milan qui protestent chacun  leur manire contre une rpression brutale qui vient d'ensanglanter la ville, du comte Borromeo qui dpouille la Toison d'Or souille du sang de ses compatriotes. Enfin, conjurant Guizot d'appuyer les revendications des peuples italiens, il affirme avec une confiance excessive peut-tre mais gnreuse la solidit des sympathies entre les peuples: "Les traits ne sont signs que par la main des hommes; mais ces sympathies mutuelles entre les peuples faits pour s'aimer, pour se soutenir, aspirer ensemble  la civilisation et  la libert, ce ne sont pas des traits d'un jour, ce ne sont pas des traits signs par des diplomates; ce sont des traits prpars par la Providence, signs et contresigns par la main de la nature elle-mme, non pas sur des parchemins comme ceux de 1815 qu'on nous a fait signer en tenant la main de la France captive sur un protocole, mais je le rpte, de ces traits contresigns par Dieu et par la nature, qui durent autant que les sicles". Ces paroles produisaient un effet d'autant plus grand que, depuis dix ans,   force d'loquence Lamartine avait conquis une grande autorit  la tribune et dans la nation. Personne ne songeait plus  le renvoyer ddaigneusement  la posie, ou, comme aurait dit Musset,  lui jeter toujours sa lyre au nez. Ds avant que la rvolution de 1848 l'levt au pouvoir, il tonnait le monde politique par la hardiesse tantt divinatrice tantt imprudente de ses vues. Louis Philippe  qui l'on avait conseill de l'appeler dans ses conseils avait rpondu: "Lamartine, ce n'est pas un ministre, c'est un ministre; je le rserve." Il apportait donc  l'Italie l'appui d'un vritable homme d'Etat et non d'un simple pote. D'ailleurs ses sentiments  son gard ne rpondaient pas seulement  ceux des hommes qu'on allait appeler les rpublicains de la veille, mais  ceux des catholiques libraux de notre nation que Silvio Pellico avait depuis longtemps, pour parler comme Racine, rang du parti de ses larmes. Esprons qu'un jeune historien se laissera enfin tenter par un beau sujet que j'ai cent fois propos de vive voix et par crit chez nous et chez vous, l'histoire des rfugis italiens en France de 1815  1859 et de la transformation de l'opinion des Franais, durant cette priode, touchant les affaires de l'Italie. J'ose affirmer que rien ne serait plus utile, plus glorieux pour les deux nations.

Mais revenons  Lamartine, ou plutt levons-nous au-dessus de notre sujet pour conclure par une considration plus gnrale  laquelle il nous conduit. Il y eut un temps o une nation pouvait raffoler de la littrature, de l'art, des modes d'une autre et demeurer profondment indiffrente  ses destines, la combattre, l'asservir. Il n'en est plus ainsi, du moins chez les nations gnreuses. (Car chaque peuple a sa grandeur, mais il y en a dont la grandeur consiste dans la tnacit prvoyante, hardie, implacable, avec laquelle ils poursuivent leur perptuel agrandissement). Aujourd'hui donc, du moins chez certains peuples, aimer la littrature ou l'art d'un autre nation conduit  l'aimer elle mme. D'o vient ce changement? Serait-ce que l'amour de la patrie s'affaiblirait et que tout lecteur devient un dilettante? S'il en tait ainsi, il faudrait, non pas fliciter, mais plaindre l'humanit. Le progrs ne consiste pas  niveler les frontires; c'est une duperie de ne pas aimer par-dessus tout son propre pays; car on ne vous rendrait pas partout la pareille. Le jour o les honntes gens s'entendraient pour laisser la nuit la clef sur leur porte, il y aurait toujours assez de voleurs pour les dvaliser; de mme, la nation qui s'imaginerait que l're des guerres, des conqutes  mme est close, serait certaine d'tre bientt envahie et partage. Puis, toutes les vertus civiles sont suspendues en quelque sorte  la vertu militaire, et s'affaissent quand elle tombe; sans doute la vie civile offre des occasions d'exercer notre courage, mais on s'y drobe quand le sacrifice dans sa forme la plus haute n'est plus pratiqu; l'histoire de tous les peuples qui ont renonc  la gloire militaire le prouve. Mais, si un Chteaubriand, un Lamartine passent de l'admiration pour les grands crivains et le sol de l'Italie  la sympathie pour ses aspirations, c'est que l'on commence  comprendre que la conqute, toujours  redouter, n'est point  louer, et que, prendre une province malgr elle  un peuple, c'est souffleter sur la joue de ce peuple le droit du genre humain. Pour peu donc que cette nation cesse d'tre une inconnue pour nous, ses souffrances font brche dans notre gosme, et nous ressentons l'outrage qu'au fond nous avons reu en sa personne. Puis, nous comprenons que de nos jours un peuple asservi souffre plus qu'autrefois. Jadis une ville se rsignait souvent sans trop de peine  passer d'une nation  une autre, parce que ce n'tait au fond que changer de matre: le nouveau souverain n'exigeait pas toujours des tributs plus lourds que l'ancien, et, la conscription n'existant  pas, ne demandait point  ses nouveaux sujets de se battre au besoin contre leurs frres de la veille. Berchet nous a loquemment appris, dans Giulia, les tortures du conscrit oblig de revtir un uniforme abhorr. - Mais, dira-t-on, dans les littratures modernes, les uvres des classiques sont en partie nes dans des poques o l'homme de lettres, au moins dans son cabinet, oubliait qu'il avait une patrie: comment donc l'tude de ses uvres, qui nous attache  lui, nous attacherait-elle  ses compatriotes, surtout  ses compatriotes d'aujourd'hui? - La rponse est dans les progrs de la critique. Autrefois on considrait un ouvrage comme une pure composition littraire, sortie toute entire du gnie de l'auteur et des principes de l'cole  laquelle il appartenait; aujourd'hui nous considrons un auteur comme un homme qui exprime, sans y penser, tantt les vertus ou les dfaillances de sa gnration, tantt les traits dominants de sa race. Notre admiration pour lui excite par consquent notre intrt pour ses compatriotes. Nous gotons comme nos pres l'incroyable dextrit avec laquelle Arioste nous fait passer d'une historiette  une autre, mais nous ne le rendons plus seul responsable de l'enjouement qu'il garde au milieu des malheurs de sa patrie; quand Machiavel conseille aux princes d'affecter toutes les vertus, mais de ne pas les avoir, nous plaignons l'Italie dont l'infortune ne laissait plus alors d'espoir que dans la cruaut, pour ainsi dire, conomique d'un Cesare Borgia. L'tude des littratures trangres est le meilleur prservatif contre les engouements de la mode et contre les velleits d'une injuste ambition; car, en mme temps qu'elle nous fait admirer le gnie des autres peuples, elle nous fait comprendre combien il est diffrent du ntre et par suite quelle folie c'est que de vouloir l'imiter ou que de prtendre l'asservir. Si, par hasard, ce gnie s'loigne moins du ntre parce que c'est celui d'une nation sur, tout ce qui nous est permis, c'est de faire ce qu'ont fait Chteaubriand et Lamartine,  savoir de l'aimer.




LA PLEIADE MUSICALE.
 
CONFERENZA DI EUGENIO CHECCHI.


Signore e Signori!

La sera del 3 agosto 1829 - data memorabile per la storia dell'arte - il pubblico parigino chiamato a giudicare la nuova opera, che fu anche l'ultima, di Gioacchino Rossini, sentenzi quasi unanime, che il Guglielmo Tell era una troppo audace innovazione, e accennava a qualche cosa di troppo rivoluzionario e di troppo anormale nei tranquilli dominii della musica. E l'opera grande e immortale fu accolta in quella sera e nelle sere successive con sospettosa freddezza.
Alla distanza di sessantotto anni, nella sera del 26 dicembre 1897, il pubblico romano del teatro Argentina riud ancora una volta il capolavoro rossiniano, e sentenzi con mirabile disinvoltura che anche le opere del genio risentono le offese del tempo, e che il Guglielmo Tell pi non risponde ai nuovi bisogni, ai nuovi gusti: doversi perci rimandare ai Conservatorii e agli Istituti musicali, perch, tutt'al pi, sia argomento di studio nelle classi di alta composizione. E l'opera si trascin faticosamente per un lieve corso di rappresentazioni, fra la indifferenza e gli aristocratici sbadigli di spettatori scarsi di numero.
Oggi dunque, se le manifestazioni della cos detta opinione pubblica hanno da contare per qualche cosa, oggi il Rossini non sarebbe che un classico: impeccabile quanto si voglia, ma niente pi che un classico: nel 1829 invece un redivivo Voltaire avrebbe potuto ripetere del Rossini quel che si disse dello Shakspeare, che fu un barbaro non privo d'ingegno. Come  possibile mandare insieme a braccetto i due giudizi?
Il pubblico di Parigi d'allora e il pubblico di Roma del decorso anno, ugualmente sinceri, ma ugualmente rei di spropositate sentenze, subivano la influenza di cause che forse sarebbe curioso ed opportuno di esaminare e di riassumere, se non temessi di sconfinar troppo dal tema cortesemente assegnatomi.
Se non che appunto cotesta freddezza del pubblico parigino, a cui ho accennato, se non fu la principale n l'unica fu certamente una delle ragioni  per le quali il Rossini spezz la penna di compositore melodrammatico. Consapevole della propria gloria, egli si ritir, tra sorridente e sdegnoso, dalle battaglie della scena: si ritir a trentasette anni: n i pentimenti troppo tardivi dei pubblici, n le cospicue offerte che dalle grandi metropoli dell'Europa gli pervenivano valsero a vincere quella sua serena pigrizia, in cui si sarebbe cullato, con tutte le seduzioni fascinatrici della celebrit, per quarant'anni di seguito.
Iniziatore di una riforma, Gioacchino Rossini non ebbe soltanto il merito di aprir nuove vie all'arte melodrammatica, ma tutte le percorse da sovrano conquistatore, in tutte impresse la incancellabile orma propria. E perch il genio ha qualit, quasi direi, assorbenti, e la luce che da lui emana par che riassuma in s, compenetrandole, tutte le altre luci minori e le attenui e le spenga, appunto come il sole che non pu esser vinto da nessuna illuminazione artificiale, cos accadde che nel silenzio dell'autore del Guglielmo Tell si credette che la musica italiana avesse pronunziata l'ultima sua parola.
Di quali altri capolavori si sarebbe arricchito il repertorio melodrammatico, se nel Rossini la volont e la fantasia fossero state in ugual misura obbedienti,  ricerca che a nulla gioverebbe. L'immortale maestro, che impegni contrattuali col grande teatro di Parigi obbligavano per un corso non breve di anni, si sent a un tratto disorientato in quella rivoluzione del luglio 1830, che dava alla vita politica, alla vita letteraria ed artistica della Francia indirizzi nuovi. Come il Mefistofele del Goethe, che non comprende le classiche finzioni della greca mitologia nella simbolica evocazione di Elena, cos l'autore dell'Italiana in Algeri, del Turco in Italia, del Barbiere di Siviglia dura fatica a raccapezzarsi in quel moto degli spiriti vagheggianti ideali nuovi, in quelle irrequietezze delle fantasie giovanili che anelano ad orizzonti fino allora inesplorati. Rimane intatta e splendente la sua musica, perch segnata col marchio indistruttibile del genio, ma il suo linguaggio si crede o pare che non risponda pi ai bisogni, alle aspirazioni, ai desiderii dell'universale. Spira nelle regioni dell'arte un soffio di modernit che non si acquieta ai facili sorrisi dell'abbondante produzione dell'opera giocosa; e le menti, fatte serie e cogitabonde, drizzano per cos dire la vela in oceani pi sconfinati, dove par che baleni, tremolando sulle acque, la fata morgana dell'invadente romanticismo.
E frutto del romanticismo, imperante nella Francia  degli Hugo, dei Delavigne, dei De Vigny,  la musica dei maestri italiani succeduti al Rossini. Ai francesi compositori, come l'Auber e l'Halvy, ai tedeschi un po' infrancesati come Giacomo Meyerbeer, non valse la imitazione rossiniana, in principio servile e poi alquanto pi libera, per potere essi raccogliere la eredit creduta giacente. La divina Euterpe spicc il volo rivalicando le Alpi, e torn da Parigi nella sua vera patria l'Italia, di dove pi non si mosse.
Qui era nata, qui aveva raggiunto lo splendore suo massimo, qui erano sbocciate le immortali cantilene dei Pergolese, dei Paisiello, dei Cimarosa; e qui avrebbe dovuto fatalmente riallacciarsi la fulgida tradizione che la partenza del Rossini dalla patria un po' ingrata non era riuscita ad interrompere. Onde gli occhi di tutti si volsero l dove nuovi germi sbocciavano, dove le nuove manifestazioni dell'arte fiorivano, dove il genio della musica ci apparecchiava le nuove grandi sorprese del periodo che oggi studiamo.

***
Singolari tempi cotesti: quasi ponte di passaggio fra le due rive di un fiume frettoloso, avviato verso una mta iperbolicamente lontana. Dopo un lungo riposo di quindici anni, un riposo conquistato a prezzo di tanto sangue inutilmente versato nelle guerre del primo Napoleone, cominciava ora quella feconda evoluzione degli spiriti e delle menti, che, come dianzi accennavo, prese il nome, anzi rinvernici a nuovo quel vecchio nome di romanticismo: e se la Francia, seguitando l'esempio della Germania del Goethe e dello Schiller, sopravanz gli altri popoli nella feconda produzione poetica e prosastica, l'Italia, non ostante i grandi fulgori del genio manzoniano, si restrinse, almeno per allora, nel campo della musica: anzi pi specialmente della musica melodrammatica. Fosse mancanza di grandi ingegni letterarii, che avrebbero dovuto continuare l'opera iniziata nel '27 dal Manzoni col suo celebre romanzo, fossero le condizioni civili e politiche della penisola, fosse piuttosto, come io credo, la vivace rimembranza dei recenti trionfi musicali, fatto sta che l'Italia si restrinse per allora a una sola arte, e  gelosamente custod e mantenne quel suo primato invidiato ed invidiabile della musica teatrale.
Chi studiasse un po' attentamente quel periodo di vita sociale, che si svolse in Italia dal '31 al '46, ne troverebbe rispecchiate alcune sue manifestazioni nella musica dei maestri d'allora: i nomi dei quali sono vanto imperituro nell'arte del secolo decimonono. Quella musica combatte in principio una tenace battaglia, per liberarsi dai fscini e dalle seduzioni del grande mago che si adagia sorridente all'ombra dell'albero della sua gloria, e a poco a poco riesce a vincere: ma perdurano quelle ragioni, che avevano costretto anche il Rossini ad improvvisare in poche settimane, qualche volta in pochissimi giorni, le opere per le quali si era impegnato con le direzioni dei teatri. Il teatro  la pi potente, la pi geniale distrazione di quel tempo: , per cos dire, l'unica manifestazione chiassosa dello spirito pubblico, che si rivela in una incessante domanda di altre opere. E queste opere occorre rispondano alla smania di novit che agita le folle, occorre non interrompano ma anzi alimentino quella produzione artistica che deve diffondersi da tutti i palcoscenici d'Italia.
La schiera dei maestri, dico di quelli a cui non mancheranno i favori del pubblico,  troppo esigua al bisogno, perch ella possa corrispondere alle richieste che d'ogni parte si affollano: onde la necessit li costringe a lavorare rapidamente, talvolta con prestezza fulminea. Accade perci che non sempre la miniera, quantunque inesausta, dia metallo purissimo, e che il genio rifulga sempre della medesima intensit di luce: tormentato e irritato, egli ha ogni tanto qualche abbandono, qualche cascaggine, qualche annebbiamento che lo offusca. Ma dalla fredda accoglienza fatta a un'opera nuova, o anche da un clamoroso insuccesso, l'autore si risolleva e risorge come stimolato a vendicarsi, e le sue vendette sono spesso capolavori: capolavori che hanno nome Sonnambula, Norma, i Puritani, Anna Bolena, Lucrezia Borgia, Lucia di Lamermoor.
C' dunque un nuovo indirizzo, stavo per dire una nuova scuola che sorge, florida di giovinezza, ricca di speranze, cercatrice smaniosa di successi. La musica italiana, che s'era detto aver pronunziata col Guglielmo Tell la sua ultima parola, riprende il suo fatale andare, e parla ancora alle menti, eccita ancora le fantasie, commuove ancora ed esalta milioni e milioni di cuori. Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, i due astri pi luminosi della pleiade scintillante, procedenti per vie diverse ad una medesima mta, con magnanima ostinazione resistono alle prime avvisaglie della scuola tedesca, e dimostrano con l'esempio di voler serbare alla nostra musica la schietta italianit, che vuol dire il sentimento, la passione, la melodia, il canto.
Nei loro inizii, nelle inevitabili incertezze di chi, incominciando, sente di non poter camminare spedito se non si appoggia, come l'edera, a qualche robusto tronco, anche i due maestri s'ispirano e si scaldano al gran sole rossiniano: ma dopo quei primi esperimenti di una ginnastica intellettuale, quando la loro fibra si  ringagliardita nelle molteplici prove, ed essi hanno acquistata la coscienza sicura del proprio essere, ogni ombra d'imitazione scompare, ed essi raggiungono in brevissimo tempo la fama, la popolarit, la gloria. Sono l'uno e l'altro, e sinceramente lo confessano, una derivazione rossiniana: ma accade di loro, se mi  lecito di rapire una similitudine alla scienza astronomica, accade di loro come quando un bolide scoppiando si riduce in parti, e coteste parti, pur descrivendo ciascuna per conto proprio una traiettoria nello spazio, serbano in comune il punto primitivo di partenza: cos i due grandissimi, quantunque di grandezza diversa dal loro autore e non ostante l'individuale cammino percorso, sembrano emanare da un apice comune, da Gioacchino Rossini.

Ma della serena spensieratezza di quelli anni e di quella generazione, che affaticata dalle immani lotte napoleoniche cercava un riposo e una distrazione nelle prime opere del maestro di Pesaro, e rispondeva acclamando e ridendo alla squillante risata dell'autore del Barbiere di Siviglia, di cotesta spensieratezza non vedremo pi che una traccia fuggevole. Se qualche cosa d'incipriato sopravvive all'ottantanove e ai trattati del quindici, se nella vita poco o punto affaccendata delle classi colte c' ancora come un resto delle mollezze e delle morbide blandizie del settecento, e c' una corruzione elegante che non sa risolversi a rendere le armi, pure aleggia nella parte sana del popolo un'aura pi vivace, e gi un concetto delle civili responsabilit a poco a poco la penetra.
Interprete dei sentimenti e delle aspirazioni nuove sar l'arte della musica, che per la sua stessa indeterminatezza del linguaggio si piegher volenterosa ad esprimere sentimenti, affetti, passioni tumultuanti nelle anime.
Una solenne e austera mestizia par che governi il mondo, e di quella mestizia  raccontatrice e commentatrice fedele la musica. Sorrider ancora, in alcune geniali produzioni del Donizetti, la musa dell'opera giocosa, ma fra quei sorrisi vedremo pure  talvolta balenare scintillando le lacrime, e per arrivare al lieto fine di prammatica rasenteremo pi d'una volta il dramma. L'arte non  pi un semplice diletto, n una blanda carezza di suoni armoniosissimi; ella deve invece tradurre tutto quel complesso di aspirazioni che sono tanta parte nella vita nuova del popolo, deve in certo modo riprendere e continuare per conto proprio l'opera iniziata altrove con la poesia, col romanzo, col dramma. Una invisibil catena avvince le genti fra loro, le genti oramai consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri: e perch l'arte  il linguaggio che tutti comprendono, toccher a lei farsi divulgatrice d'idee e di propositi, che nel segreto dapprima, poi alla luce aperta del sole maturano.
Chi afferma che la musica di cotesti anni altro non  che la continuazione di quel che fu fatto nel primo trentennio del secolo, d prova di non averne penetrata la intima essenza. Certo n Vincenzo Bellini, n Gaetano Donizetti furono gli antesignani di una rivoluzione civile e politica, alla quale essi mai non pensarono, e della quale sarebbe sfuggita a loro, perch distratti in pi serene contemplazioni, la ragione remota o prossima. Ma un qualche cosa che vibrava e fremeva intorno dovette persuaderli che sarebbe toccata alla musica una partecipazione essenziale  in quel grande rimescolo degli animi e delle menti: e guidati da quell'istinto che  qualit divinatrice del genio, essi furono gli uomini del loro tempo, furono i gloriosi portabandiera di un piccolo ed elettissimo esercito, che combatte anche oggi battaglie non ingloriose nel campo dell'arte.
***
Vincenzo Bellini rappresenta, nella pleiade musicale di cotesti anni, il luminoso astro fuggitivo che briller d'intensissima luce per pochi anni, poi sparir quasi consunto dal suo medesimo fuoco. Se egli ottenesse dalla natura il dono prezioso della fecondit, non  certo; ma si sa che le opere sue pi belle, le tre opere magistrali che non morranno fintantoch almeno non si capovolgano le leggi eterne del gusto, rampollarono dall'accesa fantasia del giovane maestro con meravigliosa rapidit, e si sa pure che dopo il sublime suo canto del cigno, dopo quei Puritani che sollevarono un grido d'entusiasmo per tutto il mondo, egli, gi colpito dalla fatale malattia che doveva spegnerlo all'et di trentaquattro anni,  meditava sopra due nuovi soggetti. Di lui veramente, meglio che del Rossini, sarebbe curioso e opportuno indagare quali nuove forme avrebbe assunte, a quali diversi atteggiamenti si sarebbe piegato il suo ingegno, se la natura, dispettosamente crudele, non avesse voluto dare apparenza di verit all'antica sentenza di Menandro: "Muor giovine colui che al cielo  caro."
L'acutezza tutta meridionale della sua mente, in quei brevi mesi di soggiorno a Parigi, gli serv per penetrare addentro nei nuovi progressi della musica strumentale, che fu per lui come il dischiudersi di nuovi orizzonti; e forse non esagerano quei biografi i quali affermano, che prima di recarsi in Francia il Bellini non conoscesse che superficialmente la musica di quel maestro che il Rossini non dubitava di chiamare fra tutti il pi grande, e che fu Ludovico Beethoven. Della profonda mestizia, qualit predominante nell'autore delle Nove Sinfonie,  facile riscontrare pi d'una traccia nell'ultima opera del maestro catanese, come n  pi ricco, pi nutrito, pi vario lo strumentale. Egli che, nell'idilliaca Sonnambula, emul la greca semplicit e la perfezione di Teocrito, e nella Norma si sollev a grandezza epica, tocca, io credo, il massimo vertice del sublime con la dipintura delle cruente lotte fra i Puritani  ed i Cavalieri. Dalla favola montanara, tutta impregnata di agresti profumi, dalle foreste druidiche, di cui indovina, senza neanche darsi pensiero di approfondirle, le sanguinose tregende, egli trapassa alla contemplazione e alla riproduzione di un grande quadro storico: ma nella cozzante variet dei soggetti che tratta, egli serba pur sempre lo spiccato carattere della individualit propria, della propria originalit.
Ascoltando la musica di altri maestri, rimarremo incerti talvolta nell'attribuire la paternit a questo od a quello: ma Vincenzo Bellini non  possibile confonderlo mai con altri. Le sue cantilene soavissime, le sue melodie, quasi tutte di prima intenzione, e una tal quale morbidezza raffaellesca di contorni, ce lo annunziano e ce lo rivelano presente sempre.
Egli non somiglia che a s medesimo. Sentendolo, vien fatto di pensare che la sua musica, pi che dalla fantasia, gli germogli dall'anima, e che quell'anima riassuma e traduca le troppo fugaci gioie e gli eterni dolori dell'umanit: vien fatto di dire che i suoi canti, pi che col linguaggio delle note sono composti di lacrime, e sono le lacrime che raccontano le nostre miserie, le nostre intime ambascie.
Vincenzo Bellini ebbe principalissime, fra tutte le doti musicali, la schiettezza e la limpidezza, congiunte alla pi squisita semplicit delle forme. C' stato perfino un tempo, nel quale non si dubit di dirlo anche troppo semplice. Venti o venticinque anni fa il direttore di un teatro parigino, voglioso di rimettere in scena la Norma, propose a Giorgio Bizet, non ancora celebre, di rifare, secondo le nuove tendenze e il nuovo stile, la strumentazione dell'opera belliniana, e offr al giovine maestro, bisognoso di lavorare, qualche migliaio di lire. Tutto lieto il Bizet port a casa la partitura della Norma, stimando agevole impresa rimettere a nuovo la vecchia opera, vecchia allora di pi che quarant'anni. Ma di l a qualche giorno, con la partitura intatta sotto il braccio, egli and a trovare il direttore di quel teatro, e restituendogli lo spartito gli disse che le opere del genio sono intangibili, che a mettervi le mani e ad alterarle si commette opera profanatrice e sacrilega. L'autore futuro della Carmen, grande artista veramente, respingeva da s con ribrezzo la mostruosa complicit in un reato, rimasto fortunatamente uno sterile tentativo.
Ogni tempo ha l'arte che si merita e che gli si conf: e l'arte non ha efficacia immediata, se non in quanto rispecchia i gusti, le tendenze, le aspirazioni dell'epoca in cui ella sorge e fiorisce. La musica della prima met del nostro secolo, discesa in linea retta da quella del secolo precedente, mantenne intatta la tradizione, ma si arricch di forme pi belle, ma ebbe intenti pi serii e pi drammatici, ma penetr anche pi addentro nei segreti dell'anima umana.
Senza confondere l'arte con la scienza, ma senza ripudiare quest'ultima, rifiut tutto quello che non germogliasse direttamente dalla fantasia. E appunto per questo fu grande e semplice; ed ebbe nome, per il momento, Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, Oh non per loro certamente, non per le loro orchestre destinate ad accompagnare docilmente o ad abbellire di fregi modesti il canto della scena, non per le loro orchestre, come doveva accadere pi tardi per il mistico Wagner, tutte le potenze della natura congiurarono favorevoli, n la terra regal quasi tutto il metallo delle sue miniere e il legname delle sue foreste per fornire le armi sonore destinate agli assalti irresistibili! La musica di quei nostri grandi, veramente nostri, scaturita come fonte viva di limpida acqua dalle viscere della montagna, non ebbe bisogno delle violente arginature artificiali che ne affrettassero il corso, ma si diffuse allargandosi come in azzurro tranquillissimo mare tutto bagnato di sole. Era il sole d'Italia, o signori, e non aveva nulla da invidiare alle nebbie germaniche.

***
Diverso affatto dal Bellini fu Gaetano Donizetti, compagno suo ed emulo felice in quella gara che dur fino al 1835, fino all'anno in cui l'autore dei Puritani si spense. Di Vincenzo Bellini, tenuto conto anche dei primi tentativi melodrammatici, si contano nove opere soltanto: Gaetano Donizetti invece, fantasia pi feconda, ingegno pi vario se non altrettanto peregrino, e agitato dalla febbre continua del produrre, fornisce durante ventiquattro anni, dal '22 al '46, un cos lungo cammino, e semina quel suo cammino, con una prodigalit che rasenta la spensieratezza, di cos fulgidi capolavori, che basterebbe lui solo, io credo, a segnare di un'orma indistruttibile la storia dell'arte.
Egli fu veramente, per la grazia della espressione, per la originalit, la spontaneit, la vaghezza melodica, per una soavit e una delicatezza di cantilene non scevre di malinconia, egli fu il Mozart dell'Italia: non scevre di malinconia, ho detto, come fu divinamente malinconico il Bellini, s che l'uno e l'altro pare che rispecchino, nella indole dei loro ingegni e dei loro animi, il virgiliano  sunt lacrimae rerum, che il Manzoni, forse inconsapevolmente, ha tradotto con la mestissima frase che "del dolore ce n', sto per dire, un po' per tutto". Se non che il Donizetti, fecondo e versatile come pochi, e superiore in questo al Bellini, ci lascia incerti anche oggi se riuscisse pi felicemente efficace, appunto come Wolfango Mozart, nel melodramma serio o piuttosto nell'opera giocosa.
La popolarit e la fama rapidamente raggiunte lo avevano gi reso celebre in pochi anni: il nome suo non pure famoso in Italia, ma nelle principali e pi colte citt dell'Europa, andava fino dal '37 congiunto ad opere che s'intitolano Anna Bolena e Elixir d'amore, Lucrezia Borgia e Lucia di Lamermoor, Marin Faliero e Parisina, per tacer delle altre: e sono opere che rimarranno lungamente vive, insieme con quelle degli ultimi suoi dieci anni: rimarranno vive anche nei pervertimenti frenetici del gusto, anche nei periodi delle cos dette rivoluzioni musicali. Perch il genio ha anche questo di buono, di salutare, di benefico: che sopranuota a tutti gli errori, a tutte le aberrazioni, alle storture d'ogni maniera: egli resiste sereno ed impavido ai mutabili capricci della moda, alle piccole e alle grandi ostilit, alle guerriccile degli emuli, alle invidie degli impotenti.

E notate questo, o signori: gli anni in cui il Donizetti imper quasi solo nel campo della musica, furono gli anni delle aspettative pazienti: e perch, nel silenzio di ogni voce un po' libera, e nell'abbattimento di ogni aspirazione generosa, gli astuti governanti d'Italia erano larghissimi nel favorire, nel secondare, nel provocar quasi i popolari entusiasmi per i grandi spettacoli teatrali, accadde che le fantasie, private per allora di ogni pi vigoroso alimento, trovassero pascolo sufficiente e distrazione bastante per una nuova opera, per un giovane maestro che accennasse ad uscire dalla schiera dei volgari, anche per un artista, uomo o donna, che le imprese e le direzioni dei varii teatri d'Italia si disputassero.
C'era di mezzo l'arte; ma c'era anche, bisogna pur convenirne, il superficiale diletto dei sensi: e nel doloroso silenzio di cotesti anni fu possibile vedere, in quella citt che doveva poi scrivere col proprio sangue una pagina immortale nella storia del risorgimento italiano, fu possibile vedere preso d'assalto, con manifestazioni quasi di delirio, il teatro della Scala da una folla tumultuante, perch i due astri della danza, la Cerrito e la Essler, comparivano, per il momento non pi rivali, in un medesimo, ballo e nella medesima sera; e fu anche possibile  vedere giovani patrizi e banchieri stagionati disputarsi non soltanto i favori ed i sorrisi delle danzatrici pi celebri, ma anche i pi minuti gingilli abbandonati dalle dive al servitorame degli alberghi; persino le maioliche intime di una Essler, ridotte in cocci, dividersi come reliquie fra qualche dozzina di adoratori, perch potessero fregiarsene i candidi sparati delle camicie.
Ma non incrudeliamo soverchiamente sopra le debolezze di un tempo, la cui responsabilit non ricade che in piccolissima parte sulla cittadinanza italiana. Alle brevi aberrazioni succedevano ben presto i pi durabili e fervorosi entusiasmi per le grandi rivelazioni dell'arte, e il Donizetti, morto Vincenzo Bellini, fu per allora l'unico sovrano intellettuale delle folle, l'unico inappellabile arbitro del gusto.
Nello spazio di ventidue anni, dal '22 al '44, egli scrive sessantacinque opere: due in ciascun anno, spesso tre, talora anche quattro. Gli accade pi d'una volta di trovarsi a quindici e venti giorni di distanza dall'epoca fissata per la consegna di un'opera, e non soltanto non averne scritta neppure una nota, ma neanche sapere quale libretto gl'invierebbe il poeta: eppure nel giorno fissato egli mantiene scrupolosamente l'impegno.

Una sua opera fresca e limpida anche oggi come un mattino di primavera, l'Elixir d'amore, egli la scrivo in quindici giorni; scrive in sei settimane la Lucia di Lamermoor, uno dei pi squisiti capolavori musicali del secolo: compone in undici giorni il Don Pasquale, modello insuperato di commedia musicale: improvvisa in otto giorni la Maria di Rohan. Al cognato Vasselli di Roma, col quale mantenne sempre una fraterna e gioconda corrispondenza epistolare, cos scriveva argutamente da Parigi nel 4 gennaio 1843:
"Il giorno 31 del passato dicembre pass non da questa all'altra vita, ma da una parte all'altra della Senna, il signor Donizetti, per essere nominato socio corrispondente dell'Istituto di Francia. E ieri sera, 3 del nuovo 1843, si diede al teatro Italiano la prima recita della sua nuova opera Don Pasquale. Non vi fu pezzo senza applausi: l'autore chiamato dopo il secondo atto e dopo il terzo. L'opera gli  costata una pena immensa: undici giorni. Ora a Vienna dar il Duello sotto Richelieu (che  la Maria di Rohan): otto giorni di travaglio: giorni contati. E siete pregato di non raccontare i miei segreti, perch gi il pubblico o non li crede, od immagina che sia musica buttata gi."

Nove anni prima, nel 1834 a Milano, una grave infermit d'occhi impedisce al Mercadante di scrivere l'opera che si  impegnato di consegnare al teatro della Scala. Mancano quaranta giorni allo scadere dei termini, e il Mercadante chiamato a s il Donizetti caldissimamente lo prega di supplirlo, per evitare a se il pagamento di una grossa penale. Il Donizetti acconsente, in meno di trenta giorni consegna finita l'opera, e quell'opera ha nome Lucrezia Borgia.
Egli  fatto cos: la sua produzione  fulminea. Basta che un soggetto potentemente lo attragga perch egli se ne innamori, e subito gli trasfonda la vita immortale della sua arte. Indole arguta e di giocondissimo umore, lieto di trovarsi nell'amabile compagnia di parenti e di amici, egli non sfugge le allegre distrazioni della vita svagolata del palcoscenico, si trattiene perfino un po' troppo nei camerini delle prime donne; ma il pensiero fisso della sua mente  sempre rivolto a quell'opera, o meglio ancora a quelle opere che imprese, direzioni di teatri e pubblici con febbrile impazienza aspettano. E nei solenni momenti della geniale ispirazione egli si rinchiude, se cos posso esprimermi, in quella parte del mondo ideale ove sorge il palazzo marmoreo dell'arte. Cost egli evoca intorno  a s i fantasmi dei tempi e dei personaggi che furono, e scrive opere di argomento storico: cerca nei romanzieri, nei drammaturghi, nei commediografi l'abbozzo, la linea rudimentale di personaggi e di fatti immaginarii, ed egli li veste, li colorisce, d loro la vita, il movimento, il colore della sua arte.
A queste due categorie di personaggi egli chiede misteriosamente il segreto della loro esistenza, dei loro amori, delle loro gelosie, dei loro odii, delle loro colpe, ed essi, come avrebbe detto Niccol Machiavelli, per loro umanit gli rispondono. Nella storia e nella leggenda, nelle romanzesche avventure che i poeti immaginarono si svolgessero nelle antiche Corti, nei castelli medioevali, fra le montagne azzurre o fra le nevose della Savoia, nei poveri paeselli della campagna, nelle foreste della Scozia, nei grandi parchi dell'Inghilterra, il Donizetti si foggia per conto suo altrettanti mondi, e quei mondi, quasi rispondessero alla irresistibile chiamata di un dio, si risollevano dalle tombe come le suore peccatrici evocate dalla maga di Roberto, scuotono la polvere dei secoli, palpitano e si muovono, perch il genio di un uomo vi ha soffiato per entro il potente anelito della vita.

***
Ma "la via lunga ne sospinge" e l'ora si affretta verso il suo termine. Guardiamo ancora. Ecco che sul nostro cammino.... diciamo meglio, ecco apparire nel nostro cielo un nuovo astro, non per ora d'intensa e continua luce come i due che lo precedono, fosco anzi e un po' tenebroso in principio, ma che scintiller presto di splendori tutti suoi. E un giovine di ventotto anni, alto, magro, accigliato, con i lunghi capelli che gli scendono in ciocche abbondanti sul collo. La sventura lo ha colpito pochi mesi innanzi con la morte della giovanissima diletta compagna e di due figlioletti, e l'insuccesso clamoroso di una sua opera, la seconda scritta da lui, pare lo abbia allontanato per un pezzo dalla ingannatrice sirena melodrammatica. Dice a tutti di esser tornato dal nativo paese a Milano, non per cercarvi una gloria che pare il destino voglia negargli, ma per dar lezioni di canto e di pianoforte, giacch egli ha bisogno di vivere.
Non ostante ci, non pu rinunziare a far vita  comune con gli artisti, a discorrere della musica degli altri non avendo niente di bello da raccontar della propria, e passa le giornate e le sere in quel mondo cos vario, cos turbolento, cos incontentabile, che svolge le sue spire attorno alla piazza ove sorge il teatro della Scala: singolarissimo mondo che  come una Camera di Commercio del canto e della danza, mondo suddiviso in piccoli quartieri, in minuscole stanze a pian terreno ed al mezzanino, dove convengono ad ogni ora artisti, impresari, speculatori, faccendieri, buongustai, abbonati, pubblicisti, librettisti, maestri di musica, mezzani. Mancava allora la troppo celebrata galleria Vittorio Emanuele, sotto la cui cupola bighelloneggiano gl'irrequieti cercatori di scritture teatrali; ma c'era il portico del teatro della Scala, c'erano gli sgabuzzini degli agenti, i negozii di musica di Francesco Lucca e di Giovanni Ricordi, i caff, le fiaschetterie, i camerini delle imprese, le quinte dei palcoscenici: e dappertutto era un rimescolo di offerte e di domande, una animata, continua, febbrile conversazione, un protestare, un indignarsi, anche uno scambio di male parole fra chi vantava i propri meriti, e chi s'ingegnava a disprezzarli per pagar meno: e tutto questo accompagnato da squassamenti delle lunghe zazzere dei tenori spioventi sui baveri, da movimenti drammatici dei pizzi prolissi dei baritoni, da voci cavernose dei bassi profondi, dallo scodinzolare leggiadro dei soprani, dei mezzi soprani, e dei contralti.
In quel mondo, al quale manc finora - ed  veramente un peccato - l'arguto e verace istoriografo, si aggira inquieto e nervoso quel giovane di ventotto anni, che ascolta tutti e discute animato ed a scatti, che, nel facile contradire delle conversazioni al caff, batte con violenza sul tavolino la mano larga e tozza, e con l'audacia di certi suoi propositi scandalizza i refrattari parrucconi del Conservatorio milanese: quei parrucconi che con una farisaica interpretazione dei regolamenti avevano respinta la sua domanda di parecchi anni prima per essere ammesso fra gli alunni di quell'Istituto musicale.
A cotesto giovanotto oramai maturo e gi autore di due opere, che dice a tutti di non volere pi scrivere per il teatro, e invece non pensa, non discorre, non palpita che per cotesto fantasma dei suoi trepidi sogni, a quel giovanotto occorre si presenti una occasione fortuita, occorre il mancato adempimento ad un patto contrattuale di qualche maestro, che so io? la necessit in cui si trovi un impresario di fare onore in qualsiasi modo agli  impegni assunti col pubblico: occorre questo, perch gli occhi del giovine si ravvivino di speranze, perch il tumulto della fantasia si ridesti, perch il dio della ispirazione mandi il tonante grido della riscossa.
E il grido ci fu: la fantasia ebbe un sussulto: l'opera apparve luminosa nel cielo dell'arte. Quel giovinotto aveva nome Giuseppe Verdi, quell'opera s'intitolava Nabucco.
La storia anedottica del Nabucco l'ha raccontata lo stesso Verdi. L'opera doveva musicarla il maestro Nicolaj, e in una sera di decembre del 1841 l'impresario del teatro della Scala, incontratosi col Verdi, gli raccont che il libretto della nuova opera non piaceva al maestro, che per la ristrettezza del tempo non era possibile averne altri, ma che lui impresario manderebbe al diavolo il Nicolaj se il Verdi accettasse di scrivere la musica del Nabucco.
La resistenza e le proteste furono vane: il giovane maestro, cacciatosi in tasca il manoscritto di Temistocle Solera, corse a casa: e aperto cos a caso il quaderno, lesse i versi, rimasti celebri, dello stupendo coro: "Va', pensiero, sull'ali dorate," che nella musica melodrammatica del nostro secolo  forse la invocazione pi appassionata e pi sublime alla patria lontana, e che fratello maggiore del coro dei Lombardi, meriterebbe con pi ragione si ripetesse di lui:

Che tanti petti ha scossi e inebriati.

Col Nabucco s'iniziano veramente i trionfali successi del Verdi: continuano con l'opera venuta dopo, I Lombardi alla prima Crociata, raggiungono il massimo dell'entusiasmo con l'Ernani: dal '42 al '44, il "giovane Verdi," come allora lo chiamavano, avea acquistato in meno di tre anni un posto d'onore; e raro esempio nella storia dell'ingegno umano, non solo non ne discese pi mai, ma di scalino in scalino, di tappa in tappa, se cos mi  lecito esprimermi, sal alla fama, alla rinomanza, alla gloria. Egli rimaneva oramai quasi solo (l'astro del Donizetti si avvicinava rapidamente all'angoscioso tramonto), quasi solo egli rimaneva a rappresentare la grande, la nobile, la ispirata arte italiana.
Egli ebbe intenso dalla natura, e lo ha squisitamente affinato nel corso degli anni, l'istinto prezioso e incomunicabile dell'effetto teatrale; anche obbed, in tutte le opere di quella sua prima  maniera, alla foga potente della ispirazione, e fu di un'abbondanza melodica che somigli quasi alla prodigalit. Pecc qualche volta per dato e fatto della sua stessa virt, pecc di trascuratezza. Simile forse in questo (me lo perdonino le ascoltatrici gentili) simile a una donna bella che osi, appunto perch bella, presentarsi ai suoi ammiratori un po' scapigliata e in abito disadorno. Ma egli  che allora si scriveva musica per scriver musica, e con le sette note di Guido Monaco non s'intendeva di risolvere n un problema d'algebra, n un teorema di meccanica celeste: si voleva soltanto destare la commozione, il grande e il solo sentimento che possa chiamare le folle in teatro.
E di una commozione, trasportata fino alle regioni del parossismo, fu causa l'ultima delle opere che ho citata, l'Ernani. Il dramma audace dell'Hugo, simbolo di riscossa per tutta una scuola letteraria, diventa il vangelo altrettanto audace di tutti gli spiriti liberi. Venezia, dove la nuova opera fu per la prima volta rappresentata, e in breve giro di mesi tutta l'Italia acclamano il cantore di Doa Sol, come il rappresentante della musica dei tempi vaticinati. Pare quasi interrotta la tradizione; si direbbe che il maestro, spezzate le catene del convenzionalismo, si slanci a scoprire i nuovi orizzonti dell'arte, illuminata da lui col sole del proprio genio.
Ernani  la protesta magnanima contro le tirannie,  l'odio della violenza alimentato dalla violenza,  il grido del popolo che si ribella alla signoria dei grandi e dei sovrani. Come suonano rimbombanti e armoniosissimi i versi del poeta francese, cos l'alata schiera delle melodie del maestro italiano si libra a volo sul dramma, e tutto lo penetra e lo investe. C' in quella musica qualche cosa di trepido, di convulso, di rapido, d'irrompente. L'ardentissima anima del Verdi non aveva avuto ancora, e forse non le ebbe mai pi, vibrazioni musicali cos gagliarde, non s'era mai slanciata a colorire con tanta esagerata potenza un immenso quadro drammatico. Io credo sieno pochi gli esempi di opera che, come l'Ernani, mantengano sempre viva, musicalmente, l'attenzione dalla prima all'ultima scena; e qui il dramma e la musica mirabilmente si fondono a raccontare in altissimo metro una pagina della storia eterna del cuore umano.
E cos Giuseppe Verdi, con la stupenda produzione che va dal '42 al '46, schiude veramente le porte dell'avvenire, creando uno stile suo, manifestando una maniera tutta sua propria di concepire  e di svolgere un violento contrasto di passioni sulla scena melodrammatica. La fecondit di quelli anni, non dissimile dalla geniale rapidit donizettiana, nocque forse al maestro di Busseto per la materiale impossibilit di adoperare la lima: ma giov alla espressione di una pi grande sincerit in quei subitanei quasi selvaggi scoppi del genio, preludio ad avvenimenti che maturatisi nel silenzio, dovevano di l a poco suscitare i fremiti delle balde giovanili speranze nel cuore improvvisamente svegliatosi della patria.
In quel medesimo anno, che  l'ultimo del periodo del quale le nostre Letture si occupano, e sempre nella citt di Venezia, un'altra opera del Verdi scoppi come fulmine e fu l'Attila: musica tempestosa che entrava difilato per le orecchie nelle anime, e di popolarit cos clamorosa e cos diffusa, che sopravvisse di qualche anno alla morte delle speranze italiane: come uno di quei canti che l'esule con accorata tenerezza ripete, perch gli richiama alla mente le dolci valli della patria lontana.
 naturale quindi che in coteste opere della prima maniera del Verdi si volesse rintracciare un concetto politico: cos nei Lombardi che sospirano al tetto natio e ricordano con sublime lamento i  ruscelli ed i prati della loro terra, parve di scorgere una anticipazione del quarantotto, quasi un simulacro di movimento nazionale: e nella celebre offerta dell'universo che fa Ezio ad Attila, purch a lui, generale romano, rimanga l'Italia, c'era pi che un pretesto per sollevare a rumore le platee, per far vibrare la corda dello spirito patriottico.
Si potranno questi chiamare gl'innocenti anacronismi della leggenda, ma non sono perci inutili: tanto  vero che di l a pochi mesi le pi fortunate e popolari opere del Verdi si trasformarono in segnacoli di riscossa, i suoi canti ispirati furono gl'inni della nazione, e Gerusalemme divent Milano con le sue cinque giornate. La musica  cos fatta, che mirabilmente si piega ad esprimere il concetto dominante negli spiriti; e se un caldo soffio di poesia la ravvivi, ella diventa preghiera ed imprecazione, espressione d'infinito rammarico e di giubilante letizia, augurio, speranza, vaticinio. I poeti d'Italia cantavano in strofe roventi la rivoluzione prossima a trionfare; ma non bastava il ritmo poetico, ci voleva una risonanza pi armoniosa e pi vasta; e il popolo fremente e commosso ripeteva sulle pubbliche piazze il "Va' pensiero, sull'ali dorate" del Nabucco, e l'"Oh, Signore, dal tetto nato" dei Lombardi. Con un anticipato augurio di cinque lustri Alessandro Manzoni aveva inneggiato nella lirica patriottica del 1821 alle "giornate del nostro riscatto."


Signore e Signori,

Attorno a quel gruppo di stelle, onde si compone la pleiade musicale che brill nei puri vesperi dell'Italia dal '31 al '46, altri minori pianeti, come obbedienti satelliti, girarono e modestamente splendettero; ma la loro luce ebbe bagliori fugaci che ben presto si dissiparono. Nell'azzurro sconfinato del cielo gli astri di prima grandezza soltanto rimasero, ad attestare che il primato della musica  ancora nostro, e uno ancora vi rifulge solitario e lucente, come remota stella polare, speranza e guida dei naviganti che si affacciano ai mari inesplorati del secolo nascituro.


LA ELETTRICIT ANIMALE.
 
CONFERENZA DEL Prof. GIULIO FANO.



Signore e Signori,

Il periodo di vita italiana dal 1831 al 1846, preso in esame dalle conferenze di quest'anno,  caratterizzato soprattutto dalle idee di rivendicazione politica e sociale che fermentavano allora nelle menti di molti fra i migliori, distogliendoli, in parte almeno, dalle ricerche sui fenomeni naturali. Si capisce che le lotte intestine, le congiure, i moti e le vicende tormentose della patria possano conciliarsi coll'inspirazione artistica, anzi spesso eccitarne lo sviluppo in alte e nobilissime forme che valgano ad esaltare i meno animosi ed a raccogliere i pi sotto la stessa bandiera. Ma per le scienze esatte, per le ricerche pazienti di laboratorio, per l'esame accurato della natura si richiedono tempi sereni e tranquilli. Qualche manifestazione geniale si presenta,  vero, nella storia della scienza anche nei momenti pi torbidi, ma sono forme accidentali  di un carattere che si potrebbe dire vulcanico, e non gi il risultato di quelle forze costanti che agiscono lentamente sulla coscienza collettiva degli studiosi.
Ci nonostante, anche in quei tristi, incerti, ma pure gloriosi periodi della nostra vita nazionale, possiamo con orgoglio ricordare parecchi notevoli contributi allo sviluppo delle scienze fisiche e naturali. Fra gli argomenti di carattere biologico allora trattati, uno fra i preferiti da molti scienziati italiani  l'elettricit animale, e ne fanno fede i nomi del Nobili, del Marianini, del Santi-Linari, del Grimelli, del Matteucci, del Savi, del Pacini, alcuni dei quali, e fra i pi illustri, furono onore dell'Ateneo fiorentino. Si direbbe che i germi lasciati dal Galvani e per lunga serie di anni rimasti assopiti in una specie di stato latente, portati in questa terra toscana che ebbe sempre e giustamente il vanto di proteggere i buoni studi, riprendessero nuova vita dando ricchi e rigogliosi germogli. Sicch l'elettricit animale, che nacque come argomento di ricerca in Italia, e qui ebbe le maggiori e pi importanti cure, che ne assicurarono lo sviluppo, pu dirsi a ragione cosa nostra, senza che per questo si diminuisca il carattere cosmopolita che fa della scienza l'unico vincolo che ancora raccolga la sminuzzata umanit di questa tristissima fine di secolo. Quanto  vi ho detto, spero sia sufficiente per giustificare la mia scelta. Debbo per avvertirvi che non posso restringere il mio dire a ci solo che in proposito si  osservato nei tre lustri fissati dal programma, e neppure mi  lecito limitarmi ai soli risultati dovuti a ricercatori italiani. Voi non mi perdonereste certamente di sacrificare ad un sentimento nazionale, che in tal caso sarebbe malinteso, un argomento scientifico che, nato in Italia, divenne poi per sua natura universale.
Il capitolo della elettricit animale comprende quelle manifestazioni elettriche date da un animale o da una parte di esso durante la vita, e che si sviluppano dagli organi come una naturale e necessaria conseguenza delle loro attivit funzionali. Sicch i fatti elettrici che si possono ottenere in certi casi, per esempio passando con forza la mano sul dorso di un gatto vivo come su quello di un morto o semplicemente su una pelliccia di gatto, appartengono tanto poco alla elettricit animale quanto ci che si manifesta collo strofinare un bastone di resina o di zolfo. Nello stesso modo nessun rapporto hanno col nostro soggetto le scintille che alcune persone ottengono passandosi le mani nei capelli o stropicciandosi altre parti del corpo. Si tratta in questi casi semplicemente di elettricit per strofinamento  e si capisce come condizioni particolari della pelle, dei peli e dell'ambiente possano dare a questo fenomeno proporzioni veramente stupefacenti.
A queste osservazioni per, tanto semplici per s stesse, si aggiunsero, come troppo spesso accade, i prodotti pi o meno sinceri dell'immaginazione, sicch si venne ad affermare che alcune persone erano dotate di vere propriet elettriche a somiglianza di alcuni pesci dei quali avremo fra poco occasione di parlare. Numerose sono le osservazioni citate in proposito. Mi limiter a ricordare quella della Signora elettrica di Oxford negli Stati Uniti, perch  forse il caso documentato meno peggio. Essa si accorse il 25 gennaio 1837, mentre in numerosa compagnia osservava un'aurora boreale, che le dita delle sue mani emettevano scintille elettriche ogniqualvolta essa accarezzava il volto di un suo fratello. Tutta la societ, bench in sul principio fosse molto dubbiosa, dovette poi convincersi della realt di quello strano fenomeno, ed il dottor Williard Osford, una specie di san Tommaso, fu condotto alla fede da una scintilla lunga circa venti millimetri, che quella interessante persona gli scaric sulla punta del naso, dai polpastrelli delle dita, facendolo indietreggiare spaventato. Il marito di quella signora era lontano, in viaggio, al momento  dello sviluppo di quella strana propriet. Allorch in aprile ritorn, la moglie gli and incontro alla porta di casa, e presentandogli scherzosamente le mani alla faccia lo sbalord con una scarica elettrica. Come vedete, quando un marito torna a casa dopo una lunga assenza deve essere preparato a qualunque sorpresa!
A me fu raccontato da un medico di Firenze di un caso simile da lui osservato in queste ultime settimane. Una signora straniera, che abita la nostra citt, si presenta, soprattutto quando domina la tramontana, come circondata da una nube luminosa, tante sono le scintille che crepitando scoccano dalla superficie del suo corpo. E le parti pi intime del suo abbigliamento, e le lenzuola del suo letto sono cos cariche di elettricit, che il solo sfregamento di esse d luogo ad imponenti manifestazioni elettriche. Anche qui si tratta,  evidente, di semplici fatti dovuti ad elettricit sviluppata per sfregamento.
Ad ogni nostro movimento noi produciamo calore, fra le molte altre ragioni, per l'attrito dei piedi contro il suolo o degli indumenti sulla persona, e nello stesso tempo diamo luogo, per le stesse cause ad una elettrizzazione della superficie del nostro corpo e degli oggetti che con essa vengono in contatto. Si capisce come condizioni particolari di poca  conducibilit degli appoggi e delle parti superficiali dell'organismo debbano provocare i fenomeni sopra descritti, i quali, bench possano sembrare meravigliosi, sono molto pi semplici di un battito del nostro cuore o di un movimento delle nostre labbra. Certamente le condizioni nutritive e nervose di quegl'individui contribuiscono a dare alla loro cute quelle propriet particolari che determinano una elettrizzazione tanto notevole, ma non per questo possiamo dire che quei fatti appartengono alla elettricit animale propriamente detta.
Fa parte integrale di essa invece la causa che determina le scosse risentite toccando un cos detto pesce elettrico.  questo anzi il primo fatto di elettricit animale che sia stato conosciuto, e se ne parla sin dai tempi pi remoti, senza darne per, e si comprende, una retta interpretazione. I pi anticamente noti fra i pesci elettrici, per quanto ne possiamo sapere noi, sono le torpedini, perch abitanti il Mediterraneo. Esse fissarono l'attenzione del volgo prima e dei naturalisti poi. Come rappresentarci lo stupore e lo spavento di quegli ingenui pescatori che tirando a terra la rete colma di pesci vengono colpiti da una scossa che li irrigid e li paralizz ad un tempo? Vi  solo da meravigliarsi che essi, cos immaginosi e ricchi di forme simboliche, non abbiano messo fra le mani poderose di Nettuno una torpedine invece del tridente o del delfino. Debbo per notare a questo proposito come in un vaso proto-etrusco del museo archeologico di Firenze si osservi la figura in rilievo di una torpedine associata ad una sfinge maschio, e contrapposta ad un felino con criniera irradiata. Quel pesce, secondo il Milani, rappresenterebbe probabilmente la forza occulta del mare notturno contrapposta alle forze palesi della natura.
Ai tempi di Aristotile la torpedine si chiamava Nark, che vuol dire torpore, ed a questo proposito Platone fa dire a Menone in uno dei suoi dialoghi: "O Socrate, gi prima di conoscerti avevo sentito dire che tu nelle discussioni non fai altro se non porre te stesso nell'imbarazzo e metterci gli altri, e anche ora mi pare che tu con ogni sorta di incantesimi mi abbia ridotto a non trovar via d'uscita; anzi, se  lecito scherzare, mi sembri affatto simile nell'aspetto e nel resto alla Nark marina piatta. Essa infatti fa intorpidire chi le si accosta e la tocca; ed anche tu hai fatto lo stesso a me. Perch, in verit, mi si  paralizzata l'anima e la bocca e non so che risponderti."
I commentatori, per far comprendere il senso nascosto delle parole messe in bocca a Menone, rammentano  come Socrate avesse il viso piatto che poteva essere paragonato alla forma schiacciata della torpedine. Per conto mio trovo che  uno scherzo di assai cattivo genere e tale da far venire i brividi a qualunque conferenziere che abbia il profilo un poco camuso.
Molti altri scrittori dell'antichit hanno parlato dei notevoli fenomeni prodotti dai pesci elettrici, particolarmente Oppiano, poeta greco dei tempi di Settimio Severo. Galeno poi credette di poter spiegare la sensazione provata al contatto di quegli animali attribuendola ad un principio frigorifero, e per motivare la sua opinione port i buoni effetti prodotti dalla applicazione delle torpedini alla medicina, soprattutto contro il mal di capo e la gotta. Come vedete, non vi  nulla di nuovo sotto il sole, e i Romani facevano anch'essi della Elettroterapia; ma soltanto la facevano senza saperlo.
Saltando a pi pari molti secoli arriviamo a Francesco Redi, il geniale accademico del Cimento, primo medico della casa granducale di Toscana, l'inspirato poeta del vino, il fine, attento, perspicace osservatore di fatti naturali. Ecco come egli ci intrattiene sulle torpedini, in quel suo musicale e purissimo stile: " cosa notissima che quel pesce marino chiamato tremola, torpedine, ovvero torpiglia, se sia toccato renda intormentita e stupida la mano ed il braccio di colui che lo tocca; ed io ne ho fatta la prova pi di una volta, per certificarmi di tal verit e per poterne favellare con certezza di scienza. E voglio raccontarvi che alcuni pescatori, essendo a mia requisizione andati alla pesca di questo pesce ne pigliarono uno e portatomelo vivo poco dopo che l'ebbero preso, appena che lo toccai e lo strinsi colla mano, che mi cominci a informicolare e la mano e il braccio e tutta la spalla con un tremore cos fastidioso e con un dolore cos afflittivo ed acuto nella punta del gomito, che fui necessitato a ritirar subito la mano: e lo stesso mi avveniva ogniqualvolta io voleva ostinatamente continuar lungo tempo a toccarlo. Egli  ben vero che quanto pi la torpedine si avvicinava alla morte, tanto meno io sentiva il dolore e il tremore, anzi molte volte io non lo sentiva; e quando ella fu quasi finita di morire, che pur camp ancora tre ore, io poteva maneggiarla con ogni sicurezza e senza fastidio veruno: che perci non  maraviglia se alcuni stiano in dubbio della verit di questo effetto, e lo tengano per una favola, avendone essi per avventura fatta l'esperienza non con le torpedini vive, ma con le morte o vicine a morire."

Il Redi ed il suo discepolo Lorenzini, che, all'epoca del Rinascimento delle scienze naturali, furono i primi a studiare la torpedine, supponevano che questo pesce inviasse da lontano una quantit di piccoli corpuscoli che s'insinuerebbero nelle parti delle quali essi determinano l'intorpidimento, e che sarebbero proiettati dalla contrazione di due organi riputati muscolari, e chiamati, in ragione della loro forma, muscoli falcati.
Il Borelli, un altro insigne accademico del Cimento, riguarda quella emissione di corpuscoli stupefacenti come immaginaria, e pensa che la torpedine, colpita essa stessa da tremiti violentissimi, comunichi queste vibrazioni all'essere che la tocca e determini cos in esso un intorpidimento.
Non sorridiamo a questi tentativi di rappresentazione di un processo funzionale, perch a ben altre forme dottrinarie ci hanno abituati certuni ai giorni nostri, i quali, essendo tanto pi dogmatici quanto meno vogliono parerlo, pretendono di dar ragione dei fenomeni presentati non solo da un individuo ma da una intera societ umana, adoperando alcune formule semplicissime, che non sono neppure di loro invenzione, per mezzo delle quali tutto pu essere classificato e spiegato; tanto meno scusabili inquantoch ogni giorno pi si mette in chiaro l'immensa  complessit dei fatti biologici, di quelli anche che potrebbero a prima vista sembrare di una semplicit primordiale.
Si capisce, del resto, che ai tempi del Redi, del Lorenzini e del Bellini non si potesse avere un'idea esatta intorno alla natura della scossa ricevuta dalla torpedine, perch non si conosceva ancora la bottiglia di Leida, che sembra datare dal 1745. Dopo ci si comprese che l'agente sviluppato da quel pesce  di natura elettrica, e le osservazioni in proposito, alle quali contribuirono il Volta e il Galvani, eccitarono entrambi questi illustri nella loro lotta per la verit. Infatti il Galvani considera la sua preparazione, fatta di muscoli e di nervi, come un organo elettrico ridotto, e il Volta si inspira a quell'apparecchio nella costruzione della sua pila, che egli chiama "organo elettrico artificiale" "per essere (come scrive al Brugnatelli) fondato sopra i medesimi principi e simile anche nella forma, secondo la sua prima costruzione, all'organo naturale della torpedine."
La scoperta della pila mise nell'ombra le mirabili osservazioni del Galvani, e le sue affermazioni intorno alla elettricit animale, e ci bench fosse ormai indiscutibile che la torpedine si comporta come una macchina elettrica, e come una pila insieme,  e che lo sviluppo dell'elettricit  in quegli animali dipendente dalle loro condizioni vitali. La morte infatti porta con se, come del resto aveva gi osservato il Redi, la cessazione di ogni fenomeno elettrico, e tutte le osservazioni dimostrano anche che la potenza intorpidente dei pesci elettrici si indebolisce a misura che diminuiscono le attivit funzionali dell'animale, che essa si esaurisce per ogni emissione eccessiva, e che, nello stato normale dell'organismo, essa pu ristabilirsi col riposo. Questi esseri singolari sono capaci,  vero, di dare parecchie scariche successive, ma queste vanno gradatamente indebolendosi, sino a che quei pesci possono essere impunemente toccati. Poi, col tempo, soprattutto se bene alimentati, essi riprendono le loro capacit elettriche, cos come si osserva nelle manifestazioni dell'energia muscolare e nel decorso della fatica. Vi  insomma, sotto molti aspetti, una completa identit fra la scossa elettrica della torpedine ed un movimento volontario. Le torpedini e gli altri pesci elettrici, come il gimnoto ed il siluro, danno una scossa elettrica come un cavallo darebbe un calcio, un cinghiale un colpo di zanna, una tigre un morso, un'aquila un colpo d'ala o d'artiglio. Il meccanismo nervoso volontario pel quale si esplica l'atto della  difesa e dell'offesa  lo stesso in questi casi, non solo, ma anche gli effetti esteriori che ne risultano hanno molte analogie fra loro. Ogni giorno di pi, infatti, si mettono in chiaro le somiglianze strutturali fra muscoli ed organi elettrici, non solo, ma pure quelle funzionali fra scossa elettrica e contrazione muscolare. Questi due atti si lumeggiano vicendevolmente, inquantoch obbediscono alle stesse leggi generali; sicch possiamo dire, per adoperare un linguaggio tecnico, almeno una volta, che entrambi dipendono probabilmente, per quanto riguarda l'effetto esterno, da cangiamenti di tensione superficiale.
L'affinit fra un movimento volontario ed una scossa elettrica mi richiama alla mente una descrizione dell'Humboldt, che amo ripetervi in parte, bench la ritenga universalmente conosciuta. Si tratta della pesca dei gimnoti, o anguille elettriche, che vivono nelle acque dell'America meridionale, e che danno, quando siano irritate, scosse potentissime, molto pi energiche di quelle della torpedine. Non bisogna per credere che il racconto dell'Humboldt si riferisca ad un modo usuale di pesca; esso piuttosto va considerato come la narrazione di una accidentale avventura di viaggio. Ecco le parole del celebre viaggiatore e scienziato tedesco:

"L'anguilla elettrica, bench tardissima nei movimenti, si prende difficilmente con reti, perch simile al serpe si affonda nel fango. Si potevano in tal caso adoperare le radici di alcune piante che hanno la propriet, gettate in uno stagno, di inebriare o stordire gli animali che vi si trovano. Non volevamo per ricorrere a questo metodo, perch le anguille ne sarebbero state indebolite. Allora gli indiani dichiararono che volevano pescar con cavalli. Corsero nelle steppe ove sono numerosi i cavalli e i muli selvatici, ne presero una trentina e li spinsero nell'acqua.
L'inaspettato rumore dello scalpito dei cavalli spinge i pesci fuori della melma e li invita all'attacco. Le grandi anguille gialle nere, simili ed enormi piante acquatiche, nuotano qua e l presso alla superficie e guizzano sotto il ventre dei cavalli e dei muli. La lotta fra animali cos differenti forma il quadro pi pittoresco.
Gli indiani muniti di giavellotti e di lunghe e sottili canne si appostano in fitta colonna intorno allo stagno. Alcuni salgono sugli alberi i cui rami si stendono orizzontalmente sull'acqua. Colle selvagge loro strida e colle lunghe canne  fanno indietreggiare i cavalli che vogliono risalire le rive.
Le anguille, assordate dal rumore, si difendono con ripetute scariche delle loro batterie. Per qualche tempo pare che debbano riuscire vittoriose. Parecchi cavalli soccombono ai colpi invisibili che minacciano gli organi i pi essenziali. Storditi dalle incessanti e violenti scosse cadono al fondo. Altri sbuffanti, irta la criniera, gli occhi dilatati per lo spavento, fuggono disperatamente cercando di sottrarsi alla bufera, ma sono respinti dagli indiani. Alcuni per, ingannando la vigilanza dei pescatori, giungono alla sponda, vacillano ad ogni passo, e spossati a morte si gettano sulla sabbia colle membra irrigidite....
Credevamo che tutti gli animali impegnati in quella lotta dovessero soccombere l'uno dopo l'altro. Ma a poco a poco il furore scema, e le anguille affaticate si sparpagliano. Hanno ora bisogno di un lungo riposo e di un abbondante cibo per riacquistare le forze galvaniche disperse nel combattimento: esse vengono ora paurose presso la spiaggia e sono prese mediante piccoli giavellotti raccordati a lunghe funi.
Un uomo non si esporrebbe senza pericolo al primo colpo di una grossa anguilla elettrica irritata. Se si riceve la scossa prima che il pesce sia ferito o stanco da una lunga persecuzione, il dolore e lo stordimento sono tali che non si pu dar conto della sensazione. Non mi ricordo (dice l'Humboldt), di aver provato, dalla scarica di una gran bottiglia di Leida, uno scrollo terribile al pari di quello che soffersi quando misi incautamente i due piedi sopra un'anguilla elettrica che era stata poc'anzi tratta fuori dell'acqua. Per tutto quel giorno ebbi violenti dolori nelle ginocchia e in tutte le articolazioni."
E un giovane tisiologo tedesco, morto da poco, il Sachs, racconta che, avendo lasciato cadere un gimnoto sul suo piede, fu gettato a terra e prov tale un dolore, che non pot trattenersi dal gridare.
Ma io non posso indugiarmi sui pesci elettrici, perch di un altro argomento voglio parlarvi succintamente prima di lasciarvi. Mi limiter per questo a riassumere in poche parole lo stato attuale delle nostre cognizioni in proposito, ricordando che ad esso hanno contribuito parecchi italiani, fra i quali amo citare in particolar modo, limitandomi al periodo storico che ora consideriamo, i nomi del Nobili, del Matteucci, del Pacini.
Alcuni pesci, appartenenti a tre gruppi molto  diversi fra loro, le torpedini, i gimnoti ed i siluri, hanno la propriet di dare forti scariche elettriche, subordinate all'attivit del loro cervello. Questa funzione elettrica  esercitata per mezzo di un apparecchio speciale, composto di un gran numero di elementi. In ciascuno di questi ultimi penetra una terminazione nervosa, presso a poco nello stesso modo col quale un nervo motore si dirama in un muscolo volontario.  indiscutibile che la forza emanata dall'organo in questione  una forma di elettricit. Lasciando da parte l'influenza che la energia sviluppata dai siluri, dai gimnoti, dalle torpedini esercita sopra gli organismi viventi, ricorderemo come questi pesci abbiano dato scintille a guisa di una bottiglia di Leida. Inoltre, con quella forma di energia si ottennero effetti calorifici e di decomposizione chimica, si fece deviare l'ago magnetico, si provocarono fatti di induzione in un rocchetto e si accese una lampadina elettrica. Si tratta dunque di vera elettricit ed in questo caso sembrerebbe proprio che l'organismo ci desse un esempio, qual meglio non si potrebbe sperare, di una funzione ridotta ad un semplice fenomeno fisico.
Eppure neanche in questo caso la fisica pu da sola servirci, per ora almeno, a comprendere completamente  la scossa di cui  questione, perch l'elettricit emessa dai pesci elettrici si trova in condizioni speciali quali non si ottennero peranco con gli apparecchi raccolti nelle ricchissime collezioni dei fisici. Infatti essa presenta le propriet insieme dell'elettricit statica, della dinamica e della indotta.
Che dire poi della enorme differenza che esiste fra i nostri mezzi di sviluppare l'elettricit e quelli adoperati da un pesce elettrico? Perch certo nessuno vorr dare maggior valore di quello che si conceda ad una figura rettorica al confronto fatto fra gli elementi di una pila voltaica a colonna e le lamine dei prismi che costituiscono l'organo elettrico di una torpedine. E come spiegare l'immunit che quei pesci dimostrano per l'agente potentissimo che essi stessi sviluppano?
Voi vedete dunque come, bench si tratti in questo caso di un fenomeno puramente fisico quale  quello di una scarica elettrica, pure la fisica non pu aiutarci completamente a comprendere i mezzi impiegati dall'organismo per elaborare e sviluppare quella singolare forma di energia.
Badate inoltre che la scarica di un pesce elettrico implica quasi sempre un atto volontario che ci conduca a studiare il problema della coscienza, di quella  propriet per la quale un essere vivo avverte se stesso e l'ambiente che lo circonda. La fisiologia ha affrontato questa questione che tocca la intimit stessa della nostra personalit senziente e pensante, e certo tutte le ricerche anatomiche fisiologiche e quelle particolari di psicologia hanno gettato un po' di luce sugli elementi strutturali dai quali quei fatti emanano e sui processi fisici, chimici e funzionali che li accompagnano e con ogni probabilit li determinano. Ma io, che pure con speciale amore mi occupo di quegli studi sono fra quelli, e siamo legione nel campo della fisiologia sperimentale, che accordano tutto il possibile al meccanicismo, e si servono di esso per simboleggiare quanto si manifesta da un essere vivo, ma non sanno comprendere e non saprebbero concepire una rappresentazione materialistica della coscienza. Confessiamolo francamente: il problema della coscienza  sempre insoluto e molto probabilmente insolubile.
Ma, Signore e Signori, le indagini sui pesci elettrici, per quanto interessanti e bench ci conducano a discutere di cose fondamentali per la funzione dei corpi organizzati, sembrano piuttosto oggetto di studio per un erudito, per un curioso delle stranezze della natura. Vi  invece nelle ricerche sulla elettricit animale un argomento che ci d occasione di  penetrare nella intimit funzionale dei nostri organi, dei nostri tessuti, dei nostri apparecchi, e che ci d l'immagine di quel continuo avvicendarsi di fatti distruttivi e di riparazione fra i quali oscillano in ritmo incessante le parti costituenti il nostro organismo.
Sar brevissimo e comincer per questo col non tener conto dei precursori di Galvani. Vi sono sempre dei precursori in ogni scoperta, ma  certo che si deve al biologo bolognese la prima constatazione di carattere scientifico dell'elettricit sviluppata dal tessuto muscolare. Non gi colla ben nota osservazione della rana appesa ad un uncino di rame che eventualmente tocc il celebre parapetto di ferro, bens colla esperienza eseguita senza l'intervento di alcun metallo.
A questo proposito debbo ricordare come alcuni abbiano voluto sostenere che la scoperta attribuita al Galvani si debba invece alla sua dilettissima moglie, la signora Lucia nata Galeazzi, che per la prima avrebbe avuto occasione di osservare le ormai storiche contrazioni dei muscoli in certe zampe di rana e di richiamare su queste l'attenzione del marito. Altri sostengono che le prime osservazioni furono fatte veramente dal Galvani, ma sopra rane preparate, non vorrei dire prosaicamente, per fare  un brodo che servisse di ristoro a sua moglie che era allora ammalata. Queste affermazioni furono contestate, ma non si pu del tutto escludere l'influenza, almeno accidentale, della moglie sulla scoperta del marito. A sostegno di questa tesi sostenuta da molti in quei tempi, amo citare un sonetto non bellissimo, dedicato al Galvani dopo la morte prematura della sua Lucia:

Quella donna gentil, cui d'aureo strale
Piagata il seno teco amor congiunse,
Poi morte con quel suo colpo fatale,
Per farne bello il ciel da te disgiunse:
Quella, non tu, che novo ardor vitale
In rana ignuda a disvelar pur giunse,
Quand'una ed altra man con vanto eguale
Il conduttor metallo e i nervi punse.
N a te, Signor, questa fedel consorte
Tacque l'ignoto arcan per cui tuo nome
Oltre l'italo suolo altero vassi.
Oh se vedessi di s bella sorte
Com'ella esulta dolcemente, e come
Di te ragiona e dei tuoi chiari passi!

Se anche le cose stanno come afferma l'autore del sonetto, che voglio credere migliore storico che poeta, bench parli con tanta sicurezza di ci che avviene lass nelle sfere celesti, non  alla buona signora Lucia che noi dobbiamo attribuire quella  scoperta, nel vero senso della parola. Certo molti dei pi importanti fatti scientifici furono rivelati all'umanit dal caso, ma quando vennero ad incontrarsi con una mente adatta a comprenderne il significato. Non per questo voglio deprimere il merito della signora Galvani. Io vorrei, anzi, che si scrivesse una storia delle compagne di quegli eroi che lottarono nel campo delle idee, e credo sarebbe il racconto di intimi e mirabili drammi combattuti nei cuori femminili per l'uomo amato, che idealizzato dalle moltitudini si mostra, nel tollerante e sereno ambiente della casa, spoglio dell'aureola di gloria che lo illumina e lo nasconde, e vi rivela tutte le debolezze comuni agli altri uomini e qualcheduna forse in pi. Quanta abnegazione, quanto disinteresse, quale instancabile affetto seppero possedere quelle modeste eroine, e quale contributo portarono alla gloria del marito, consigliandolo, sostenendolo, incoraggiandolo, sapendo sottrarsi a tempo agli applausi meritati, per lasciarli all'idolo che li ambisce.
Per amore di verit, per, non debbo dimenticare che la storia registra anche molte Santippe.
Dopo la morte del Galvani tutto quanto avesse riguardo coll'elettricit animale venne circondato di dubbi, di indifferenza e finalmente dimenticato, ed a ci contribu principalmente la scoperta della pila  di Volta ed i rapidi e meravigliosi progressi che ne conseguirono nel campo della elettrodinamica. Si capisce, infatti, come la povera elettricit animale, questa specie di cenerentola della elettrologia, cos modestamente raccolta nei tessuti viventi, dovesse cedere il passo alla sua consorella, la elettricit voltaica, assai pi appariscente e pi ricca di applicazioni che essa non fosse.
Fu il Matteucci che la rimise alla luce del mondo.  bens vero che il Nobili aveva scoperto la cosiddetta corrente propria della rana che va dai piedi al capo, ma egli l'aveva attribuita a fenomeni termoelettrici, sicch fu soltanto cogli studi del Matteucci che si riprese nettamente il concetto del Galvani, e si considerarono i fatti elettrici manifestati da un essere vivente come un'espressione dei processi che si svolgono nell'intimit degli apparecchi funzionanti.
Il Matteucci era uomo di tale ingegno, da lasciare la sua impronta su qualunque argomento imprendesse a trattare. Non sta a me di considerarlo ora nelle sue opere di cittadino; ricorder soltanto che fu ambasciadore e ministro della pubblica istruzione e professore nel nostro Ateneo. Del resto, da questi punti di vista fu gi magistralmente tratteggiato da Nicomede Bianchi, in un libro che ha appunto per titolo: Carlo Matteucci e l'Italia del suo tempo.  Per trattare dell'importanza non solo tecnica ma filosofica del Matteucci, ci vorrebbero parecchie conferenze. Perch egli non fu solo uno scopritore di fatti, ed il restauratore della elettrofisiologia, ma anche un rinnovatore nel campo delle idee direttrici in biologia. Con un acume ammirabile sostenne l'importanza dei fatti fisici e chimici negli esseri viventi, e fu cos uno fra i pi efficaci fondatori della fisiologia moderna. Ma non ebbe i fanatismi tanto comuni agli innovatori, e seppe mantenersi sempre nei limiti del vero, possedendo una netta percezione dei confini fissati alla applicabilit dei fatti scientifici ed al loro significato fisiologico. Egli, l'autore dell'opera sui fenomeni fisico-chimici dei corpi viventi, ed uno fra i pi vivaci oppositori di quella scuola di un vitalismo primordiale, rappresentata in Italia dal Rasori e dal Tommasini prima, e poi, bench in forma pi progredita, dal Bufalini, mantenne sempre quella serenit di giudizio e di linguaggio, che dimostrano in lui un vero temperamento di scienziato. Egli ben sapeva che la scienza positiva non ha e non pu avere alcun rapporto colle questioni trascendentali, e deve lasciare al sentimento ed all'intuito individuali di definire, quando se ne senta il bisogno, che cosa possa essere quello che si vuol chiamare la verit assoluta. Lo studio  dei fenomeni della natura, provoca, ordinariamente, bisogna riconoscerlo, una speciale polarizzazione nelle capacit intuitive ed interpretative, ma ci non fa parte della scienza propriamente detta. Se l'indagine plasma la mente dello sperimentatore ad uno speciale ed indulgente scetticismo, si  perch il contatto diretto coi fenomeni della natura, e la sottile ricerca di essi, e l'analisi minuta delle loro particolarit mentre lo rendono pi forte nel discernimento del supposto vero, gli dimostrano anche l'inanit degli sforzi suoi e degli altri, nel determinare l'essenza delle cose. Ma l'uomo di scienza  anche spesso un entusiasta, perch nessuno meglio di lui  in grado di apprezzare la meravigliosa armonia dei fatti naturali, l'intimo legame che li riunisce, gli adattamenti perfettissimi che danno ai fenomeni una stupefacente parvenza di finalit. Egli  pure un disilluso, perch ogni giorno pi deve convincersi che ben poco  quello che sa in confronto di quello che gli resta a sapere, e perch si avvede che ogni fatto nuovo che viene alla luce, mentre aumenta il suo potere sulla natura, allarga pure smisuratamente i confini della sua ignoranza consapevole. Ma egli possiede anche un concetto esatto intorno alla relativit dei nostri veri, e se non sempre ha il coraggio di comunicare i dubbi che lo tormentano, e  lo sconforto di sentirsi legato, per certe questioni generali, al limbo eterno della ignoranza, sa per che deve essere temperato nelle idee e non scende nella lizza per opporre ad affermazioni azzardate altrettanta vacuit di linguaggio; e a rappresentazioni troppo indefinite e vaghe, simboli troppo schematici e materiali; e a certe nebulosit idealistiche, costruzioni materialistiche di un meccanismo infantile.
Questa  la rappresentazione psicologica di uno scienziato, quale sorge spontanea nella mente leggendo le opere del Matteucci, le quali improntate ad un severo positivismo fanno di lui, che fu il ricercatore dei fenomeni fisici e chimici dei corpi viventi, uno dei fondatori di quella scuola biologica che limita i confini della nostra conoscenza e che alcuni vorrebbero, non capisco il perch, distinguere coll'appellativo di neovitalismo.
Dovrei ora parlare in modo speciale intorno alle ricerche del Matteucci sull'elettricit animale, ma ci mi obbligherebbe ad entrare in questioni troppo tecniche, e ad adoperare un linguaggio che  soltanto espressivo per gli iniziati ai suoi misteri. Credo invece opportuno di dirvi in poche parole quali siano le nostre cognizioni attuali a proposito della elettricit dei tessuti, perch possiate apprezzare quanto la fisiologia deve a quegli illustri italiani che hanno  iniziato questi studi.  infatti soltanto esaminando il frutto che si pu comprendere l'importanza di un germe, e soltanto l'organismo sviluppato ci dice quali capacit di evoluzione stavano nascoste in quella cellula cos ricca di potenzialit che noi chiamiamo l'uovo.
Un organismo vivente, considerato in forma schematica, pu essere tenuto in conto di una macchina complicatissima, nella quale materiali chimici molto complessi, dissociandosi ed ossidandosi, mettono in libert una certa somma di energie, in quella guisa che il carbone combinandosi coll'ossigeno, come si suol dire, bruciando, sviluppa calore. Ma lo stesso pezzo di carbone, quando si ossida, pu darci semplicemente del calore, se ci limitiamo a bruciarlo nel caminetto, mentre da esso possiamo trarre del lavoro meccanico, se ne provochiamo la combustione nel fornello di una locomotiva, o della energia elettrica e quindi della luce o delle azioni chimiche o altre forme di lavoro, se la forza messa in libert dalla fiamma fa poi agire una dinamo e questa una lampada elettrica, o un bagno galvanoplastico, o altro. Sicch lo stesso combustibile bruciando pu dare forme differenti di energia e di lavoro a seconda dei meccanismi ai quali  applicato.
Nello stesso modo i processi di combustione che si svolgono nelle singole parti del nostro corpo si manifestano diversamente in ragione della varia struttura di queste parti. Il muscolo d il lavoro meccanico, la glandola, la elaborazione chimica, il nervo, la trasmissione di un'onda particolare, la cellula nervosa, l'impulso al movimento o il sottostrato della sensazione, e cos via, e tutti questi atti derivano in modo pi o meno diretto da cangiamenti chimici, che mettono in movimento i diversi ingranaggi del nostro organismo.
Le differenti manifestazioni funzionali del nostro corpo, delle quali abbiamo fatto parola, sono accompagnate per da fatti collaterali, come avviene in ogni altra macchina. Abbiamo cio, oltre il lavoro specifico dei diversi apparecchi, uno sviluppo di calore che contribuisce, negli animali che stanno in alto della scala zoologica, a mantenere la temperatura del loro corpo ad un grado superiore a quello ordinario dell'ambiente.
Ma oltre il calore si possono discernere altre forme di energia, fra le quali la luce e le manifestazioni elettriche.
Non avete mai veduto il mare fosforescente?  soprattutto nelle regioni equatoriali che questo spettacolo si manifesta nel suo massimo splendore, dando al navigante l'impressione di solcare delle onde infocate. Non dimenticher mai le sere passate sull'Oceano indiano, appunto per la magnifica fosforescenza che vi ho potuto ammirare. Tutta la superficie del mare, leggermente increspata, era illuminata da una luce vaga, nebulosa, bluastra, che pareva scaturire dalle maggiori profondit, mentre il solco aperto dal piroscafo splendeva sin presso all'orizzonte come una striscia di fuoco, sulla quale risaltavano i guizzi di fiamme provocati dall'elica che percoteva l'Oceano e dalla prua che ne squarciava gli attriti. Questo fenomeno  dovuto alla presenza di innumerevoli esseri assai bassi nella scala dei viventi, alcuni minutissimi, altri, come le meduse, abbastanza voluminosi, i quali, quando siano stimolati dagli urti delle onde o dell'elica, per esempio, rivelano quello stato di eccitamento con manifestazioni di energia che, in grazia della loro trasparenza, acquistano i caratteri di vere e proprie funzioni luminose. In questo caso si potrebbe proprio dire con un illustre fisiologo che noi siamo colpiti direttamente dalle irradiazioni della fiaccola della vita. Fatti simili, bench pi complessi e parzialmente sottoposti all'impero dei centri nervosi, ci vengono presentati fra gli altri da alcuni insetti, dei quali rammenter le lucciole, ornamento delle nostre sere di primavera e di estate, e che furono soggetto di  interessantissime ricerche del nostro Matteucci, e gli elaterii dell'America tropicale, che possono servire come lanterne per illuminare il cammino, e che sul capo delle signore splendono di una vivissima luce propria, molto pi apprezzabile, mi pare, di quella riflessa da un diamante.
Come vedete, alcuni fatti che d'ordinario sono semplici accessori, che si presentano come collaterali di una funzione principale, possono, in certi casi, raggiungere cos grande sviluppo, da acquistare per se stessi la dignit di una vera e propria funzione. Questo accade per la luce emessa dagli organi fosforescenti degli insetti, come pure per le manifestazioni elettriche della torpedine, del gimnoto, del siluro che, grazie alla evoluzione di organi particolari, si sono resi capaci di emanazioni elettriche potentissime, mentre, d'ordinario, l'elettricit che si svolge dagli organi funzionanti, pu essere appena avvertita da apparecchi delicatissimi.
Non per questo essa ha meno importanza pel ricercatore di fatti biologici, che anzi la corrente tenuissima che si pu raccogliere da un muscolo che si contrae, la cos detta corrente d'azione vale a farci comprendere la potentissima scossa emessa da un pesce elettrico.
Si disse come le manifestazioni funzionali dell'organismo  siano dovute a processi di combustione che si svolgono in seno agli elementi costitutivi dei nostri organi. Ma il lavoro determina necessariamente il consumo del combustibile, ed anche, bench meno rapidamente, della macchina. Sicch un organismo non potrebbe presentare una funzione continuata se ai fatti distruttivi, che sono il fondamento o la conseguenza delle sue varie forme di lavoro, non facessero equilibrio fatti antagonistici di reintegrazione, capaci di ricostituire le forze impiegate nell'attivit e le strutture consumate dall'uso, che in altre parole servono a rimettere nuovo carbone nel fornello, ed a raccomodare quegl'ingranaggi che vanno di mano in mano sciupandosi. Per questo un organismo si pu considerare come continuamente oscillante fra due atti chimici opposti: quelli distruttivi, che si manifestano in forma di movimento, di calore, di luce, di elettricit o d'altro: e quelli ricostitutivi, che accumulano nuovi materiali combustibili e reintegrano i tessuti sciupati dalla funzione.
Pu accadere che questi due fatti antagonistici corrispondano perfettamente gli uni agli altri, come pu avvenire che l'uno di essi predomini sull'altro, e voi facilmente comprenderete quanto sia importante pel biologo di assistere agli avvicendamenti  chimici che si svolgono nell'intima trama degli organi viventi. Questo ci  in parte concesso quando si raccolga e si registri graficamente, per mezzo di apparecchi delicatissimi, le variazioni elettriche dei tessuti che vivono, vale a dire che si nutrono e che funzionano. Infatti, i processi distruttivi determinano nelle parti che ne sono la sede una certa condizione elettrica che si chiama negativa; e i fenomeni opposti di reintegrazione danno luogo a manifestazioni elettriche di segno contrario, provocando cio uno stato che si dice positivo.
Si capisce, perci, come non si ottenga alcuna manifestazione elettrica da un organo nel quale i processi chimici opposti, distruttivi e reintegrativi si fanno equilibrio, perch in esso agiscono due forze eguali e contrarie che si neutralizzano, mentre vediamo diventare negativa quella parte nella quale si esagerano i processi demolitori, o positiva quella nella quale predominano i fatti di riparazione organica.
Cos l'agente misterioso che lungo i nervi  l'intermediario fra il cervello e le parti del nostro organismo, facendosi il messaggero delle azioni di senso e di movimento, si rivela a noi come un'onda di negativit, che percorre i cordoni nervosi; cos l'attivit di un muscolo, di una glandola, di un  organo di senso danno luogo a variazioni elettriche negative della parte funzionante. Noi riusciamo inoltre a raccogliere dalla superficie del nostro corpo cangiamenti elettrici, variazioni di potenziale, come si dice, che corrispondono col loro avvicendarsi al ritmico battito del cuore. Per contro, quest'organo centrale della circolazione, quando sia arrestato da azioni nervose particolari che ne esagerino gli atti ricostitutivi, a scapito di quelli che sono la base della sua funzione meccanica, dimostra questi cangiamenti con variazioni elettriche opposte di carattere positivo.
Come vedete, le oscillazioni elettriche dei tessuti, raccolte e registrate coi nostri apparecchi, possono esprimere all'esterno le intime modificazioni chimiche che si svolgono nei pi remoti recessi del nostro organismo, e possono tracciare dei veri ed autentici rapporti autografici di esse. Sicch per mezzo della elettricit animale ci  concesso di possedere una immagine, per quanto sfumata e vaga di quel ritmo chimico che forma il sottostrato delle manifestazioni di un essere vivente; o, se volete, un'eco assai attenuata, ma pur fedele, dell'armonia della vita. E non  probabilmente lontano il giorno nel quale indagando le correnti d'azione dei centri nervosi noi sorprenderemo le cellule cerebrali nella  loro attivit elaboratrice della sensazione e del movimento.
Ma non facciamoci troppe illusioni, perch si capisce che in questo caso non otterremo che la rappresentazione esteriore di uno dei sintomi dell'atto mentale, come il sorriso che solleva il labbro della Gioconda del divino Leonardo non  che il simbolo di uno stato d'animo di quella vaghissima donna. Ma forse che per questo esso  meno attraente? Forse che esso non ci affascina tanto pi quanto maggiormente  misterioso ed impenetrabile?


Signore e Signori!

Un filosofo tedesco, celebre nella storia della elettrofisiologia, Emilio Du Bois-Reymond, in un suo discorso, accennando alla scoperta del Galvani, esclamava: " con orgoglio che l'investigatore della natura, osservando i fili telefonici che attraversano le nostre strade e le nostre piazze, si rende conto di quanto hanno fatto tre generazioni umane di genio e di diligenza, partendo da un s oscuro principio," e si domanda col Gherardi, pensando al parapetto di ferro sul quale il Galvani fece la sua osservazione:  "Se quel parapetto fosse stato di legno o di pietra, chi pu assicurarci che avremmo un galvanismo.... e tutto il resto?"
Certo  incommensurabile l'importanza della scoperta del Volta, e ne fanno fede le innumerevoli applicazioni che sono tanta parte ormai delle nostre manifestazioni materiali ed intellettuali, e che sotto forma di luce, di calore, di movimento, di trasmissione di energia a distanza, di utilizzazione di forze naturali, di azioni terapeutiche, e pi ancora di nuove ed efficaci dottrine che simboleggiano in forma scientifica i fenomeni della natura, in quanto hanno di pi recondito, danno alla nostra vita individuale e sociale un particolare indirizzo.
Ma pur prescindendo dal fatto che senza la rana del Galvani non vi sarebbe forse stata la pila del Volta, mi sar lecito di affermare che anche la elettricit animale, che serve a rivelare l'intimo meccanismo nutritivo dei pi remoti ingranaggi di un organismo vivente , nelle mani del biologo, un istrumento di conquista non meno efficace di quello che maneggiato dal fisico ha contribuito potentemente a dare un'impronta nuova al secolo che muore. E ci dobbiamo soprattutto a quelli italiani che, in sullo scorcio della prima met di questo secolo, mentre si preparavano le armi della  riscossa nazionale, ripresero e rinnovellarono gli studi del Galvani, quasi per affermare, una volta di pi, che l'Italia non  e non sar mai la terra dei morti, perch nel nostro paese anche i morti resuscitano a maggior gloria di tutti!



APPENDICE-
 
LE MONTNGRO.

CONFERENZA DI CHARLES YRIARTE.



Come appendice alle Letture che si tennero nell'inverno 1897 nella Sala di Luca Giordano, una conferenza sul Montenegro parve alla Societ Fiorentina dovesse riuscire opportuna e gradita. Nessuno poteva farla meglio di Charles Yriarte. autore del libro notissimo " Les bords de l'Adriatique et le Montngro" e cos benemerito dell'arte e della coltura italiana.
La conferenza vede oggi la luce, quando l'amico sincero d'Italia non  pi. E ci  caro ricordarlo, perch'egli fu tra gli scrittori francesi un de' pochi devoti all'Italia in ogni occasione, in ogni ventura.
N dobbiamo dimenticare ch'egli avea fatto nelle file dell'esercito italiano le campagne di Sicilia o dell'Umbria. e che dei nostri soldati e scrittori volle sempre rimanere un fratello d'armi valoroso e gentile.

G. B.


Quelles que soient les destines rserves au peuple Montngrin s'il garde sa persvrance, sa sagesse et sa valeur; il devra conserver  jamais un culte et une tendresse profonde pour l'troite valle et le cirque de montagnes o il s'est refugi au moment o les Turcs, dferlant comme une vague sur les Balkans, ont envahi la vieille Serbie. Laissez-moi marquer ici  grands traits les tapes de son histoire.
Dans la grande famille Serbe disperse par l'invasion, les clans Montngrins, ds le moyen-ge avaient dj eu une sorte d'autonomie, et sa Dynastie qui rgnait sur la Serbie, la famille des Nmania, avait mme pris naissance dans la Zta, qu'ils occupaient alors. Aprs la sanglante Bataille de Kossovo, d'o date la dispersion, le Prince Cernovich, incendiant le pays qu'il laissait derrire lui, se retira avec tout ce peuple en armes dans la  montagne noire, la Cernagora. Il s'arrta d'abord  Rieka, puis  Cettign. Les Turcs avancent encore, ils ont dj pris Constantinople; la Serbie est  eux toute entire; ils vont s'efforcer de soumettre ces rfractaires. Ils prendront les Montngrins  revers, et aprs avoir chass les Vnitiens de Scutari, Soliman pacha pntrera jusqu' Cettign, qu'il livre aux flammes; c'est l'apoge de la dfaite. Les Montngrins ont dsormais perdu la riche Zta, le Brda, le Lac de Scutari, deux cents kilomtres de rivage sur l'Adriatique; et les quatre montagnes rocheuses o ils ont transport leurs foyers sont tout leur domaine. Ce sera leur citadelle, ils y conserveront toujours vivante la flamme du patriotisme, la confiance dans leur destine et une nergie indomptable. Alfieri fait dire  un peuple qui gmit sous le joug: "Esclaves.... oui, nous le sommes, mais esclaves toujours frmissants." Les Montngrins n'accepteront jamais le joug; depuis Kossovo, en 1356, jusqu' la prise d'Antivari et de Dulcigno en 1878: ce peuple dcim vivra dans une alerte continuelle, la main sur le kandjiar. C'est avec le premier des Ptrovich, Danilo,  la fin du 17e sicle que commence l're des grandes batailles dcisives; jusque l, ce sont des incursions rapides, des razzias, des surprises; les montagnards fondent sur l'ennemi, ils l'envahissent, prennent des territoires, les perdent  pour les reprendre encore, et harclent sans cesse. Mais tel sera dsormais l'effort vers la rdemption et si terrible l'nergie de ce peuple indomptable, que de grands empires, la Russie et l'Autriche, voient en eux des auxiliaires hardis, et lui proposent des alliances.
Pierre-le-Grand s'avance le premier: "L'histoire (dit-il dans son message), nous a appris que vos anciens rois, vos princes, taient hautement rvrs comme appartenant au noble sang slave, et que les triomphes de leurs armes les ont rendus clbres par toute l'Europe jusqu'au jour fatal de leur dfaite. Rendez vous dignes de cette gloire, imitez vos illustres anctres; combattez pour la foi, la patrie, la gloire, l'honneur, pour votre libert, votre indpendance et celle de vos fils."
On combat en effet. L'anne suivante  Carlevatz trente mille Turcs restent sur le champ de bataille; le Musulman recule; on respire pendant quelques annes, on organise et on vit sans combattre, mais sans dsarmer. Mais prenant sa revanche, l'ternel ennemi attaque de trois cts  la fois avec cent-vingt-mille combattants dont les Montngrins vont triompher  la journe de Cevo.
Les Ptrovich ont la vie dure; le premier vient de rgner soixante ans, celui qui lui succdera dans l'histoire, Pierre Ier, est un saint et un hros. Ds les premires annes de son rgne, Marie Thrse, tonne  son tour de l'nergie et de la persvrance du peuple Montngrin, inaugure vis--vis de la Cernagora une politique, que n'ont que trop bien suivi ses successeurs. Le second Ptrovich reoit son ambassadeur, et Radonicht, dlgu Montngrin, ira  Vienne mme dicter les conditions du trait d'alliance que l'Impratrice a propos. Les conditions du Montnegro sont fires.
"L'alliance sera offensive et dfensive; nul servage en change. - Si le territoire Serbe venait  tre dlivr des Turcs, la Zta suprieure, Podgoritza, Spuz, Zabliac, le Piperi, la Brda et l'Herzgovine seraient runis au Montnegro qui pourra battre monnaie. Aussitt que le Cabinet d'Autriche sera en guerre avec la Porte, S. M. Impriale enverra la poudre, le plomb et les armes. Si l'Autriche fait la paix avec la Porte, les Montngrins seront compris dans le trait."
Aprs trois ans de combats et de fortunes diverses, les Autrichiens acceptent la paix; mais comme le territoire n'a pas t dlivr des Turcs: les concessions promises par l'Autriche au Montngro sont lettre morte.
Pierre Ier ne se dcourage point, et les Montngrins vont attaquer tout seuls; ils dfont les Turcs sur le Lac de Scutari, dans un combat naval et plus tard dans une rude bataille o Mohammed pacha trouve la mort, et l'impression est telle  Constantinople que l'indpendance pour laquelle les peuples Montngrins ont vers tant de sang depuis Kossovo est enfin reconnue.
Mais un nouvel ennemi, plus puissant encore, s'avance. Les Franais sont en Dalmatie; Pierre va se mesurer avec les lieutenants de Napolon: avec Lauriston d'abord qu'il dfait, puis avec Marmont duc de Raguse qu'il tient en chec.
Pris d'enthousiasme, le Czar Paul Ier, reprend la tradition de Pierre-le-Grand, envoie ses prsents et ses insignes  tous les Voivodes, et alloue au Prince un subside de neuf mille ducats annuels. Mais en acceptant simplement un appui noblement offert, le Vladika Pierre n'a abdiqu aucun de ses droits; le gouvernement Russe s'tant un jour immisc dans l'administration ecclsiastique de la Principaut, le gouverneur Vuk Radonitch et tous les serdars, voivodes, kneze, porte-enseignes, prtres, nobles et autres autorits protestent respectueusement, mais avec une singulire fermet.
"Le peuple du Montnegro et de la Brda (dit Radonitch), n'est aucunement sujet  l'empire Russe, il se trouve seulement sous sa protection morale, parce qu'il est de la mme race, et parce qu'il a la mme foi; mais par aucune autre raison. Nous avons attachement et fidlit et nous voulons garder ces sentiments ternellement, mais nous dfendrons de toutes nos forces la libert dont  nous avons hrit de nos prdcesseurs, et nous mourrons plutt l'pe  la main, que de subir une servitude honteuse d'une puissance quelconque."
Pierre Ier le Saint, pouvait seul faire entendre un tel langage au Czar de toutes les Russies. Ce Vladika, qui rgne pendant quarante-huit ans, n'a connu que des victoires; il fut aussi un civilisateur, et reste le vrai hros de la Dynastie. Sur la hauteur qui domine Cettign, l o se dresse le monument que la pit d'une Montngrine devenue Princesse Italienne a dessin de sa propre main en souvenir de Danilo, fondateur de la dynastie des Ptrovich, on voudrait voir s'lever la statue du vainqueur de Kara Mahmoud et le rival heureux de Marmont duc de Raguse.
La grande tche n'est pas acheve; aprs dix ans du rgne de Pierre secondo, grand pote, pacificateur, qui s'applique  adoucir les murs et  propager l'instruction tout en tenant l'pe d'une main ferme; un fait important au point de vue du gouvernement va s'accomplir. Jusqu'ici se confondent dans la personnalit qui dirige et qui rgne, le caractre sacr du Vladika et celui du Prince. Pour devenir Vladika, vque, il faut tre moine et renoncer au mariage; Danilo Ier qui devait comme successeur et neveu de Pierre secondo assumer ce double caractre, avait fait ses tudes  St Ptersbourg; il renona   l'glise, et inaugura le pouvoir sculier. Ce rgne est court, il finit par un vnement lugubre, l'assassinat du souverain, victime d'un fanatique: mais il reste encore inoubliable, car Danilo a la gloire d'avoir protest devant l'Europe contre la Turquie, releve par la guerre de Crime, qui a os dans un document parler du Montnegro comme d'une province Turque: et aussi, deux annes aprs son avnement, il conduit ses troupes  Grahovo et met en droute l'arme Turque dans une bataille qui eut de tels rsultats, qu'on la regarde encore comme la revanche de Kossovo.
Quand Danilo tombe sous le coup d'un assassin, le prince qui rgne aujourd'hui, Nicolas Ier, son neveu, fils de ce Mirko, le hros de Giahovo, quitte  la hte Paris o il achve ses tudes au Collge Louis-le-Grand et assume le pouvoir. Il n'a pas encore vingt ans, mais les Montngrins, mris par l'exemple, avant vingt ans sont des hommes. Chacune des tapes de ce rgne, auquel il faut souhaiter la dure de celui du premier Ptrovich, est marqu par un effort pour l'indpendance, un progrs dans la culture, une ngociation heureuse, en mme temps que Medun, Danilograd, Martinch, Rasina-Clavica, Nicksich, Antivari et Dulcigno; sont autant de noms de victoires coup sur coup remportes, qui forcent l'Europe  compter avec le Montngro.

Le pays ne sera plus rduit  sa plaine troite et aux quatre montagnes; vers la vieille Servie il a des plaines fertiles; la Zta, la Brda lui appartiennent, il a pris de l'essor du ct de Scutari, et les princes aux longs rgnes ont fini par tailler  coup d'pe dans la terre Serbe une principaut nouvelle. Cette principaut cependant n'est point encore le prix du sang, ni le territoire sur lequel on rgnait cinq sicles auparavant. Berlin a effac San Stefano. Depuis lors on s'est rfugi dans le travail sans sacrifier ses esprances: l're de la paix est celle des progrs, et une grande uvre est accomplie. Le Soldat s'est fait Lgislateur, le code montngrin est promulgu. Un juriste fameux, Bogisc, sous l'inspiration du Prince, a recueilli les rgles du Droit coutumier, appliques navement jusque l par le peuple. Cette sagesse du Prince, cette prudence allies  une nergie qui n'abdique point; ont eu leur rcompense dans de grandes alliances qui n'ont pas eu seulement la politique et l'intrt pour base, mais qui se trouvaient d'accord avec les raisons du cur.


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Quelles seront les habitudes, les tendances, l'aspect, le caractre d'un peuple dont l'histoire n'est qu'une longue "vendetta" et une perptuelle revendication?
Le voyageur qui aborde le Montngro par les bouches de Cattaro, aprs avoir gravi les soixante lacets taills dans le roc qui donnent accs  la Montagne Rocheuse, s'avance dsormais vers Nigouz et Cettign sans rouler comme autrefois sur sa selle avec les pierres du chemin. L'homme a dompt la nature; des routes nouvelles donnent un accs facile jusqu' la frontire de Serbie; l'extension de la carte du pays a fait la vie moins rude. Si la montagne est aride de Cattaro  la plaine, le pays frontire de la vieille Serbie est fertile: quelques parties sont mme riantes comme une petite Brianza. La Zta, Vassoacwitz, Kolaschi, Niksich, et les bords du lac de Scutari, sont des lieux pleins d'amnit, qui contrastent avec la montagne.
On sait que la terre donne peu de bl, mais le mas abonde, comme la pomme de terre, et la scheresse  est toujours le grand ennemi. Au fond le pays est surtout pastoral et partout o la montagne est verte, le grand et le petit btail abondent; aux temps hroques les clans se disputaient tel ou tel revers de montagne, o la verdure tait grasse et paisse.
C'est par le btail que le Montngrin vit et s'enrichit; par le tabac, par le sumak, cet arbuste dont la feuille sert  la tannerie tandis que son bois est utile  la teinture, par les pcheries de Stekline au lac de Scutari, qui produit une sorte de sardine trs demande en Albanie et qui s'coule aussi dans l'Italie mridionale et en Serbie.
De ces divers produits, le tabac est le plus avantageux, rgulirement vendu par le gouvernement  la rgie autrichienne qui y trouve son compte. Mais l'empire d'Autriche a ferm sa nouvelle frontire au btail Montngrin, et tabli des cordons infranchissables, il fait une guerre de tarifs  outrance. Tout buf qui passe la frontire paie dix-huit florins de droits - c'est--dire - presque autant que le prix de l'animal mme. Il a fallu s'ingnier, chercher des nouveaux dbouchs. En Italie,  Brindisi et Bari;  Marseille, o s'est cr une Chambre de commerce.
Au point de vue industriel, les scieries mcaniques fonctionnent l o l'eau abonde, comme aussi la meunerie, pour la farine. Une fabrique d'armes  pourvoit sinon  l'armement au moins  son entretien, et les routes, sans parler de la grande voie qui de Cattaro se continue jusqu' Pogdoritza, sont amorces partout  la fois, en mme temps que les anciens forts turcs des Iles de Scutari, dmantels, permettent un service rgulier entre Rieka et Scutari. Un service de poste, trs srieusement tabli, svrement surveill, et d'une parfaite rgularit facilite les relations et les changes.

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Voyons l'homme dans le Pays. Toujours soldat au fond, le Montngrin est rest fier et d'aspect rserv; riche ou pauvre, il a de la dignit dans l'accueil et exerce l'hospitalit avec simplicit, son type est noble et grave. Comme nous nous tonnions de voir dans un clan tant d'hommes de belle allure, un chirurgien militaire nous fit observer que la nature ici, fait sa slection l'hiver, dans la montagne; les faibles s'en vont, les forts restent seuls et grandissent. Le peuple est pasteur, agriculteur, leveur et la culture de la terre ennoblit:  il a horreur du petit commerce, et des petits mtiers assis, les brodeurs, les vendeurs. Il fait fi de certains travaux manuels, ne porte pas volontiers de fardeaux et laisse les petits ngoces aux Albanais venus de Scutari. Il aime passionnment la musique, les rcits faits  voix basse, il murmure d'une voix gutturale des chants piques d'un rhytme triste et d'un ton voil.
On connait le costume du Pays, lgant, de couleur claire avec quelques taches sonores, et complt par des armes brillantes.
L'arme exerce sur le Montngrin une sduction irrsistible, il ne se spare jamais de son arsenal. Un fusil, un revolver nouveau modle l'enchante, il les convoite et les admire. L'enfant lui-mme ds qu'il est arm se redresse plus fier. Quand j'tais l, on s'efforait de recruter une bande de petits musiciens; mais souffler sans gloire dans un turlututu, et marcher sans fusil  l'paule ou sans pistolet  la ceinture rpugnait  ces adolescents. On les arma d'un Martini, et le clairon retentit bientt dans la montagne. Il est singulier que toujours arm ainsi, le sang ne coule presque jamais, et les prisons soient presque vides. Le Pays n'a pas de pauvres, la sobrit est la rgle, l'ivresse est trs rare, la porte du logis peut toujours rester ouverte, car le vol est honteux et impossible par l'absence absolue du rceleur.

Avec le temps, grce aux princes qui s'y sont tous appliqu, une certaine frocit native - reste d'atavisme des poque piques, et des combats des anctres, qui se dveloppait par les luttes nouvelles soutenues par chaque gnration - peu  peu s'est apaise et attendrie. La Vendetta, cette plaie des familles, passe au domaine de l'histoire, comme aussi cette habitude chez les Montngrins,  l'ge o on croit  l'amiti ternelle, de se choisir un frre de sang, un Pobratim, union touchante de deux jeunes hommes, qu'aucun lien de famille unit, qui changent leur sang et leurs armes en rcitant la prire "l'Adelfo poisio" devant le prtre, et jurent de prir l'un pour l'autre, et de s'entr'aider mme au pril de leur vie. Quand le pouvoir central existe, c'est la loi qui doit venger l'injure, la Vendetta est donc devenu un crime. Quant au Pobratimat un voyageur pote peut le regretter. Mais il faut considrer que contract entre deux Montngrins de deux clans diffrents entranait souvent deux leves de boucliers et dchanait les luttes fratricides. La vengeance aujourd'hui est l'uvre de la justice.


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La Montngrina, montagne ou plaine, est-elle belle? ou simplement jolie? - Un Franais rpondrait: elle est bien pire. Elle a de l'Orient l'expression grave qui inspire le respect, une grce touchante, une absence complte d'affeterie ou de manire, un teint mat, qui chez la femme riche ou aise que la bise et le hle n'ont pas fltri, garde souvent une belle pleur d'ivoire, souvent frle et dlicate, sous des apparences de faiblesse son nergie a fait de la femme l'auxiliaire de l'homme dans les combats.
Chez les paysannes de nos champs la dmarche est souvent lourde, le geste gauche, l'expression dnue de pense et les yeux sans flamme: la Montngrine a souvent dans le regard comme un reflet de la posie des lgendes de sa patrie, de la tristesse d'une race qui a longtemps lutt et souffert. Cermak, l'artiste serbe, un patriote qui chaque fois le Montngrin passait la frontire et se soulevait contre le joug, abandonnait Paris pour courir au danger, nous revint un jour mutil de la Cernagora, a bien fix son image et l'a associe  aux actes virils de revendication dans des toiles pleines de talent.
Ferogio, un Italien qui vivait aussi parmi nous, a recueilli tous les types et illustr tous les actes de la vie du peuple, et mieux que personne a montr la beaut de la silhouette, les fires attitudes, le geste simple et toujours noble de la population rurale ou montagnarde.
La femme montngrine cependant, est douce, rsigne, fidle; tout son horizon est au foyer, on ne la voit au bras de l'poux que les jours de fte, elle attend un mot ou un signe, elle le devine et ose  peine le prvenir. Si on s'en tenait aux apparences on dirait que l'homme,  ct du respect, lui inspire la crainte, et dans le recueil des dictons Montngrins d'un autre ge, qui s'appliquent  la femme, quelques uns ne sont pas  la louange de l'homme. On reproche aux Montngrins du peuple son indolence aux durs travaux, sa tendance  laisser  sa compagne ceux qui sont les plus pnibles; et les yeux du voyageur au dtour de la route, dans la montagne ou dans la plaine, sont parfois attrists en les voyant plier sous de lourds fardeaux.
Mais cette femme est respecte et protge par le droit coutumier, devenu code civil, plus qu'en aucun pays de l'Europe. Le voyageur de la Ballade de Schubert, celui "qui passe en chantant et qui part sans regret", s'il pntrait dans la famille rurale,  assisterait  un spectacle vraiment touchant. Qui n'a vu chez les peuples qui se piquent de tenir la tte de la civilisation,  la mort du chef de la famille, sous la loi du Majorat, ou mme dans les maisons moins fortunes, la veuve en cheveux blancs s'en aller solitaire, et laisser  son fils et  sa jeune pouse le foyer o sa vie s'est coule, dans un luxe devenu une habitude, dans une affection devenue un besoin? Qui n'a rencontr sur sa route, surtout dans votre beau pays, o ceux dont la vie est solitaire essaient de combler par la vue des chefs-d'uvre et la clemence du climat, le vide d'une existence, sans amour et sans hymne, - une sur qui a quitt elle aussi le foyer de son frre?
Ici, la loi est la communaut; le pre est le chef, chacun doit son travail  la famille toute entire et la part de chacun est la mme. Tout appartenant  tous, chacun a droit  tout son entretien, et puise par part gale au bien commun. Si l'un des membres commet un dlit et une faute, tous le rparent, et paient l'amende - sauf  mettre au compte du coupable, au jour du partage, le dommage qu'il a caus.
Cependant le Pcule est personnel  l'individu, et nous entendons, par pcule, tout rsultat d'un travail fait  moments perdus et autoris par tous, comme aussi tout profit qui est acquis sans travail, c'est--dire, un don du pre retir de la communaut  aprs avoir pris ce qui lui revient en partage et dont il dispose  son gr, un don du Prince, une arme, une toffe, une somme d'argent, tout gain enfin qui est le rsultat soit de hasard, soit de la sympathie inspire, soit d'une action mritoire et personnelle.
L'ge venu de s'unir  une famille nouvelle, il est permis  la jeune fille, en dehors du travail en commun pour l'avantage de tous, de travailler pour elle-mme; et on fermera les yeux. A partir de ce jour on la laisse augmenter son pcule, le pre, la mre, le frre peuvent y ajouter une part du leur, mais du leur seul, selon le penchant que chacun d'eux a pour celle qui va les quitter.
Dans la nouvelle famille o elle entre elle a le privilge de la mme loi. Et cette fois sa dot, c'est--dire son Pcule, lui appartient absolument; elle en dispose sans rserve; elle n'a nulle formalit  remplir, nulle signature  obtenir; elle est personnalit civile.
Mais nous ne sommes pas dans ces rpubliques idales qui ont pour base la perfection de l'homme. Dans cette communaut nouvelle o elle entre, toute injustice ou tout outrage  ce nouveau venu dchanait autrefois la vendetta de la communaut primitive; alors le sang coulait. Le pouvoir du prince, centralis dsormais, ayant absorb le pouvoir du clan, c'est la loi dsormais qui venge. La loi seule, et un Prince au cur tendre,  l'me juste, et  la main ferme.
Cependant cette jeune femme est devenue veuve, le lien est rompu; que deviendra-t-elle? Elle a le droit de rester dans sa nouvelle famille sous les mmes conditions, comme elle peut aussi revenir  l'ancienne avec le mme sort -  moins cependant qu'au moment de contracter le mariage, son pre lui ait donn la part  laquelle il avait droit en quittant la communaut, s'il s'en est spar.
Ainsi donc, enfant et jeune fille, la femme est membre de la communaut. Marie elle garde les mmes droits dans la nouvelle, et pour mieux cimenter cette union, chaque famille ayant un patron, - prenons St. Pierre puisqu'il a des clefs, et peut ouvrir bien des portes, ou St. Nicolas, qui aime bien les enfants, - elle abandonne son patron, celui de la communaut et se fait adopter par celui de sa famille nouvelle.

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Aprs tant de combats, quand tout convergeait vers l'attaque ou la dfense, voyons ce qu'on a fait pour l'instruction publique.

C'est seulement on 1852, quand Danilo secondo a pris le pouvoir, qu'on a organis et dcrt l'cole d'abord dans les villes et les villages de la montagne noire, et aprs la bataille de Grahovo dans les rgions conquises. Tout--fait primaires d'abord les coles ont un cours de trois ou quatre ans. A Cettign un gymnase s'est ouvert, qui se transforme aprs quatre ans d'tude, et devient cole normale. Une classe de thologie permet de recruter les prtres dont on limite le nombre  la seule ncessit du diocse. Plus tard pour les sujets avancs, bien dous, avides d'apprendre et assez fortuns pour promettre au pays des esprits ouverts, capables de faire progresser; on a la ressource des missions temporaires  l'tranger. L'enfant du village va  l'cole, et c'est un charme de voir partout, dans les troits chemins de la montagne, au carrefour des routes, les petits montngrins avec le carton et l'ardoise en bandoulire, prenant le chemin des coliers et s'arrtant pour cueillir une fleurette dans la fente d'un rocher.
Pour les jeunes filles, les demoiselles qui ont des aspirations plus hautes que le village, filles de Voivodes et de riches propritaires, s'ouvre une institution fonde par l'Impratrice veuve d'Alexandre 2, avec des professeurs distingus, six ans de cours, l'internat, un niveau lev qui va croissant avec le temps. On y cultive d'office les trois langues:  le Serbe, le Russe, le Franais, et la connaissance des trois littratures, et souvent l'Italien: grce aux relations de famille et de voisinage.
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Pour l'instruction militaire, notre cole nationale de St.-Cyr fut parfois celle o des aides-de-camp du Prince ont appris le mtier des armes, et plus tard sont devenus aptes  la direction des divers services administratifs, toujours prts d'ailleurs  changer la plume contre l'pe aux jours de pril. Aujourd'hui, c'est l'Italie, Modne, qui est l'cole, la ppinire des officiers, fondus au retour dans l'arme indigne, ils l'encadrent, sans mousser le caractre offensif du soldat montngrin et lui faire perdre sa personnalit de combattant. Trois aides-de-camp, deux officiers d'ordonnance, le capitaine des Prianiks, ou gardes du corps, forment un Etat major personnel au Prince. Une grande caserne s'est lev  Cettign, une cole militaire  Pogdoritza, pour les sous-officiers, et un bataillon rgulier reste permanent. Le fond de la dfense nationale tant la milice lgre, qui se mobilise, pour ainsi dire, d'instinct. On peut compter  l'effectif,  au moins 45 bataillons compacts et bien arms. Nous nous souvenons d'avoir assist jadis aux volutions d'un escadron bien mont - le noyau subsiste, mais la nature du pays proteste et le cavalier, comme masse militaire, n'a pas sa raison d'tre, vu la nature du Pays.

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Nous constaterons encore d'autres innovations, si j'en crois un de mes jeunes amis, un grand voyageur, nouvellement revenu du Pays dont les lettres de crdit avaient pour unique objet de saluer de ma part S. A. le prince Nicolas, et de chanter pour moi le "Cari luoghi"  la montagne Noire. Celui-ci m'a assur qu'il s'tait couvert de gloire au Lawn Tennis de Cettign o il avait eu pour partner des dames du corps diplomatique, des jupes de Laferrire, des manches bouffantes de Mme Pacquin et des chapeaux de chez Virot. - C'est la loi du progrs. - Les nouvelles routes de Cettign  la frontire sont dsormais propices  la byciclette: un jour ou l'autre on importera le polo et l'automobile, qui ne rappelle que de loin les temps de la chevalerie.

Cependant le Pays tient  ses coutumes. Le costume national reste en honneur partout, le trsor des posies populaires, des chants piques, chants de gloire, de guerre et d'amour, histoire vivante, sont une source fconde qui ne tarit jamais. Il y a toujours dans chaque ancien clan quelque Barde errant qui chante au son de la Guzla au dtour de la route ou sous l'orme des valles et souvent le chantre est aveugle, comme Homre; il dit et redit des posies, qui restent presque toujours anonymes, et semblent portes sur l'aile du vent de montagne en montagne ou rpercutes par un cho comme celles des recueils de Vuk Stefanovich que Tommaseo vous a fait connatre.
Pierre secondo Ptrovich, le grand chantre de la Cernagora employait dans ses posies le dcasyllabe qui ne recherche point la rime mais la donne parfois, quand la raison l'appelle. Le Prince qui rgne aujourd'hui  la fois soldat, lgislateur et pote, auteur de "l'Impratrice des Balkans" devenu populaire, en fixant en vers de huit syllabes, le caractre de chacune des tribus montngrines; a faite cette posie plus personnelle, c'est la posie littraire avec la strophe de quatre vers de la Posie Ragusaine, qui garde  ces chants leur caractre  la fois tendre et pique.
"Si j'avais recueilli toutes les fleurs dont ta main a jonch le chemin de ma vie (dit le  Prince Pote  celle qui partage son trne, en lui ddiant son uvre); si j'en avais respir tout le parfum: j'en aurais pu faire un pome si beau, un livre ail tel que jamais le monde n'en et lu de pareil.... j'eus mieux chant l'amour, l'intelligence et j'aurais pu crire un livre tout entier rien qu'en y recueillant toutes les vertus de ton me qui resplendissent comme un diadme imprial."
En entendant parler ainsi le Pre, vous reconnaissez l'pouse et la Mre, et vous devinez celle dont les destines sont dsormais les vtres.
Quelque rapide qu'ait t l'hommage que j'ai voulu rendre aux Montngrins, il n'tait peut-tre pas inutile qu'une voix et un cur franais vinssent ici confondre dans la mme sympathie et les mmes vux de prosprit la Cernagora, l'Italie et.... la France.





LE CONFERENZE FIORENTINE SULLA VITA ITALIANA.

Alcuni giudizi della stampa.

"Le Conferenze fiorentine, che tanto favore incontrarono nel pubblico che ascolta e in quello che legge, hanno cambiato di editore: sono passate dai fratelli Treves di Milano alla Casa R. Bemporad e figlio di Firenze; ma ci non vuol dire nulla: la sostanza  rimasta sempre la stessa, cio buona.
"Dopo aver trattato della vita italiana negli albri, nel trecento, nel rinascimento, nel cinquecento, nel seicento, nel settecento, nel periodo della rivoluzione francese e dell'impero, le conferenze fiorentine hanno ora preso a trattare della Vita Italiana nel Risorgimento e sono gi state raccolte in volume." (La Rassegna settimanale universale, 3 aprile 1898).
"Alla prima serie di Conferenze fiorentine, edite dalla Casa Treves di Milano, che ebbero tanta fortuna nel pubblico degli ascoltatori e dei lettori, quando furono dette e stampate, segue questa seconda intorno al periodo pi serio, interessante glorioso della nostra storia. Il periodo del risorgimento ci commuove e ci fa fremere anco adesso, poich le pi belle energie intellettuali e morali ond'esso fu prodotto si vanno spegnendo, e fra le diserzioni e le delusioni, lo scetticismo dilaga." (G. PIPITONE FEDERIGO nel Flirt di Palermo, 5 maggio 1898).
"I volumi, che la Casa E. Bemporad e figlio ha dato alla luce con una signorilit eguale a quella dei Treves di Milano, contengono la prima, la seconda e la terza serie delle letture  tenute l'anno scorso sulla Vita Italiana nel Risorgimento e si aggirano su quel burrascoso periodo, che va dal 1815 al 1831; periodo in cui gli amori pi puri e gli slanci pi generosi si alternano agli odi i pi feroci, alle mne pi tenebrose e pi sozze.
"Tredici letture fra le pi belle e le pi attraenti, perch parlano di cose e di uomini il cui ricordo  ancor vivo nella mente come fossero d'ieri e perch toccate dalla mano, non sempre maestra, ma spesso sicura del Del Lungo, del Rovetta, del Nitti, del Biagi, del Costa di Beauregard, dell'Alfani, del Panzacchi, del Bonfadini, della Serao, del Colombo e del Ricci.
"Io potrei, se volessi, darvene qui un'idea pi ampia e farvene anche un tantino di critica; ma a che pr, se i giornali della citt seppero meglio di me, aiutati dalla freschezza delle impressioni, darvi, allora, l'una e l'altra?..." (GUIDO RUBETTI nel Corriere italiano del 6 giugno 1898).
"Pochi libri come questo sono degni di essere letti e meditati profondamente.... I soggetti che gli autori imprendono a trattare con l'usata maestria, non possono, in verit, essere pi serii ed attraenti, come quelli che ravvivano il culto delle patrie memorie, e, tesoro di osservazioni quasi sempre giuste e di bellezze peregrine, mirano tutti a dilettare istruendo." (N. PENNA, nell'Ebe di Loreto Aprutino, 1 luglio 1898).
"In realt queste Conferenze portano un geniale e utile contributo alla coltura nazionale. Non l'aridit dei fatti, non una cifra uggiosa, ma un'esposizione facile e limpida, un giudizio equamine o sereno danno il quadro pi completo e vivo del periodo preso a studiare, e rendono con la maggiore schiettezza il pensiero che l'ha agitato. Il tema svolto da ciascun conferenziere dice subito l'interesse o l'importanza di questi volumi." (Il Paese di Palermo, 8 ottobre 1898).
"Apprendere senza fatica e senza perdita di tempo  il desiderio di quanti assistono a ogni conferenza, ed  quello che  pensava anche il Giusti prima che le conferenze venissero di moda. A un cos giusto desiderio rispondono le conferenze tenutesi con costante accorrenza di pubblico a Firenze, per cura della Societ di letture, riguardanti argomenti di letteratura e di storia. Raccolte in volumi, questi ebbero lieta accoglienza; ora, gli editori fiorentini R. Bemporad e figlio inaugurano le serie delle conferenze storiche sul nostro Risorgimento, pel periodo compreso dal 1815 al 1831. Anche a coloro che non ignorano le vicende di quegli anni, torner gradito questo volume, che per la variet degli argomenti, per la vivezza e il colorito della esposizione e pel valore degli autori, riesce un interessante e nuovo contributo alla storia paesana." (Cronaca universitaria di Catania, 16 novembre 1898).
"V' da rallegrarsi che le dotte e geniali conferenze tenutesi a Firenze per iniziativa della Societ di pubbliche letture si raccolgano ogni anno in un bel volume che il pubblico legge avidamente.
"Quello uscito ora, il primo della serie storica, non potrebbe essere pi interessante, per l'indole, la variet e l'importanza degli argomenti trattati. Romualdo Bonfadini discorre dottamente della politica degli Stati italiani dal 1831 al 1846; Guglielmo Ferrero ci ricorda la vecchia Italia e ne deduce i bisogni della "nuova"; F. S. Nitti tratta del brigantaggio meridionale durante il regime borbonico; e per ultimo il Masi ci delinea la figura del vescovo d'Imola, che fu poi Pio nono, del quale reca notizie inedite e rievoca memorie patriottiche. Certo la lettura di questo volume giustifica il pregio e l'interesse dei precedenti e conferma il favore del pubblico." (Il Commercio di Milano, 3-4 giugno 1899).
"En deux volumes la maison R. Bemporad et fils de Florence nous donne une srie de confrences trs intressantes sur la vie italienne pendant le Risorgimento. C'est la seconde serie et l'accueil fait au premier recueil est mrit par celui-ci.
"Le premier volume - Histoire - contient quatre tudes de: MM. Bonfadini, Ferrero, Nitti et Masi. Le second volume  consacr aux Lettres, Sciences et Arts, nous offre des articles d'Antonio Fogazzaro, d'Enrico Panzacchi, d'Arturo Linaker et de Guido Mazzoni.
"Chacune de ces tudes mriterait un article special et l'espace nous incite  renvoyer le lecteur aux deux volumes, dont chaque page a une haute valeur littraire, historique ou philosophique." (L'Italie, 19 giugno 1899).
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FINE.
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NOTE.

(1)	NICOMEDE BIANCHI, Storia documentata della diplomazia europea in Italia, vol. IV, pag. 55.
(2)	 Atti del Comitato dell'Inchiesta industriale. vol. I. Roma, 1870 (Categoria II,  52), pag. 8.
(3)	 MEMOR, La fine d'un regno. Citt di Castello, 1895, pag. 122.
(4)	 ZOBI, Saggio sulle mutazioni politiche ed economiche avvenute in Italia dal 1859 al 1868. Firenze, 1870, vol. I, pag. 146.
(5)	 MEMOR, op. cit., pag. 145.
(6)	 Atti del Comitato dell'Inchiesta industriale, gi citati, pag. 8.
(7)	 POGGI, Cenni storici delle leggi sull'Agricoltura. Firenze, 1845-48, vol. II, pag. 345.
(8)	 MEMOR, op. cit., pag. 145.
(9)	 MEMOR, op. cit., pag. 146.
(10)	 ZOBI, op. cit., 142.
(11)	 POGGI, op. cit., pag. 418.
(12)	 POGGI, id., id., pag. 420.
(13)	 POGGI, op. cit., pag. 414.
(14)	 VEDI MEMOR, op. cit., pag. 340 e seg.
(15)	 Non ho creduto necessario di riprodurre la lunga bibliografia sul brigantaggio meridionale, n le molte fonti cui son dovuto ricorrere. Ringrazio qui solo l'amico Benedetto Croce delle notizie e dei dati che mi ha voluto cortesemente fornire.
(16)	 V. son Voyage d'Italie.
(17)	 Lettre  Fontanes du 20 janvier 1804, insre dans le Voyage d'Italie.
(18)	 Les martyrs, Ve livre.
(19)	 Lettre prcite  Fontanes.
(20)	 Mmoires d'outre-tombe, p. 121, 122, 123 du Ve vol. dans la rcente dition Garnier.
(21)	 Discours du 2 janvier 1848, p. 122-123 et 144 du Ve vol. de l'dition de ses Discours publie par L. Ulbach en 1865.
(22)	 Discours prcit.
(23)	 Discours prcit.
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FINE.